lunedì 22 novembre 2010

Il camorrista Iovine non lo vogliamo in Sardegna

So benissimo che il trasferimento di pericolosi delinquenti in carceri di massima sicurezza, qual è quello di Badecarros, risponde più a logiche burocratiche che a scelte politiche. Ed è noto che i ceti politici nuoresi sono nella loro maggioranza ostili al Governo Berlusconi e portati, come per un riflesso condizionato, ad esprimersi contro qualsiasi provvedimento governativo. Ma quella contro il trasferimento del pericoloso camorrista Antonio Iovine a Nuoro non è una contrarietà di parte: è tutta la società sarda a sentirsi offesa e a riflettere sui rischi che questo comporta.
La Sardegna ha sviluppato, per riconoscimento di criminologi e studiosi di vaglio, anticorpi contro la diffusione e il radicamento delle mafie. Ma non è con il trasferimento di criminali come Iovine, sia pure detenuto in regime di carcere duro, che si aiuta la conservazione di un tale rigetto. Anzi. Sentire il vescovo della città, monsignor Meloni, dire che “E poi finisce che i ladroni li mandano sempre qui da noi”, stringe il cuore. Dà il senso di quale sia il comune sentimento circa il rapporto che continua ad esistere fra la Sardegna, soprattutto le sue Terre interne, e lo Stato.
I dati economici della provincia di Nuoro sono terribili. È vero che essa paga, con la desertificazione industriale, le scelte fatte nel passato anche dai suoi ceti dirigenti, politici, sindacali, imprenditoriali e degli intellettuali operaisti, ma questi errori non possono esser fatti pagare alle popolazioni. “Sono altri i nostri problemi e altre le soluzioni” aveva detto il vescovo di Nuoro, non appena fu prospettata l'incarcerazione di Iovine a Badecarros. Oggi, a quel che si dice, Iovine è già rinchiuso qui. Con grande dolore, ma non posso non essere d'accordo con monsignor Meloni. Quanto a me, farò la mia parte, scrivendo al ministro Alfano affinché il governo che appoggio revochi al più presto questo trasferimento o anche facendone oggetto di una interrogazione.

venerdì 19 novembre 2010

Quel doppio voto nel Parlamento sardo

Sono felice del voto unanime con cui il Parlamento sardo si è dato lo strumento per la riscrittura dello Statuto. È una contentezza che va al di là del contenuto dell'accordo, una assemblea elettiva incaricata di consegnare un articolato al Consiglio che poi lo approvi. C'è nel provvedimento adottato il riconoscimento che la politica può riassumere il suo altissimo compito di sintesi di convinzioni e interessi culturali fra di loro diversi.
Il fatto che ciò sia avvenuto non intorno alle linee portanti della nuova Carta della Sardegna, ma allo strumento incaricato di riscriverla, dà conto che non siamo ancora vicini ad un comune sentire su quali siano i diritti del popolo sardo ma che, certo, ci stiamo avvicinando. Insomma, dopo decenni di discussioni, mai inutili naturalmente, ma inconcludenti, il nuovo Statuto è più vicino. Ho letto con favore che l'Assemblea elettiva avrà il mandato di elaborare un testo che – del resto come avrebbe potuto essere altrimenti? – parli di sovranità della Sardegna all’interno della Costituzione italiana.
Sono infatti convinto che in seno alla Carta fondamentale della Repubblica, e cioè della sua Legge, sia possibile esercitare il diritto, internazionalmente garantito, all'autodeterminazione del popolo sardo. I sardi, cioè, “hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale”, come stabilisce l'Atto finale di Helsinki.
Il popolo sardo ha sì il diritto all'indipendenza, ma anche quello di ricavare per sé il massimo di sovranità senza rompere il patto costituzionale e persino quello di rinunciare alla autonomia vigente a favore di una fusione più stretta con lo Stato italiano.
Ieri, i rappresentanti eletti dal popolo sardo hanno espresso il loro no all'indipendenza che, comunque, rimane con forza sullo sfondo della politica sarda. Il no è stato detto da 28 consiglieri regionali su 80, 10 (il doppio dei consiglieri indipendentisti) hanno detto di sì e 13 si sono astenuti. Il no è chiaro, ma non altrettanto definitivo. È interessante vedere come il voto, salvo che per il centrosinistra compatto per il no, non è stato dato per schieramento. Hanno votato per l'indipendenza, oltre ai cinque sardisti, due consiglieri del Pdl, due dell'Udc e uno dei Riformatori; l'astensione, che è comunque una sospensione di giudizio, è stata data da cinque consiglieri del Pdl, sei Riformatori, uno dell'Udc e uno del Pd.
Si tratta, se si vuol leggere con buona disposizione d'animo questo risultato, di un'interessante indicazione e sia dell'immaginario collettivo della società sarda e sia del clima politico e culturale in cui l'Assemblea sarà chiamata ad operare. 

domenica 14 novembre 2010

Quel piagnisteo su Stato patrigno e Regione matrigna

Trovo non pochi punti di accordo nella lettera di Gianfranco Pintore. A partire dal fatto che, davvero, non si possa più ragionare in termini di amicizia o di inimicizia dei rapporti fra gli elementi che costituiscono la Repubblica italiana, i comuni, le province, le regioni, lo Stato, non a caso equiordinati dalla Costituzione. Lo Stato patrigno e la Regione matrigna sono enfasi alquanto piagnucolone e certamente datate. Fra questi elementi deve esserci una leale collaborazione nel rispetto delle competenze e dei poteri di ciascun elemento. Competenze e poteri che devono essere ben individuati, senza la confusione indotta dal Titolo V della Costituzione, come voluto solitariamente dal centro sinistra che se lo ha scritto e approvato.
Per questo, ho presentato un disegno di legge per un Nuovo Statuto in cui le competenze sono estremamente chiare e definite; disegno di legge che è, poi, la proposta del Comitato per lo Statuto in cui Pintore ha avuto un ruolo insieme a Mario Carboni, Francesco Cesare Casula, Antonello Carboni e a tanti altri studiosi e intellettuali. Detto questo, rispetto l'idea, posta in subordine, che l'unità della Repubblica “possa essere una cosa compatibile con la sovranità della Sardegna”, ma non la condivido. Essa, a mio parere, non solo “è” compatibile, ma è allo stesso tempo condizione e fine della sovranità della Sardegna. Ho detto tante volte, anche in questo blog, che per me l'indipendenza – sbocco ovvio della fine dell'unità della Repubblica – non è uno spauracchio né un tabù. È una soluzione inattuale ed è un salto nel buio.
Se la Sardegna, come mi auguro, avrà tutte le competenze di cui ha necessità, tutte tranne le quattro che resterebbero in capo allo Stato federale, che necessità avrebbe di costituire un altro stato all'interno dell'Europa? Mi si dirà che, nell'ambito del diritto internazionale, ne ha diritto, che si tratta di una questione di principio. Che, infine, in uno Stato federale continuerebbero ad esistere entità sviluppate e entità o sottosviluppate o in via di sviluppo e, quindi, straordinari divari fra il Nord e la Sardegna. Ma io sostengo che questi divari sono il frutto della qualità delle classi dirigenti e del loro grado di coesione intorno ad un progetto di sviluppo economico, sociale e culturale. Classi dirigenti che non riescono, soprattutto per mancanza di questa necessaria coesione, a rendere prospera una terra di 1.700.000 abitanti su un territorio che, vedi la Sicilia, ospita tre volte tanto, riuscirebbero ad assicurare prosperità di una repubblica indipendente? Forse fra moti decenni ce la farebbero, ma contando quante macerie materiali ed immateriali?
Credo che anche i più convinti indipendentisti di questo dovrebbero tener conto. E sperimentare la via della costruzione di una Sardegna, sovrana in tutti gli ambiti di propria competenza, e unita all'interno della Repubblica italiana alle altre entità territoriali, le regioni o quel che risulterà dal processo federalista in atto. Tanto più che i diritto internazionale all'autodeterminazione non è prescrittibile.

Una breve risposta anche agli amici che hanno risposto nel post precedente. Il problema non è solo del ceto politico, ma dell'insieme della classe dirigente in cui insieme a quella politica “abitano” quella imprenditoriale, quella sindacale, quella intellettuale. Nessuno deve scaricare su altri responsabilità che sono anche sue. È vero manca in noi una visione complessiva, una visione nazionale. Ci fosse, gran parte della strada sarebbe fatta.

venerdì 12 novembre 2010

Caro Massidda, visto che i Governi non sono né amici né nemici?

Ricevo da Gianfranco Pintore e con il suo consenso pubblico.
Caro senatore
trovo sia di grande interesse il passo che lei ha fatto nei confronti del presidente del Consiglio e dunque del Governo italiano. Naturalmente non ho titolo né interesse ad entrare nel merito del suo aut aut: o saranno risolte queste questioni riguardanti la Sardegna o sceglierò altro. Credo di aver interesse, come tutti i cittadini sardi, ad entrare nel merito del metodo impiegato per far valere gli interessi della Sardegna.
Fra le varie reazioni all'annuncio del suo passo, una particolarmente mi ha colpito: “Questo è un ricatto al Governo”. È quel che le dice oggi anche il giornalista del Corriere della Sera che lo ha intervistato. Dietro questo modo di pensare, forse più diffuso di quanto si pensi, c'è un fraintendimento circa l'esistenza di un “governo amico” o di un “governo nemico”, la cui responsabilità accomuna il centrodestra e il centrosinistra operanti in Sardegna.
Il presidente Cappellacci sembra prendere atto oggi che il governo Berlusconi non è un governo amico, così come il presidente Soru scoprì che quello di Prodi non era un governo amico. In realtà, il governo Berlusconi, così come quello Prodi, non sono (e furono) governi né amici né nemici della Sardegna. Ma solo governi di uno Stato centrale, non ancora federale, che nella mediazione fra gli interessi tengono conto della forza con cui tali interessi vengono prospettati e imposti.
Ho trovato sempre risibile il piagnisteo di chi afferma che la disattenzione del governo nei confronti della Sardegna è il risultato della mancanza di un ministro sardo. È vero, invece, che la mancanza di un sardo nel governo è frutto della incapacità delle classi dirigenti sarde (da quella politica a quella imprenditoriale a quella sindacale e a quella intellettuale) di avere una visione nazionale della questione sarda. Si presenta, nelle sue articolazioni di partiti, sindacati, associazioni imprenditoriali, università, come semplice articolazione periferica dei rispettivi centri.
Ciò non fa né il Nord (la cosiddetta Padania) né la Sicilia che, infatti, riescono ad imporre i propri interessi all'agenda del Governo dello Stato. Non “ricattano” il Governo, contrattano con il Governo. I partiti maggioritari o anche solo egemoni in quei territori agiscono come rappresentanti degli interessi locali e contrattano la fiducia al Governo sulla base dei risultati che portano a casa. Nel lungo discorso dell'onorevole Fini in Umbria, c'è un passaggio, per me l'unico, convincente: il federalismo solidale è un ossimoro, il federalismo è competizione, regolata – e su questo non si può che essere d'accordo – in una camera di compensazione. Al di là dell'orticaria che provocano certe sue uscite venate di xenofobia, la Lega è apprezzabile perché ha in mente un principio: fare gli interessi dei padani. Se riesce ad imporre questa sua visione del federalismo, è un suo merito ed è un demerito nostro, di sardi, non riuscire a fare altrettanto. Peggiorato, questo demerito, dal nostro aggrapparci al fantasma del federalismo solidale, a cui spesso si impiccano anche coloro che dichiarano di battersi per l'indipendenza della Sardegna.
Lei sa, perché a volte ci è capitato di parlarne, che personalmente non vivo con ansia, anzi, la presa d'atto che la cosiddetta “unità nazionale” è un ideologismo pieno di retorica infondata. Riconosco che l'unità della Repubblica possa essere una cosa compatibile con la sovranità della Sardegna e con il diritto, garantito dalle leggi internazionali, all'autodeterminazione del suo popolo. Ma questa unità può continuare ad esserci solo se le parti territoriali saranno in grado di contrattare con il Governo il soddisfacimento dei propri interessi. Dire ad un governo che la ventina di parlamentari sardi lo appoggerà se saranno soddisfatte le condizioni poste non è un ricatto: è l'invito a un patto, come si fa tra entità diverse, da sole impossibilitate a governare e insieme in grado di farlo.
Spero solo che il suo atto solitario e coraggioso riesca a contagiare i suoi colleghi sardi, siano di maggioranza e siano dell'opposizione. Litigare sulla politica del governo sardo si può ed è persino salutare, purché si abbia il coraggio dell'unità nell'appoggiare (o combattere) unitariamente il Governo dello Stato.
Gianfranco Pintore


Caro Pintore, la ringrazio per il suo apprezzamento. Condivido gran parte delle cose che scrive. Non tutte, e domani gliene farò un elenco ragionato. piergiorgio massidda

giovedì 11 novembre 2010

Insufficienza venosa: caro ministro, basta un po' di sensibilità

Dietro la sigla CCSVI si nasconde una grave malattia, l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale, che comporta, per chi ne è affetto, un alterato deflusso del sangue dal cranio al torace. Il fatto è che se ne può guarire, seguendo il protocollo predispoto dal Prof. Paolo Zamboni, responsabile del centro malattie vascolari dell’Università di Ferrara. Basta sottoporre il malato prima ad un ecocolordoppler MyLab Vinco e, accertata la presenza della condizione clinica, ad una semplice angioplastica che dilati le vene interessate, una misura poco invasiva, poco costosa e con buona sicurezza per la salute dei pazienti.
Tutto bene? Non proprio, visto che moltissimi pazienti sono costretti a viaggiare all'estero per sottoporsi all'esame e all'angioplastica. È per questo che ho rivolto al ministro della salute una interpellanza per sapere quando abbia intenzione di autorizzare il professor Zamboni a sperimentare quanto già all'estero si fa con successo. Qui da noi, in Sardegna, esistono centri d'alta specializzazione di radiologia interventista e di chirurgia vascolare, con strutture adeguate e dotate di un capitale umano d’eccellenza.
Di qui la mia domanda al ministro se ritenga di dover dotare la Sardegna di un contributo straordinario a sostegno dell'iniziativa, nel caso in cui si volessero qui avviare progetti per la diagnosi e il trattamento della CCSVI.

Questo che segue è il testo integrale dell'interpellanza:

Premesso che:
- l’insufficienza venosa cronica cerebro-spinale (CCSVI) è una condizione clinica che consiste in stenosi congenite o di altra natura che colpiscono le vene giugulari e le altre vene del tronco (in particolare le vene giugulari interne e la vena azygos), determinando un alterato deflusso del sangue dal cranio al torace.  Inserita fra le malformazioni venose di tipo trunculare, ovvero fra quelle che si sviluppano fra il 3° ed il 5° mese di vita intrauterina, la CCSVI è già stata riconosciuta come condizione clinica e la sua diagnosi, così come i potenziali protocolli terapeutici, sono stati descritti anche dal Prof. Paolo Zamboni, responsabile del centro malattie vascolari dell’Università di Ferrara, e sono stati inseriti nel convegno “International Union of Phlebology” (UIP 50), svoltosi nel settembre scorso a Montecarlo. Gli esperti di malformazioni vascolari di 47 paesi hanno votato all'unanimità. 
Considerato che:
- la diagnosi di CCSVI può essere effettuata in presenza di strumentazione specifica (ecocolordoppler MyLab Vinco della Esaote, unica azienda ad aver progettato un software dedicato per la diagnosi della CCSVI) e personale adeguatamente formato presso la stessa Università di Ferrara nel Centro Malattie Vascolari, di cui è direttore lo stesso prof. Paolo Zamboni. Tale diagnosi risulta essere poco costosa, per niente invasiva e priva di eventi aversi.
- la CCSVI viene curata con l’angioplastica dilatativa, una procedura consolidata da 25 anni, mininvasiva, con buona sicurezza per la salute dei pazienti.
- in Sardegna esistono centri, per quanto riguarda la radiologia interventista e la chirurgia vascolare, con strutture adeguate e dotate di un capitale umano d’eccellenza.
- l’art. 32 della Costituzione “ (…) infine, tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività (…)”
Si chiede di sapere:
- se ritenga opportuno concedere l'autorizzazione alla sperimentazione come indicata dal prof. Zamboni;
- se ritenga opportuno assicurare adeguato sostegno alla verifica delle conoscenze e delle ricerche del prof. Zamboni;
- se risulti che la Regione Sardegna, in particolare, abbia dato la disponibilità ad avviare progetti per la diagnosi e il trattamento della CCSVI e, in caso affermativo, se ritenga di dover dotare la Regione medesima di un contributo straordinario a sostegno dell'iniziativa.

Sen. Piergiorgio Massidda

giovedì 4 novembre 2010

Ci sono momenti in cui bisogna saper scegliere

Stare insieme in un partito è una grande esperienza umana, che arricchisce per gli stimoli che dona alla comprensione della società in cui si vive e alla sua trasformazione. Tanto più importante è tale esperienza quanto più impegno si pone nella sua fondazione e formazione. Io ho avuto, come molti sanno in Sardegna, l'onore – e, senza false modestie – la capacità di partecipare alla fondazione prima di Forza Italia e poi del Popolo della Libertà, in grande amicizia con Silvio Berlusconi. Ma quando si sente, come sento oggi io insieme a non pochi militanti, un profondo malessere nello stare in un partito, diventato lentamente ma progressivamente diverso, è necessario interrogarsi sul che cosa fare.
Non mi interessa addebitare a questo o a quel dirigente, a questo o a quel gruppo, la responsabilità della crisi che pure è evidente e di cui l'insuccesso elettorale della passata primavera in Sardegna è sintomo preoccupante. Intorno a questa batosta è praticamente inesistente un'analisi e insufficienti sono i propositi di incidere sulle sue cause. Potrei, volendo, concludere che non vale più la pena di impegnarsi, con cuore e mente, risorse materiali e immateriali, assistendo a questa crisi che diventa sempre più grave e, soprattutto, madre di incapacità di metter fronte al degrado della società sarda.
Ma avverto che non avrei la coscienza a posto. Sento che così tradirei la stima, la fiducia e l'affetto che anche recentemente tantissimi elettori mi hanno riconfermato. E allora bisogna fare delle scelte che per me partono da una lunga, e anche macerante, riflessione sulla impossibilità di superare la crisi del Pdl, soprattutto in Sardegna, con l'attuale gruppo dirigente. Bisogna, ripeto, fare delle scelte e dovrò farle, anche se dolorose.

mercoledì 3 novembre 2010

Bentornati sul mio blog


Riprendo oggi, e dopo una lunga interruzione, a pubblicare il mio blog. Me lo hanno richiesto tanti amici che hanno continuato ad entrarvi e tantissimi altri che di persona, con mail e sms, che hanno apprezzato il mio desiderio di dialogo costante con i cittadini, siano essi miei elettori o avversari politici. C'è stato per me un forte bisogno di riflessione sulla crisi della politica, sulla distanza che separa in modo sempre più profondo la politica dalle persone ed esse da un mondo, quello di noi politici, sempre meno comprensibile.
Credo di non aver comunque ceduto allo sconforto, sovrapponendolo alla necessità e urgenza di rispettare sempre e in ogni caso il mandato che il popolo sardo mi ha confidato in quanto suo rappresentante nel Parlamento della Repubblica. La politica soffre sì di una crisi molto grave, ma chi crede che senza la politica c'è la giungla, non ha il diritto di rassegnarsi ed ha, anzi, il dovere di partecipare al suo rinnovamento. Non mi arrendo, quindi, e per questo rinnovamento intendo battermi con tutte le mie forze.
Cominciando, va da sé, dallo schieramento democratico e liberale del centrodestra in cui ho scelto di militare perché è lì che trovo i valori politici, culturali, sociali per cui vale la pena di impegnarsi. Non scorgo alternative e con grande amarezza vedo l'altro schieramento perso dietro un giustizialismo talebano, la tentazione di far politica guardando nel buco della serratura, la voglia di spallate, la strumentalizzazione ossessiva di tutto il possibile e, soprattuto, un vuoto di idee; non è così come si presenta un mondo compatibile con le mie idee di una moderna civiltà politica.
Resta il fatto che una seria crisi attraversa e pervade anche il centrodestra e che alla sua soluzione bisogna metter mano da subito sia in Sardegna sia nella Penisola, ma partendo da qui, dalla nostra terra, sconvolta da gravi difficoltà economiche, culturali e sociali e da veri e propri conflitti fra le forze politiche, incapaci di capire che senza un condiviso e unitario amore per il bene comune si prospetta il disastro. E non varrà ad evitarlo o anche solo a limitarlo alcun aumento di consenso al proprio partito. Il partito in cui milito, ma nel quale provo un profondo disagio, è reduce dalla battuta d’arresto delle ultime amministrative sarde. La batosta, come ho detto più volte sia in questo blog sia in interviste con quotidiani sardi e della Penisola, non è frutto del caso o della sfortuna. E' la conseguenza prevedibile e prevista di una gestione del partito che sempre più ha escluso la base, sulla quale non voglio oggi insistere. Questo del superamento della crisi del Pdl e del rinnovamento della politica in Sardegna è il tema che mi impegnerà nei nostri dialoghi che vorrei frequenti e partecipati.

Bentornati su questo blog

sabato 31 luglio 2010

Buone vacanze a tutti

Buone vacanze a tutti gli amici che seguono questo blog. Ci rivedremo e ci rileggeremo, salvo non capiti qualcosa di imprevisto, alla fine di agosto, quando riprenderemo a ragionare, e perché no?, a bisticciare su quanto accade nella nostra Isola e fuori. C'è un appuntamento importante per tutti i sardi ai primi di settembre. Partendo dalla mozione del Partito sardo sull'indipendenza, il Consiglio regionale comincerà ad affontare la riforma dello Statuto di autonomia speciale.
Questo avverrà in uno scenario politico, culturale e istituzionale dominato dal parere che la Corte internazionale dell'Aja ha dato alla Assemblea generale dell'Onu sulla dichiarazione uniliaterale di indipendenza del Kosovo. Dichiarazione che, secondo i giudici, non è in contrasto con il diritto internazionale ed è, quindi, legittima. Quel che importa, in questa sentenza, non è solo e non è tanto la sanzione di diritto di qualcosa, la costituzione del Kosovo in stato, che già era avvenuto anche attraverso il riconoscimento di molti stati. Importa il riconoscimento, alto e non scontato, che tutti i popoli “hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale”.
Le nostre classi dirigenti, politica, imprenditoriale, sindacale, culturale, non hanno scuse né scuse abbiamo noi cittadini sardi. La qualità e la quantità di sovranità dipendono dal nostro coraggio di volerle, di esercitarle e di contrattarle con lo Stato, sapendo che non sarà facile ma che abbiamo dalla nostra parte la sentenza della Corte internazionale di giustizia. È una stagione decisiva per il nostro futuro, quella che si aprirà in settembre. Ad essa ho dato il mio contributo trasformando in disegno di legge la proposta elaborata dal Comitato per lo Statuto e adottata, nella scorsa legislatura, dal centrodestra sardo. Il disegno di legge è già stato trasmesso dal Senato al Consiglio regionale.
Di nuovo buone vacanze a tutti.

giovedì 29 luglio 2010

Guido Melis, la new entry del giustizialismo

Qualcuno avrebbe la bontà di informare l'amico Guido Melis, deputato del Pd, che l'ex presidente Renato Soru non fu “estromesso dalla guida della Regione”? E che, molto più semplicemente, fu sconfitto in regolari elezioni? Il parlamentare sardo ha fatto la singolare affermazione dopo aver firmato una proposta di istituzione di una commissione di indagine sulla cosiddetta “P3”. La magistratura sta indagando per vedere se ai suoi sospetti corrispondono dei fatti, ma in una veste giustizialista che non gli conoscevo, il parlamentare Pd ha fretta di emettere una sentenza: “Interessi sardi sono in gioco, e istituzioni sarde sono coinvolte, al massimo livello”.
Come per dire che le indagini dei pm sono inutili e dal risultato ormai scontato: le istituzioni sarde sono coinvolte. Parola di Guido Melis. Nella pochezza di idee e di proposte del Pd sardo, non smette, insomma, la speranza che sia qualche pm a sostituirsi al voto popolare e a risolvere la crisi del suo partito. Di qui, come voce dal sen fuggita, ecco l'immagine di Soru “estromesso” dal potere. Il voto di mezzo milione di elettori scambiato per un complotto? Posto che il professor Melis conosce bene il senso delle parole, non c'è altra interpretazione possibile: gli elettori sono intelligenti se stanno sulla spiaggia aspettando che sorga il sol dell'avvenire o sono degli imbecilli se gli danno le spalle. Concetti già sentiti, naturalmente. Ma credevo appartenessero ad un passato non proprio glorioso di una incultura politica che speravo i democratici si fossero lasciati alle spalle.

mercoledì 28 luglio 2010

Sovranità: un passo alla volta è meglio

Quando ho scritto del parere sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo da parte della Corte dell'Aja, mi aspettavo un dibattito sull'argomento. E invece, sia qui sia nella mia pagina su Facebook, quel riconoscimento di legittimità è trascorso senza particolari commenti, se si eccettua uno che condannava l'indipendenza conquistata da uno stato criminale. Una sciocchezza giacobina, pari solo alle copertine di settimanali scandalistici che descrivono uno stato italiano mafioso.
Trovo che sia un segno di maturità e di approccio laico alla questione il non essersi dilungati sulla sentenza dell'Aja. I problemi che solleva e solleverà sono, a stare a questo inizio di dibattito, patrimonio della cultura politica sarda. Vedremo poi se questo atteggiamento laico continuerà o se prevarranno opposti giacobinismi e paure dell'autogoverno quando, a partire da settembre, comincerà in Consiglio regionale (e spero in tutta la Sardegna) un serrato dibattito sul che cosa vorrà fare da grande il popolo sardo. Come è noto, il là alla discussione è dato da una mozione del Partito sardo sull'indipendenza, questione che, dopo il documento della Corte internazionale di giustizia, si è liberata dell'ostacolo più insidioso: quello della legittimità e della congruità con il diritto internazionale.
Si discuterà naturalmente del Nuovo statuto sardo che, al momento, ha a disposizione tre documenti: la proposta del Comitato per lo Statuto, il mio disegno di legge che la recepisce e fa propria, il disegno di legge del senatore Antonello Cabras. C'è anche un Manifesto promosso dai sindacati che spinge in direzione di uno Statuto dai forti connotati di autogoverno della Sardegna. È alle viste, insomma, una stagione costituente che sarebbe sbagliato lasciare che si esaurisca in un dibattito nel Parlamento sardo.
In questo blog ho chiesto a chi si fa portavoce di istanze indipendentiste che si coinvolga nella ricerca e nella elaborazione del Nuovo Statuto, ben sapendo che la loro prospettiva futura è diversa da uno Statuto di autogoverno, ma sapendo anche che uno Statuto di autogoverno sarebbe un enorme salto in avanti per la prosperità della nostra Isola. Ho avuto risposte possibiliste, altre di apertura alla mia richiesta e una negativa. “Io capisco che a Lei sembri un atteggiamento sbagliato quello di coloro che non le vengono dietro, ma se sullo statuto non è in grado di farsi ascoltare nemmeno dal suo partito, come può pretendere che siano gli indipendentisti a fare la parte degli autonomisti?”
A parte un'enfasi di troppo (un partito non può andare dietro a un suo militante, semmai ne può far propria un'istanza), la riflessione non è destituita di ogni fondamento. Ma questo significa una semplice cosa: se è complesso trovarsi d'accordo su una riforma interna alla Repubblica, che ne sarebbe della ricerca di accordo sull'indipendenza della Sardegna? Con qualche difficoltà, alla fine un accordo sul Nuovo Statuto si troverà. Non mi pare che lo stesso possa accadere intorno a qualcosa che, allo stato, è un progetto accarezzato da élite, consistenti ma élite.
Alla affermazione del mio diritto ad avere una doppia identità, sarda e italiana, l'amico Addis risponde: “Però, e qui il tasto dolente, delle sue due identità solo una è ufficialmente riconosciuta, insieme alla lingua e alla cultura che si porta; l'altra è di fatto una sub-identità, lasciata alla sfera personale e senza reale forza propria”. Certo, ed è per questo che nel Nuovo Statuto si propone la costituzionalizzazione della lingua sarda e l'insegnamento della storia sarda. Non c'è bisogno di creare un nuovo stato per raggiungere questo scopo. Non vorrei creare occasioni di risentimento, ma non mi pare che il movimento di riferimento dell'amico Addis sia particolarmente attento a queste questioni. Mi interesserebbe, invece, sapere se, per esempio sulla costituzionalizzazione del sardo e delle altre lingue della Sardegna, egli e i suoi amici sarebbero disposti a dare battaglia. Così come sul sistema fiscale proposto nello Statuto, sulla trasformazione delle province in enti non onerosi, sulla diminuzione dei deputati sardi, sul sistema delle garanzie nel rapporto cittadini-amministrazione e così via.
Non sono d'accordo con l'apertura di credito all'indipendenza data dall'amico Pintore, ma trovo che abbia ragione quando chiede: “En attendant Godot (o anche preparando la strada per Godot), non è possibile che si sia d'accordo per conquistare il massimo di sovranità possibile sic stantibus rebus?” Stare alla finestra a guardare come se la sbrigano gli altri è naturalmente legittimo, ma non mi pare sia granché per movimenti politici e culturali (penso anche a Sardigna natzione) che vorrebbero candidarsi a governare la Sardegna.

domenica 25 luglio 2010

Kosovo, Corte dell'Aja e indipendenza sarda

La dichiarazione unilaterale di indipendenza del Kosovo non ha violato il diritto internazionale: così ha deciso la Corte internazionale di giustizia, rispondendo a un quesito postole dal segretario dell'Onu. È cioè in regola con le leggi che regolano due diritti che apparentemente sono in contrasto: quello dei popoli all'autodeterminazione e quello degli stati alla propria integrità territoriale. Ricordo, perché sia più chiaro, l'oggetto in discussione. L'atto finale di Helsinki (1975) sancisce questi due principi:
- In virtù del principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, tutti i popoli hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale;
- Gli Stati partecipanti rispettano l'integrità territoriale di ciascuno degli Stati partecipanti. Di conseguenza, si astengono da qualsiasi azione incompatibile con i fini e i principi dello Statuto delle Nazioni Unite contro l'integrità territoriale, l'indipendenza politica o l'unità di qualsiasi Stato partecipante, e in particolare da qualsiasi azione del genere che costituisca minaccia o uso della forza.
Perché, dunque, quell'atto del parlamento kosovaro non viola questo secondo principio? Dopo due anni di discussione, questa la sentenza dei giudici della Corte dell'Aja: “La portata del principio dell'integrità territoriale è … limitata alla sfera delle relazioni interstatuali”. Impedisce insomma ad uno stato di aggredirne un altro o di minarne l'integrità territoriale. Un popolo, il kosovaro in questo caso, ha il diritto di uscire da uno stato per costituire il suo.
Benché sia una sentenza dirompente (ma – hanno detto i giudici – non è compito nostro preoccuparci delle conseguenze), il lungo documento reso pubblico qualche giorno fa non ha sollevato, in Italia almeno, il dibattito che meritava. Quasi bastasse ignorarlo per nasconderne l'esistenza. Su questo blog ho spesso affrontato, da spirito libero, la questione dell'indipendenza posta da movimenti e da partiti sardi. Ero convinto prima, e lo sono a maggior ragione ora dopo il pronunciamento dell'Aja, che l'indipendenza della Sardegna non è una questione di legittimità, ma di fattibilità e di opportunità.
Si porrebbe fuori del diritto internazionale, insomma, chi si illudesse di impedire con la forza il diritto dei sardi all'autodeterminazione e alla conseguente possibilità che i cittadini sardi scelgano l'indipendenza. Detto questo – io non sono mai stato uno struzzo e non aspiro ad esserlo – credo che sia diritto mio e di quanti la pensano come me battermi perché ciò non accada. La Sardegna, come succederebbe se avessimo la capacità e la volontà di darci uno Statuto del tipo di quello da me proposto, potrebbe avere tutta la sovranità di cui ha bisogno senza rompere l'unità della Repubblica italiana. Ci sono certo ragioni sentimentali, culturali, storiche per salvare questa unità e niente hanno a che fare con la retorica giacobina. Ma ce ne sono soprattutto economiche. Sarei lieto di discuterne, con pacatezza, con chiunque sia interessato ad un dibattito sulle prospettive sarde della sentenza della Corte internazionale di giustizia.

venerdì 23 luglio 2010

Il cattivo radar militare di destra, si fa buon radar civile di sinistra

“Colata di cemento”, “radar militare” che “come è facile immaginare sarà di quelli con una gigantesca palla”, lì proprio in uno dei posti più incantevoli dell'Asinara, Punta Scomunica. Una brutta facenda, insomma, cominciata “nel più totale riserbo all’inizio dell’anno, tra la fine di gennaio e la prima metà di febbraio”, periodo, come è noto, in cui a Cagliari e a Roma governa il centrodestra.
Poi, all'improvviso, contrordine amici.
Il radar da militare diventa civile, dovrebbe servire a controllare il traffico delle petroliere, e la colata di cemento non è poi tanto colata, pur restando che il radar potrebbe essere costruito altrove. Cos'è successo a moderare l'indignazione del giornalista che per primo ha dato la notizia del paventato scempio dell'Asinara? Semplicemente, la faccenda è cominciata in era soriana e, quindi, non può essere tanto brutta. Ed ecco i contorcimenti verbali dei responsabili.
L'ex assessore dell'ambiente nella Giunta Soru assicura: “Una cosa è l’assegnazione dell’area, altra cosa è la parte relativa alle opere che sono soggette a concessione edilizia, e nel caso specifico del Comune di Porto Torres”. Traduco: io ho assegnato l'area per costruire il radar, ma poi sta al Comune competente dare la licenza per costruirlo. L'ex assessore dell'urbanistica ricorda di aver ridimensionato l'area da 800 metri quadri a meno di cento. A lui niente sfugge, però; sia ben chiaro che c'è il “divieto di destinare l’area assegnata a un uso diverso da quello specificato”. Cioè il radar.
Amici del Pd, ma perché insistete a farvi tanto male da soli?
Foto: L'Asinara dal satellite

mercoledì 21 luglio 2010

Agcom: non solo un problema di telecomandi

La decisione dell'Agcom di escludere programmaticamente le tv locali nei primi nove pulsanti del telecomando del digitale ha ricevuto la reazione che meritava. Sono del tutto d'accordo con i colleghi parlamentari che, in queste settimane, condotto la battaglia per ridurre alla ragione l'Agenzia per le garanzie nelle comunicazioni, Agcom, appunto. Per ora hanno vinto l'arroganza e la burocrazia che, anche ai livelli alti di una Autorità, mostra di saper agire solo fuori del buon senso.
Pur avendo condiviso fin dall'inizio la battaglia, ho preferito non sovrapporre la mia alle voci di chi per primi hanno sollevato la questione. Che è molto semplice, nella sua ottusità: l'Agcom ha deciso di far programmare i telecomandi della tv digitale, assegnando i primi 9 posti – quelli immediatamente raggiungibili con un solo click – alle televisioni a diffusione statale. Naturalmente, ci mancherebbe anche questo, l'Agcom non impedisce ai cittadini di riprogrammare il loro telecomando, assegnando i pulsanti alle tv preferite, quelle sarde nel nostro caso. Ma la cosa è complicata e non di facile comprensione per chi ha scarsa dimestichezza con la tecnologia. E si tratta, comunque, di un atto di imperio, in quanto tale intollerabile.
Tecnologia e arroganza a parte, c'è un aspetto che a me riesce ancor più insopportabile, perché da conto della distanza esistente fra l'ottusità burocratica e la cultura federalista che si sta sviluppando nella Repubblica e che ha, o dovrebbe avere, il massimo rispetto delle minoranze. Ecco come l'Agcom descrive la formazione della sua decisione: “Al fine di verificare attitudini e preferenze del pubblico è stato inoltre effettuato un sondaggio condotto da una società specializzata, che ha evidenziato, nella sintonizzazione dei canali del sistema digitale, la prevalenza nelle prime posizioni del telecomando (numeri da 1 a 9) delle emittenti televisive nazionali ex analogiche. Ciò conferma la correttezza dell’ipotesi posta in consultazione, in merito alla quale si sono dichiarate favorevoli le principali associazioni delle emittenti”.
In poche parole, l'Agenzia ha fatto prevalere le abitudini della grande maggioranza degli utenti della Penisola, escludendo le preferenze di grandi minoranze come quella sarda che, fra l'altro, essendo circondata dal mare non avrebbe potuto ledere le scelte della maggioranza. È come se l'Autorità avesse chiesto ai 60 milioni di italiani se (tanto per non parlare sempre di Sardegna) preferissero l'uso dell'italiano o del tedesco parlato in Sud Tirolo. Spetterebbe ai sudtirolesi decidere quale lingua usare nella loro regione, non vi pare? L'ottusità burocratica non sarebbe d'accordo: troppo complicato. E così, mutatis mutandi, è successo in questa vicenda, dimostrando che più che un ufficio di garanzia, l'Agcom è agenzia per la complicazione delle cose semplici.
È in gioco, qui davvero, la libertà e il pluralismo dell'informazione, un pluralismo che in Sardegna si chiama anche e soprattutto difesa dell'identità del popolo sardo. Fa perciò impressione il silenzio, appena rotto da qualche frettolosa presa di posizione, adottato dal sindacato dei giornalisti, molto impegnato e ideologicamente indignato in una difesa di casta a difesa dell'abuso nelle intercettazioni e distratto quando si tratta di battersi per il diritto dei cittadini ad essere informati, possibilmente al di fuori del pensiero unico.

lunedì 19 luglio 2010

Il partito che non c'è nell'Isola che c'è

Si potrebbe anche pensare, e qualcuno me ne ha parlato, che un dirigente del Pdl come me sia felice della crisi di idee attraversata dal Pd, sempre più “partito che non c'è”. E invece no: lo stato confusionale del partito di minoranza – non ci sono le condizioni per parlare di partito d'opposizione – fa danni alla democrazia sia nella Penisola sia in Sardegna. La sua attesa che la magistratura politicizzata, supplendo alla mancanza di opposizione, dia la tanto agognata spallata è qualcosa di più che un giocare col fuoco, è una dichiarazione di impotenza.
Capisco che questo possa essere nei sogni di chi come Di Pietro ha in progetto l'aumento dello 0,1 per cento alle prossime elezioni, ma che lo sia anche in quanti si definiscono “partito responsabile”, alternativa di governo al centrodestra, è molto grave. Non per il Pdl, ma per la democrazia. Non un berlusconiano, ma un vecchio liberale come Piero Ostellino, si interroga se una parte della magistratura non stia “innovando” la legislazione con la sua ricerca di reati non contemplati nel codice penale. Se così fosse, per esempio con questa vicenda della cosiddetta “P3” aggiungo io, non si tratterebbe, almeno oggettivamente, di una supplenza alla incapacità del Pd di battere Berlusconi con una seria alternativa di governo?
Non ho tutti gli elementi di giudizio che Berlusconi ha per parlare di un tentativo di combatterlo con le armi improprie del rovesciamenti del voto popolare, ma è certo che la vicenda abbia troppe nubi oscure che la campagna mediatica non contribuisce a diradare, anzi. Così come è certo che, qui in Sardegna, c'è chi utilizza i riflessi sardi di questa campagna mediatica per sognare una via giudiziaria e giustizialista che risolva la crisi di identità e di capacità programmatica del maggior partito d'opposizione.
Mettiamo per assurdo che Ugo Cappellacci raccolga l'intimazione a dimettersi; insieme ad esso andrebbe a casa l'intero Consiglio regionale e si dovrebbe tornare al voto. Il centrodestra ha un programma, non fosse altro se non la continuazione di quello che in questo anno e mezzo ha cominciato ad attuare. E l'opposizione? Raffazzonerebbe un programma nel mese di campagna elettorale, quel che in diciotto mesi non è stato capace di proporre in alternativa a quello del governo sardo? Via, siamo seri, amici del Pd, anche voi sedotti dalla demagogia di Francesca Barracciu e dal suo monomaniaco “Cappellacci delendum est”.
Non voglio certo insegnare ad alcuno come si faccia l'opposizione, ma, in questa che sarà una legislatura costituente, si è mai sentita dai banchi dell'opposizione consiliare una voce che proponesse un qualcosa? Anche solo per dire che fra i due disegni di legge costituzionali per il Nuovo Statuto, il mio e quello del mio amico Antonello Cabras, appoggiavano quest'ultimo? Ho già scritto su questo blog che il disegno di legge di Cabras non mi piace ma che è una cosa concreta su cui si può discutere. E voi, amici del Pd?

domenica 18 luglio 2010

L'autogol di Francesca la censora

Ma guarda tu com'è curiosa la vita. C'è una parte del Pd sardo, “in crisi di astinenza dal potere” come l'ha definita l'amico Cappellacci, che cerca fra i verbali giudiziari e in mezzo alle intercettazioni spunti per una politica che altrimenti non saprebbe fare. Si è messa in fiduciosa attesa che dagli interrogatori di Flavio Carboni uscissero finalmente ingredienti ghiotti per l'unico piatto politico capace di cucinare: le dimissioni del governo sardo.
Ricordate i discorsi di Catone, il senatore romano? Secondo Plutarco, parlasse di cultura ellenista decadente, dei baccanali da abolire, dei medici ripugnanti perché greci, il censore immancabilmente finiva i suoi interventi: “Per il resto ritengo che Cartagine dev'essere distrutta”. Un monomaniaco, insomma, secondo il grande storico romano. Noi abbiamo qui in Sardegna una Francesca censora. Di qualunque cosa si parli, la coda dei suoi interventi è una sola: “Cappellacci deve dimettersi”.
Lo spunto per l'ultima orazione, è venuto alla on. Barracciu da un interrogatorio di Flavio Carboni, finalmente utilizzabile come sostituto della politica. Visto?, ha detto l'ex sindaco di Sorgono, anche Carboni lo dice: Cappellacci “ha creato solo danni a tutti”. Ma nella fretta di preparare il suo più recente “Cappellacci delendum est”, si è dimenticata di citare la frase per intero: “Perché ha cancellato la legge Soru che consentiva alle grandi società di intervenire nel mondo dell'eolico”.
Qualcuno, per piacere, si vuol prendere l'incarico di spiegare alla on Barracciu che cosa significa quella frase? E di dirle che se proprio aveva deciso di assestare un colpo all'ex presidente della Giunta poteva trovare un modo meno cruento?

sabato 17 luglio 2010

Attendendo il garantismo del Pd

Il segretario regionale del Pd, Silvio Lai, garantisce – chiedo scusa per il gioco di parole – che il suo partito è “responsabile e garantista”. Forse voleva dire che sarà nel futuro l'una e l'altra cosa e se questa è una promessa, essa va presa con l'attenzione che merita. Pur nell'incapacità di fare oggi una opposizione responsabile e pur nelle sue debolezze attuali nei confronti della sirena dipietrista, il Pd è pur sempre un importante partito che ho sempre rispettato come avversario e mai considerato nemico. Sto in fiduciosa attesa che un domani Lai e i suoi diventino, appunto, responsabili e garantisti.
Oggi non lo sono e, per il rispetto che ho dell'amico Lai, non ne sono affatto felice. Fosse responsabile, il Pd sardo non sarebbe in trepidante attesa che qualche pm risolva i problemi che esso incontra nella elaborazione di uno straccio di programma alternativo a quello del centrodestra. Fosse pienamente garantista, Lai non si sarebbe fatto scappare che “il presidente deve assumersi le proprie responsabilità, che prima di tutto è personale e individuale, al di là della consapevolezza di non aver commesso reati”. Traduco: non mi importa che lei, presidente Cappellacci, si senta e sia innocente di ciò di cui la si sospetta; a me interessa solo che ci sia il sospetto.
Naturalmente, questo ragionamento, degno del principe dei giustizialist più che di un uomo come Lai, funziona solo se ha di mira un nemico politico che è difficile combattere per vie non giustizialiste. Non vale per i compagni di partito. Basta dire, come nel caso del mio amico Milia, che il codice etico del Pd non contempla la fattispecie del reato per cui ha ricevuto una condanna. Per me, che sono davvero garantista, Milia è innocente perché è condannato in un solo grado di giudizio. Per Lai sembra esserlo perché membro del partito dei migliori. Lo stesso io penso di Renato Soru, non solo indagato, ma anche formalmente accusato e oggi sotto processo. È innocente fino a che i giudici non decidano altrimenti. Lo stesso penso dell'ex presidente del Consiglio regionale Giacomo Spissu, anche egli alle prese con sospetti che gli auguro decadano.
Forse è perché non si può essere garantisti a convenienza. Però aspettiamo, forse Lai dimostrerà che il suo partito è responsabile e garantista non solo con i suoi, ma anche con gli avversari. So che i miei amici mi chiederanno se, arrivato alla mia età, creda ancora alla Befana. Ma correrò il rischio.

mercoledì 14 luglio 2010

La barbarie della giustizia per via mediatica

Quella che ci stanno consegnando da tempo giornali e televisioni è una società percorsa dalla corruzione e dal malaffare in proporzioni che appaiono mai viste. La realtà è diversa, ma così appare perché l'uomo non ha memoria lunga ed ha, invece, una naturale propensione ad accontentarsi di quanto sente e legge nell'immediato. Così, pochi si accorgono che “la politica”, non ostante in gravi casi denunciati e che sarebbe sciocco minimizzare, non è il settore della vita sociale più colpito dagli scandali. La vulgata purificratice dei giustizialisti si fonda, insomma, più sulla spettacolarizzazione del fenomeno che sul fenomeno stesso: un politico indagato non è una persona su cui si compiono indagini, ma un bubbone infetto, indipendentemete dal fatto che magari, chi sa fra quanto tempo, quell'uomo possa risultare innocente.
L'allarme di questi ultimi tempi non nasce dall'accertamento di reati con conseguenti giuste condanne penali ma quasi esclusivamente da campagne mediatiche che alimentano una giacobina voglia di forca piuttosto che un diffuso desiderio di giustizia.
Personalmente, mi rifiuto, come sempre ho fatto, di leggere le intercettazioni che circolano sui media perché solo se fossi pregiudizialmente in mala fede potrei farmi un'opinione su fatti, sulla base di mezze frasi di cui non è nota l'intonazione della voce, il contesto in cui sono state prounciate, il fatto che siano dette seriamente o per scherzo. E questo mi capita sia che riguardino, come è successo, il principe dei giustizialisti, sia che concernano altri.
Un atteggiamento di corretta fiducia nell'operato dei giudici mi suggerisce di attendere che ci sia un loro pronunciamento sul lavoro dei pm e sulla difesa degli indagati. Un giudizio che dovrà essere di assoluzione per gli innocenti e di giusta condanna se colpevoli, quale che sia l'immagine che degli indagati esce fuori dal martellamento mediatico. Purtroppo, questo giudizio verrà chissà quando e, certamente, quando il danno alla reputazione degli individui sarà fatto e sarà irrimediabile, nel caso di proclamata innocenza degli individui già processati e condannati sui media.
Passano gli anni e sarei curioso di sapere che immagine è rimasta nella mente di ciascuno di noi di una persona, come Ottaviano Del Turco, che certo non è mio amico di partito. Qualcuno ricorda se le vagonate di fango che lo hanno coperto, prima, durante e dopo la sua carcerazione erano in qualche modo legittimate da una sentenza? Sembra proprio di no, visto che le accuse cadono una dopo l'altra. Qualcuno ricorda il dramma di Calogero Mannino, sedici anni fa dipinto come una mostruosa piovra, e poi assolto in tutto e per tutto dopo che la sua vita politica era stata distrutta e una grave malattia lo aveva provato nel fisico e nell'animo? Chi ha sbagliato va condannato dopo un equo processo come dettano la Costituzione e il buon senso. Ma guai alla nostra civiltà se i processi diventano show mediatici spesso destinati a finire nel nulla. Il desiderio di sentenze sommarie, alimentato da corruttori delle coscienze quali Di Pietro e la sua congrega, ha guastato la nostra società almeno quanto l'hanno minata il giustizialismo e il giacobinismo. Accomunando un un unico fascio chi fa politica seriemente e con spirito di servizio a chi si comporta diversamente (saranno i giudici a dire se hanno o non hanno commesso reati) non solo delegittimano la politica, ma la rendono sospetta ai cittadini, alimentando il sogno peronista dei Di Pietro.
La loro idea di Stato etico, un abominio totalitario, è in sintonia con l'operato di gruppi ristrettissimi di pubblici ministeri di cui è nota, per lo meno, la incapacità di mantenere il riserbo sulle loro indagini. Così che, i magistrati giudicanti, quelli che dovranno decidere sul futuro di altri cittadini, si troveranno immersi in un clima da caccia alle streghe, apparecchiato da coloro ai quali, usando spregiudicatamente le intercettazioni, della giustizia poco si importa. È una società imbarbarita quella che hanno in mente, in cui all'opposizione, come succede oggi, non si impone il dovere di proporre alternative ma si offre la possibilità di cavalcare l'onda del crescente giustizialismo totalitario. Queste opposizioni pensano che, conquistato per via peronista il potere, sapranno combattere la barbarie da loro creata e restituire civiltà. Neppure ricordano che anche Robespierre fu vittima della furia giacobina da esso creata.

lunedì 12 luglio 2010

Se un colonnello della Finanza rispetta e ama il sardo

“Casteddu - Sos militares de su G.I.C.O. de su Nùcleu de Politzia Tributària de sa Guàrdia de Finàntzia ant secuestradu prus de 10 chilos de cocaina e arrestadu a sos 7 cumponentes de s'organizatzione criminale italoibèrica. Sa droga fiat cuada...”. È uno dei comunicati stampa in sardo firmati dal colonnello Giovanni Casadidio, comandante della Guardia di finanza di Sassari, da ieri trasferito a Bergamo. Quasi quotidianamente, il colonnello “Domodedeus” ha per molto tempo ha dato informazioni bilingui ai giornali e ai siti di tutta la Sardegna, parlando della attività dei suoi uomini.
Non era, come purtroppo a volte è stata colta, una maniera folcloristica e pittoresca di comunicare con i media e, attraverso loro, con i cittadini. Ma, molto più semplicemente, la presa di coscienza che viveva e operava in una società bilingue, nella quale entrambe le lingue usate dai cittadini hanno pari dignità e pari diritto di essere usate non solo come lessico familiare, ma anche come lessico ufficiale. Quel che è apparso a molti, a troppi, un atto rivoluzionario e curioso, è stato semplicemente una presa d'atto che una legge dello Stato, la 482, riconosce al sardo lo status di “lingua di minoranza storica” (lingua di minoranza nazionale la chiama più propriamente la Convenzione europea sulle lingue) da tutelare.
Ho esitato nel passato a parlare dell'iniziativa del colonnello per non correre il pericolo di strascinarlo nella molto provinciale temperie politica di questa nostra Sardegna in cui tutto è a rischio di strumentalità. Ma ha perfettamente ragione, il colonnello Casadidio: “La Sardegna può piacere o meno a chi qui è nato; i sardi di adozione la amano invece in maniera particolare” ha detto salutando. Ed ha concluso come concludeva i suoi comunicati: “Forza Paris e Salude e trigu”.
Da quando ha cominciato ad emanare i suoi comunicati bilingui, prendendo atto che esiste una lingua amministrativa scelta dalla Regione, questa ha scelto per scrivere. Non so se condividesse la scelta della Regione, se la trovasse perfetta o perfettibile, ma dai fatti si capisce che una cosa gli è stata chiara: la lingua di una minoranza storica, quando è scritta e soprattutto quando è usata da una amministrazione, è una.
Una lezione che, sono sicuro, Casadidio si è guardato bene da voler dare a chicchessia, ma che è nelle cose, nella pratica del fare.

giovedì 8 luglio 2010

Province si o no: un po' di serietà, via

Ci sarà pure un modo per affrontare la questione delle province, vecchie e nuove, senza isterie qualunquiste e senza levate di scudi di una opposizione vagolante a secondo delle proprie convenienze? Credo di sì, anche se dispero di trovare nel centrosinistra interlocutori che badino ai problemi e non ai sei su sette orticelli appena riconquistati. E tanto per cominciare, ripropongo qui l'articolo 54 dello Statuto speciale il cui disegno di legge ho presentato in Senato: “Le Province sono enti intermedi eletti in secondo grado, espressione dei sindaci della zona. La legge statutaria ne determina organi, funzioni, operatività e modalità di elezione”.
Nessuna abolizione, dunque, ma loro trasformazione in ente di raccordo fra la Regione e i Comuni, che non gravi sulla spesa pubblica come oggi, che sia espressione dei sindaci, amministratori già in carica, cioè e, soprattutto, frutto di una legge del Parlamento sardo. Io dubito che fra gli oltranzisti della abolizione ad ogni costo siano poi tanti a conoscere quali siano le vecchie e nuove funzioni delle province sarde e siano, quindi in grado, di fare una valutazione serena dei costi e dei benefici di una provincia. E però, bisogna riconoscere che le loro annose campagne politiche e mediatiche hanno alla fine raggiunto, soprattutto in Sardegna, gli obiettivi di deligittimazione popolare.
È andato a votare poco più della metà degli elettori, il 52,4 per cento; tre mesi prima, in Continente andò a votare per le provinciali dal 61 per cento di Imperia a 71% di Caserta. Quale che siano le ragioni della maggiore disaffezione dei sardi, è bene prenderne nota e non nascondere la testa sotto la sabbia.
Sta di fatto che sia di una certa urgenza recuperare alle province la credibilità perduta. Non lo si può fare continuando a far finta di nulla. La proposta che fa parte del Nuovo Statuto speciale, elaborato dal Comitato per lo statuto e da me fatta propria, credo sia un'ottima base di discussione.

PS – Qualcuno potrebbe chiedermi perché, pensando ad una riforma tanto profonda delle province, io mi sia candidato a presiedere quella di Cagliari. Risponderei: proprio per questo, per facilitarne la riforma. Ma c'è, oltre alle ragioni che gli elettori e chi legge questo blog conoscono, di ribellione alla conduzione correntizia del mio partito, un motivo semplice. Finché la legge prevede le province, è bene che queste siano amministrate come si deve, negli interessi dei cittadini.

mercoledì 7 luglio 2010

Legge per i fabici: una vittoria di tutti

Se e quando lo vorranno i fabici potranno arruolarsi nell'esercito e nella polizia. È finita così, con un voto unanime della Commissione difesa del Senato, una lunghissima discriminazione che ha colpito centinaia di migliaia di giovani della Sardegna e del Meridione d'Italia, regioni particolarmente colpite dalla malattia. La convinzione che la carenza, parziale o totale, dell’enzima G6PDH, fosse invalidante appartiene a un passato superato oggi da nuove acquisizioni scentifiche e dalla ricerca terapeutica; malgrado ciò, non è stato facile superarla.
Passata alla Camera lo scorso anno, la legge che abolisce una norma oggi non più supportata da ragioni mediche, ha dovuto superare non poche difficoltà, in una battaglia culturale e di civiltà in cui sono stato in prima linea insieme agli altri parlamentari sardi. Ieri, finalmente, la conclusione che, come dicevo, ci ha trovato tutti uniti nel convincere della fondatezza delle nostre argomentazioni quanti, per loro fortuna, vivono e operano in regioni praticamente immuni.
Sconsolatamente devo leggere che neppure davanti a una vittoria di tutti, due colleghi del Pd, Sanna e Scanu, resistono alla tentazione del vecchio “migliorismo” di matrice comunista: “Raccogliamo oggi il frutto di una forte pressione esercitata sul governo”. Che tristezza, in questo modo di pensare al ruolo dell'opposizione. Impedisce loro di gioire per un successo dell'unitarietà d'intenti, dei parlamentari certo, ma anche del governo. Ricordate, amici Sanna e Scanu, la storia della mosca che posata sul corno di un bue si illudeva di guidare il carro?
Io preferisco pensare che la politica tutta abbia riconquistato un po' di credibilità in seno ai cittadini e che sia tempo di gioire tutti insieme, invece di lasciarsi andare alla consueta polemica di poco momento, avanzando meriti che sono di tutti.