Il Pd manifesta oggi, alla corte di Di Pietro, per il rispetto delle regole in democrazia. Ce ne è motivo, eccome. Bersani finge di prendersela con un decreto interpretativo della legge elettorale (come si è visto ininfluente sulle prossime elezioni regionali) che renda trasparenti i meccanismi di deposito delle liste, sottraendoli all'arbitrio di chiunque, cancellieri e giudici compresi. In realtà, il Pd ha in mente altro: il rispetto, per dire, della regola che impedisce ad un pm di utilizzare le intercettazioni di un capo di governo, senza la preventiva autorizzazione del Parlamento. È una norma della Costituzione, dettata più dal buon senso che dalla necessità di tutelare un parlamentare e di sottrarlo ai ghiribizzi di un magistrato. Ma anche la regola secondo cui gli uffici di una Procura devono tenere per loro e assolutamente segreti atti istruttori, per di più ancora agli inizi e anche quella secondo cui un pm che non ha competenza a indagare, si spoglia dell'inchiesta e la spedisce alla procura competente.
Sono convinto che Bersani abbia in testa questo rispetto delle regole per la sua protesta ospitata da quel integerrimo tutore delle “regole che gli fanno comodo” che è l'ex pm Di Pietro, eletto maitre à penser del Pd. Il suo mentore, tanto per esemplificare, è uno strenuo difensore della libertà di stampa quando pensa al suo programma di riferimento Annozero, ma solo di quella, perché vorrebbe cacciare “a pedate nel sedere” uno che, come il direttore del TG1, la pensa diversamente.
Questo, naturalmente, se davvero Bersani e il Pd tenessero alle regole e alle leggi, cose che, come si sa, in una certa cultura politica si rispettano solo se fruttano consensi: tra la rivoluzione e la verità – fu un motto di quella cultura – si sceglie sempre la rivoluzione. Eppure, il pm in questione o non ha rispettato le regole o non ha vigilato sul loro rispetto. Nei suoi uffici a Trani si sa benissimo che una intercettazione in cui compare un capo di governo o un parlamentare può essere usata a fini penali solo dietro autorizzazione del Parlamento, come ho dettoi. Lo si sa, ma prima che il procuratore della Repubblica autorizzi la trasmissione al Parlamento e prima che questo decida, passerebbero ben più dei quattordici giorni che ci separano dalle elezioni regionali.
Sarebbe inutile, troppo tempo ci vorrebbe perché la notizia bomba (“indagato Berlusconi”) abbia l'effetto voluto. Ed ecco, allora, che il testo delle intercettazioni (completo o parziale, chi lo sa?) approda sulle scrivanie di un giornalaccio scandalistico, tanto specializzato nel ventilare fango sul nemico da aver rimproverato Santoro di essere troppo e inutilmente “imparziale”. Nessuno sa, oggi, che consistenza abbiano quelle intercettazioni. E nessuno sa ancora se un giudice terzo considererà reato dire, in una telefonata privata, che della livida faziosità di Annozero se ne ha le scatole piene. Spero proprio di no, perché non vorrei che finissimo nei guai io e milioni di persone che la pensano allo stesso modo e che, a volte, lo dicono per telefono ai propri amici.
sabato 13 marzo 2010
giovedì 11 marzo 2010
Quando si fanno buone leggi e sono ignorate
Leggendo la stampa e ascoltando i telegiornali, si ha una visione nera dell'attività parlamentare e più in generale di quella politica, in cui accadono solo contrasti e risse verbali. Questo costume, criticato più volte sia dal Papa sia dal presidente Napolitano, fa sì che i cittadini ignorino quanto di buono e di grandemente utile succede per la modernizzazione della società.
Non vorrei sbagliare, ma mi pare che nessuno abbia parlato della approvazione quasi unanime (due soli astenuti) avvenuta avantieri alla Camera della legge sulle cure palliative e sulle terapie del dolore. Si è trattato del voto definitivo sulla proposta che io avevo presentato al Senato e che è stata unificata con altre due avanzate da colleghi senatori. Il mio ddl era nato dopo una serrata consultazione delle categorie interessate e di giovani non laureati. L'Italia diventa, così, il primo stato a dotarsi di una legge che garantisce le cure palliative anche ai bambini e fra i pochi che abbiano norme tanto avanzate.
Obiettivo della legge è quello di creare una rete di hospice e strutture, partendo da quelle già esistenti sul territorio. Nel provvedimento, inoltre, vi sono importanti novità per la prescrizione dei farmaci antidolore, tra cui gli oppiacei: i medicinali diventano più facili da prescrivere e il ricettario ordinario prende il posto di quello speciale per oppioidi e cannabinoidi.
Credo sia chiara a tutti l'importanza sociale di questa legge, per assicurare dignità e lenimento delle sofferenze ai malati di cancro e di altre malattie particolarmente dolorose. Rappresenta sicuramente un ulteriore passo in avanti della sanità e della tutela della salute in Italia, già all'avanguardia nel mondo, se solo si pensa alle condizioni esistenti nel paese più avanzato dell'Occidente. E se solo si pensa alla battaglia che il presidente Obama conduce per arrivare a qualcosa che somigli alla situazione italiana.
Chi fa politica al bar o con proclami mediatici, tesi l'una e gli altri, a dipingere uno Stato allo sfascio, non gioirà certamente della dimostrazione del contrario. Ma temo troverà nella insensibilità dei mass media un prezioso alleato nell'opera di sfascismo condotta con incosciente disinvoltura. Questi irresponsabili presentano alla comunità internazionale una società malata pensando, così, di lucrare qualche voto in chi non conosce la realtà delle cose semplicemente perché non ne è informato.
Non vorrei sbagliare, ma mi pare che nessuno abbia parlato della approvazione quasi unanime (due soli astenuti) avvenuta avantieri alla Camera della legge sulle cure palliative e sulle terapie del dolore. Si è trattato del voto definitivo sulla proposta che io avevo presentato al Senato e che è stata unificata con altre due avanzate da colleghi senatori. Il mio ddl era nato dopo una serrata consultazione delle categorie interessate e di giovani non laureati. L'Italia diventa, così, il primo stato a dotarsi di una legge che garantisce le cure palliative anche ai bambini e fra i pochi che abbiano norme tanto avanzate.
Obiettivo della legge è quello di creare una rete di hospice e strutture, partendo da quelle già esistenti sul territorio. Nel provvedimento, inoltre, vi sono importanti novità per la prescrizione dei farmaci antidolore, tra cui gli oppiacei: i medicinali diventano più facili da prescrivere e il ricettario ordinario prende il posto di quello speciale per oppioidi e cannabinoidi.
Credo sia chiara a tutti l'importanza sociale di questa legge, per assicurare dignità e lenimento delle sofferenze ai malati di cancro e di altre malattie particolarmente dolorose. Rappresenta sicuramente un ulteriore passo in avanti della sanità e della tutela della salute in Italia, già all'avanguardia nel mondo, se solo si pensa alle condizioni esistenti nel paese più avanzato dell'Occidente. E se solo si pensa alla battaglia che il presidente Obama conduce per arrivare a qualcosa che somigli alla situazione italiana.
Chi fa politica al bar o con proclami mediatici, tesi l'una e gli altri, a dipingere uno Stato allo sfascio, non gioirà certamente della dimostrazione del contrario. Ma temo troverà nella insensibilità dei mass media un prezioso alleato nell'opera di sfascismo condotta con incosciente disinvoltura. Questi irresponsabili presentano alla comunità internazionale una società malata pensando, così, di lucrare qualche voto in chi non conosce la realtà delle cose semplicemente perché non ne è informato.
mercoledì 10 marzo 2010
Garantista sempre, soprattutto con l'avversario
Neppure per un momento ho avuto la tentazione di vestire i panni di un giustizialista, difronte alla condanna del mio amico e avversario Graziano Milia. Il presidente della Provincia di Cagliari è stato ieri condannato per abuso di ufficio che, secondo i giudici della Corte d'appello, avrebbe commesso quando era sindaco di Quartu.
Non ho mai pensato, voglio dire, di utilizzare questa condanna nella prossima campagna elettorale che sta per cominciare in vista del rinnovo del Consiglio provinciale. Ma mi chiedo, e chiedo ai giustizialisti quale sarà il loro atteggiamento davanti a questa condanna. Si arruoleranno, per l'occasione, nell'armata dei garantisti, quelli che come me ritengono innocente chi non sia stato condannato nei tre gradi di giudizio, o insisteranno nelle loro voglia di giustizia sommaria, sempre agitata come una bandiera contro il nemico?
I precedenti depongono a favore di quest'ultima soluzione: chi ha gridato “Mai con De Luca, il plurinquisito” candidato Pd alla presidenza della Regione Campania, non ha avuto difficoltà a voltare gabbana e ad appoggiarlo con entusiasmo. Milia, insomma, credo possa contare sulla vocazione di Di Pietro allo strabismo e al giusitizialismo secondo convenienza. L'unica cosa che potrebbe temere è, semmai, la sete di potere di gente così: guai se si dovesse accorgere che la delegittimazione di Milia potrebbe aprire la strada a un candidato presidente fedele all'Idv.
Per quanto mi riguarda, lo ripeto, Milia non è colpevole perché condannato in uno dei tre gradi di giudizio. Le sue responsabilità sono altre e di ordine politico: quelle di avere amministrato molto male la Provincia di Cagliari. Del resto, i sondaggi fatti per conto del centrodestra e del centrosinistra, conosciuti credo anche da Milia, bocciano l'operato della Provincia di Cagliari alla quale si contesta assenza dai problemi reali dei cittadini e inadeguatezza.
I sondaggi contano quel contano in termini di cifre assolute, ma danno il segno di quale sia il pensiero dell'opinione pubblica. Graziano Milia è un amico personale ma anche un avversario politico al quale non farò sconti, soprattutto se dovessi esser candidato alla Presidenza della Provincia. Ripeto, per me, e così dovrebbe essere per tutte le persone civili, Milia è innocente e lo sarà fino a quando non dovesse essere condannato in tutti i tre gradi di giudizio. Durante la prossima campagna elettorale lo combatterò, ma sempre e solo politicamente, mai umanamente.
Non ho mai pensato, voglio dire, di utilizzare questa condanna nella prossima campagna elettorale che sta per cominciare in vista del rinnovo del Consiglio provinciale. Ma mi chiedo, e chiedo ai giustizialisti quale sarà il loro atteggiamento davanti a questa condanna. Si arruoleranno, per l'occasione, nell'armata dei garantisti, quelli che come me ritengono innocente chi non sia stato condannato nei tre gradi di giudizio, o insisteranno nelle loro voglia di giustizia sommaria, sempre agitata come una bandiera contro il nemico?
I precedenti depongono a favore di quest'ultima soluzione: chi ha gridato “Mai con De Luca, il plurinquisito” candidato Pd alla presidenza della Regione Campania, non ha avuto difficoltà a voltare gabbana e ad appoggiarlo con entusiasmo. Milia, insomma, credo possa contare sulla vocazione di Di Pietro allo strabismo e al giusitizialismo secondo convenienza. L'unica cosa che potrebbe temere è, semmai, la sete di potere di gente così: guai se si dovesse accorgere che la delegittimazione di Milia potrebbe aprire la strada a un candidato presidente fedele all'Idv.
Per quanto mi riguarda, lo ripeto, Milia non è colpevole perché condannato in uno dei tre gradi di giudizio. Le sue responsabilità sono altre e di ordine politico: quelle di avere amministrato molto male la Provincia di Cagliari. Del resto, i sondaggi fatti per conto del centrodestra e del centrosinistra, conosciuti credo anche da Milia, bocciano l'operato della Provincia di Cagliari alla quale si contesta assenza dai problemi reali dei cittadini e inadeguatezza.
I sondaggi contano quel contano in termini di cifre assolute, ma danno il segno di quale sia il pensiero dell'opinione pubblica. Graziano Milia è un amico personale ma anche un avversario politico al quale non farò sconti, soprattutto se dovessi esser candidato alla Presidenza della Provincia. Ripeto, per me, e così dovrebbe essere per tutte le persone civili, Milia è innocente e lo sarà fino a quando non dovesse essere condannato in tutti i tre gradi di giudizio. Durante la prossima campagna elettorale lo combatterò, ma sempre e solo politicamente, mai umanamente.
sabato 6 marzo 2010
La democrazia è salva, ma c'è chi nutre tentazioni golpiste
Quando qualcuno invoca l'intervento dei militari in questioni prettamente politiche dimostra come i propri riferimenti culturali siano gentaglia come Pinochet, Videla, i colonnelli greci. Se poi l'intervento delle forze armate viene invocato per rovesciare un decreto del governo (secondo me giusto, ma il discorso non cambierebbe se fosse sbagliato), firmato dal garante della Costituzione, diventa chiaro che il colpo di stato è nell'orizzonte politico di quel qualcuno. Antonio Di Pietro, lo avete capito.
Ormai, però, il capo dei giustizialisti è diventata una macchietta della politica, pericoloso ed eversore, ma pur sempre una caricatura dell'uomo politico. Quel che sconcerta è la reazione del Pd, il secondo partito dello Stato. Una reazione che, al di là del richiamo al rispetto delle norme, pare piuttosto quella, rabbiosa, di chi si vede sfuggire una vittoria quasi sicura per assenza di avversari sul campo di gioco. E mica una vittoria da poco: nella capitale della Repubblica e nella regione più ricca.
Chi ha seguito la vicenda della presentazione delle due liste, a Milano e a Roma, sa che la decisione del governo di varare un decreto interpretativo non è stata semplice né avventata, vista la costante consultazione con il presidente della Repubblica che ha firmato dopo che, con tutta evidenza, il governo ha accolto i suoi rilievi. C'erano in ballo due questioni di enorme portata: la prima è il rispetto delle regole, la seconda il diritto dei cittadini non solo a votare ma anche a poter scegliere. Entrambi principi di rilievo costituzionale, entrati in conflitto per ragioni sulle quali nessuno può con leggerezza esprimere certezze. Dilettantismo? Parzialità degli uffici? Pressioni fisiche?
Un giorno sapremo che cosa davvero è successo e allora avremo gli strumenti per giudicare e, se il caso, intervenire, anche con leggi che nel futuro evitino pagine simili, sintomo di debolezza degli strumenti e/o degli organi della democrazia italiana. Nell'immediato era necessario ripristinare la democrazia che consiste, direi soprattutto, nel permettere ai cittadini di scegliere programmi e donne e uomini chiamati ad attuarli. Io non so se, come dicono gli amici della Lombardia, la corte d'appello di Milano abbia usato due pesi e due misure davanti alle lista del Pdl e a quelle del Pd. Formigoni afferma che le prove ci sono e sono palesi. Anche questo sarà verificato, visto che esistono per fortuna giudici terzi. Ma il solo fatto che il comportamento della corte di appello abbia dato adito al sospetto di parzialità avrebbe dovuto indurre il Pd a prudenza e, soprattutto, al rispetto della decisione del presidente della Repubblica di firmare un decreto che ha il merito di aver riaperto le porte ad un corretto e democratico esercizio del diritto al voto di 14 milioni di cittadini.
Un'ultima considerazione: che cosa possiamo dire ai tanti giovani sardi della Brigata Sassari impiegati in Afghanistan e in altri teatri di guerra, aii giovani che rischiano la vita per difendere la libertà, la democrazia e il diritto degli afghani a scegliere con il voto chi li governerà? Come facciamo a raccontare loro che in Italia valgono più la burocrazia della democrazia?
Ormai, però, il capo dei giustizialisti è diventata una macchietta della politica, pericoloso ed eversore, ma pur sempre una caricatura dell'uomo politico. Quel che sconcerta è la reazione del Pd, il secondo partito dello Stato. Una reazione che, al di là del richiamo al rispetto delle norme, pare piuttosto quella, rabbiosa, di chi si vede sfuggire una vittoria quasi sicura per assenza di avversari sul campo di gioco. E mica una vittoria da poco: nella capitale della Repubblica e nella regione più ricca.
Chi ha seguito la vicenda della presentazione delle due liste, a Milano e a Roma, sa che la decisione del governo di varare un decreto interpretativo non è stata semplice né avventata, vista la costante consultazione con il presidente della Repubblica che ha firmato dopo che, con tutta evidenza, il governo ha accolto i suoi rilievi. C'erano in ballo due questioni di enorme portata: la prima è il rispetto delle regole, la seconda il diritto dei cittadini non solo a votare ma anche a poter scegliere. Entrambi principi di rilievo costituzionale, entrati in conflitto per ragioni sulle quali nessuno può con leggerezza esprimere certezze. Dilettantismo? Parzialità degli uffici? Pressioni fisiche?
Un giorno sapremo che cosa davvero è successo e allora avremo gli strumenti per giudicare e, se il caso, intervenire, anche con leggi che nel futuro evitino pagine simili, sintomo di debolezza degli strumenti e/o degli organi della democrazia italiana. Nell'immediato era necessario ripristinare la democrazia che consiste, direi soprattutto, nel permettere ai cittadini di scegliere programmi e donne e uomini chiamati ad attuarli. Io non so se, come dicono gli amici della Lombardia, la corte d'appello di Milano abbia usato due pesi e due misure davanti alle lista del Pdl e a quelle del Pd. Formigoni afferma che le prove ci sono e sono palesi. Anche questo sarà verificato, visto che esistono per fortuna giudici terzi. Ma il solo fatto che il comportamento della corte di appello abbia dato adito al sospetto di parzialità avrebbe dovuto indurre il Pd a prudenza e, soprattutto, al rispetto della decisione del presidente della Repubblica di firmare un decreto che ha il merito di aver riaperto le porte ad un corretto e democratico esercizio del diritto al voto di 14 milioni di cittadini.
Un'ultima considerazione: che cosa possiamo dire ai tanti giovani sardi della Brigata Sassari impiegati in Afghanistan e in altri teatri di guerra, aii giovani che rischiano la vita per difendere la libertà, la democrazia e il diritto degli afghani a scegliere con il voto chi li governerà? Come facciamo a raccontare loro che in Italia valgono più la burocrazia della democrazia?
Il valore simbolico dell'Asinara occupata dagli operai
L'occupazione dell'Asinara da parte di lavoratori della Vinyls, con i quali sono solidale non da ora, ha certo una valenza sindacale per la difesa di un posto di lavoro a rischio. Ne ha anche una simbolica credo di notevole importanza. I venti cassintegrati non hanno contotto la loro protesta dentro una fabbrica, su una strada, in un porto o in un aeroporto, luoghi classici delle manifestazioni dei lavoratori in agitazione. La stanno conducendo in un luogo, un parco naturale, che è in sé l'immagine di un progetto di sviluppo alternativo a quello fondato sulla industria chimica, per di più in crisi.Un cassintegrato della Vinyls ha detto a uno degli operai dell'Alcoa andati all'Asinara per esprimere solidarietà: “All’occupazione non è seguita neppure una riga di solidarietà” da parte dei sindacati. Si vede che “sanno come questa partita andrà a finire”. Può darsi che abbia ragione quel lavoratore e che i sindacati non se la sentano di dare false speranze ai 130 della Vinyls. Ma continuo a credere che, sullo sfondo del mancato appoggio, ci sia una presa d'atto che i sindacati, non solo loro certo, ma sicuramente anche loro, hanno per anni difeso un modello di sviluppo insostenibile, anche quando era chiara ed inevitabile la sua crisi. E non hanno spinto se stessi e la politica verso soluzioni diverse dal modello ormai agonizzante.
All'Asinara, proclamata isola dei cassintegrati, è in atto, pur con molte difficoltà, uno sviluppo diverso, fondato sull'utilizzo dell'ambiente per creare economia e occupazione. Un luogo di pena e di patimenti è oggi meta di turismo, lì vi lavorano ex pastori oggi forestali, vi sono e vi saranno attività tese a rendere fruibile l'isola. Insomma, economia, ambiente e occupazione vi convivono e con più forza vi potranno convivere una volta (ma questo è un altro discorso) che saranno un ricordo la burocrazia e gli ideologismi che stanno dietro al modo in cui il Parco fu concepito.
Io non so se i venti cassintegrati oggi sull'isola abbiano avuto consapevolezza della simbologia della loro pacifica occupazione, so che c'è ed è forte.
giovedì 4 marzo 2010
Pale eoliche: non c'è un contrario più contrario degli altri
Concordo con quanto ha detto il presidente Cappellacci circa la minacciata installazione di un muro di pale eoliche nel Golfo degli Angeli: “Su queste battaglie dobbiamo essere uniti. Non si può far finta di non sentire per innescare una disputa senza senso per dimostrare chi è più contrario alle pale off-shore”. Si tratta di una questione che riguarda tutta la Sardegna, non questo o quello schieramento, questo o quell'oppositore alla maggioranza che governa l'Isola.
Esistono meccanismi legali e istituzionali da usare per rendere impossibile agli speculatori di fare il buono e il cattivo tempo, fidando su un dato per oggi incontrovertibile: il mare prospiciente la Sardegna è demanio dello Stato ed è a questo che, chi vuole, si rivolge per chiedere e ottenere le autorizzazioni necessarie. Chi ha seguito e segue le discussioni di questi giorni, sa quante proposte siano state avanzate per resistere alla decisione dei cosiddetti “signori del vento”.
Probabilmente, sarà in una di queste proposte che, nell'immediato, sarà possibile allontanare il pericolo di guasti per l'ambiente e per la sostanza stessa dell'autonomia speciale della Sardegna. Però, vorrei che tutti avessimo piena consapevolezza del fatto che, come già è successo nel Sinis, così giochiamo in difesa e non esercitiamo un potere. Tutti dovremmo sapere che il problema vero, in questo e in moltissimi altri casi, sta, insomma, nella Carta di competenze e di poteri che si chiama Statuto speciale.
Siamo tutti in ritardo, tanto più grave quanto più complessi sono i problemi che ci pone la mondializzazione dell'economia in tutti i suoi aspetti, compreso quello dell'urgenza di studiare una fuoriuscita dalla dipendenza dal petrolio verso le fonti di energia rinnovabili. In questa complessità due sono le alternative: essere governati dall'esterno o autogovernarsi. Nella proposta di Nuovo Statuto elaborata dall'apposito Comitato, che io ho fatto mia e presentata al Senato (il quale l'ha inviata al Consiglio regionale per il parere), le questioni dell'autogoverno sono centrali.
Non solo questa vicenda del mostruoso muro di pale eoliche davanti al mare, ma sicuramente anche questa vicenda, vi trova una soluzione congrua, rispettosa della unità della Repubblica e dei diritti storici del popolo sardo. Se questa proposta non va, in tutto o in parte, se ne contrapponga un'altra, ma subito. La questione delle pale eoliche in mezzo al mare, che sta turbando tutti, è lì a dimostrare che un Nuovo Statuto di autonomia speciale non è lo sfizio di un ristretto gruppo di intellettuali.
Esistono meccanismi legali e istituzionali da usare per rendere impossibile agli speculatori di fare il buono e il cattivo tempo, fidando su un dato per oggi incontrovertibile: il mare prospiciente la Sardegna è demanio dello Stato ed è a questo che, chi vuole, si rivolge per chiedere e ottenere le autorizzazioni necessarie. Chi ha seguito e segue le discussioni di questi giorni, sa quante proposte siano state avanzate per resistere alla decisione dei cosiddetti “signori del vento”.
Probabilmente, sarà in una di queste proposte che, nell'immediato, sarà possibile allontanare il pericolo di guasti per l'ambiente e per la sostanza stessa dell'autonomia speciale della Sardegna. Però, vorrei che tutti avessimo piena consapevolezza del fatto che, come già è successo nel Sinis, così giochiamo in difesa e non esercitiamo un potere. Tutti dovremmo sapere che il problema vero, in questo e in moltissimi altri casi, sta, insomma, nella Carta di competenze e di poteri che si chiama Statuto speciale.
Siamo tutti in ritardo, tanto più grave quanto più complessi sono i problemi che ci pone la mondializzazione dell'economia in tutti i suoi aspetti, compreso quello dell'urgenza di studiare una fuoriuscita dalla dipendenza dal petrolio verso le fonti di energia rinnovabili. In questa complessità due sono le alternative: essere governati dall'esterno o autogovernarsi. Nella proposta di Nuovo Statuto elaborata dall'apposito Comitato, che io ho fatto mia e presentata al Senato (il quale l'ha inviata al Consiglio regionale per il parere), le questioni dell'autogoverno sono centrali.
Non solo questa vicenda del mostruoso muro di pale eoliche davanti al mare, ma sicuramente anche questa vicenda, vi trova una soluzione congrua, rispettosa della unità della Repubblica e dei diritti storici del popolo sardo. Se questa proposta non va, in tutto o in parte, se ne contrapponga un'altra, ma subito. La questione delle pale eoliche in mezzo al mare, che sta turbando tutti, è lì a dimostrare che un Nuovo Statuto di autonomia speciale non è lo sfizio di un ristretto gruppo di intellettuali.
lunedì 1 marzo 2010
Non tutto, per fortuna, è odio e disprezzo
Seguo con interesse, per quanto il lavoro me ne lasci il tempo, blog e siti di amici e avversari, soprattutto questi ultimi, perché sono in grado di fornirmi spunti importanti di riflessione sull'altra faccia della medaglia. Fra questi siti, confesso, quello che più frequento è il forum di Irs per la capacità che ha di offrirmi elementi di conoscenza di un mondo che, normalmente, sfugge alla contrapposizione destra/sinistra, quella che meglio conosco.
Dico “normalmente”, perché, come nel caso che mi ha sfiorato per via della intercettazione di una telefonata personale e non politica, alcuni dei partecipanti al forum si sono lasciati andare a giudizi personali e politici che ripercorrono le strade del più vieto giustizialismo dipietrista che, naturalmente, non metto in conto. Vorrei segnalare – lo avrei fatto direttamente nel forum se mi fosse stato consentito di partecipare – invece due commenti improntati alla civiltà. Il primo è di un membro dell'esecutivo del movimento, Omar Onnis un cui intervento ho avuto il piacere di ospitare nel settembre dell'anno scorso. “iRS non odia e non disprezza nessuno, come Movimento. Non fa parte dei nostri principi” scrive in risposta a chi invece mi odia e disprezza.
L'altro è di Daniele Addis, che qui spesso ha scritto da fiero ma corretto avversario, il quale ha fatto conoscere ai suoi amici quale fosse la mia versione dei fatti (di cui conoscevano solo quella inutilmente insinuante di un giornale). E oggi ha scritto: “Io, ripeto, questa cosa continuo a vederla poco chiara: non conosco fisicamente quella zona di Cagliari e non sono riuscito a reperire l'accordo di programma tra regione, comune e privati del 2000, almeno per avere una base da cui partire.
“Dall'intercettazione tra Cualbu e Massidda emerge che l'imprenditore stava facendo pressioni affiché il tutto si risolvesse in modo a lui favorevole. HA offerto un appartamento a Massidda a prezzi favorevoli, ma non se ne è fatto niente (a quanto pare). Il collegamento tra la telefonata e quello che ha scritto sul blog 2 mesi dopo mi sembra abbastanza una forzatura e oltretutto lui e la sua parte politica quella posizione su Tuvixeddu l'hanno sempre avuta. Seguire la sinistra italiana e attaccarsi alle intercettazioni per accusare l'avversario non porta a niente. La posizione ufficiale del PDL, credo, è che si debba rispettare l'accordo del 2000 e quella va criticata nel merito.
Partendo da questo si deve dimostrare inequivocabilmente, o quasi, che quel progetto distruggerebbe gran parte del patrimonio archeologico.
Domando: È dimostrato inequivocabilmente che Cualbu sta costruendo sulle o eccessivamente vicino alle tombe? Prima di approvare il progetto l'area destinata a Cualbu è stata controllata da esperti (sia del comune-regione che indipendenti) per verificare che sotto non ci fossero dei reperti o altre tombe?
In ultimo il centro sinistra, dopo aver attaccato Maninchedda, presenta una proposta identica alla sua: l'acquisto dei terreni da parte della regione!"
Ci sono imprecisioni (nessuno ha fatto pressioni su di me, tanto meno risulta dalla intercettazione), ma quel che mi interessa segnalare, è che, quanto meno, si possa essere in contrasto di opinioni, nel rispetto reciproco.
Dico “normalmente”, perché, come nel caso che mi ha sfiorato per via della intercettazione di una telefonata personale e non politica, alcuni dei partecipanti al forum si sono lasciati andare a giudizi personali e politici che ripercorrono le strade del più vieto giustizialismo dipietrista che, naturalmente, non metto in conto. Vorrei segnalare – lo avrei fatto direttamente nel forum se mi fosse stato consentito di partecipare – invece due commenti improntati alla civiltà. Il primo è di un membro dell'esecutivo del movimento, Omar Onnis un cui intervento ho avuto il piacere di ospitare nel settembre dell'anno scorso. “iRS non odia e non disprezza nessuno, come Movimento. Non fa parte dei nostri principi” scrive in risposta a chi invece mi odia e disprezza.
L'altro è di Daniele Addis, che qui spesso ha scritto da fiero ma corretto avversario, il quale ha fatto conoscere ai suoi amici quale fosse la mia versione dei fatti (di cui conoscevano solo quella inutilmente insinuante di un giornale). E oggi ha scritto: “Io, ripeto, questa cosa continuo a vederla poco chiara: non conosco fisicamente quella zona di Cagliari e non sono riuscito a reperire l'accordo di programma tra regione, comune e privati del 2000, almeno per avere una base da cui partire.
“Dall'intercettazione tra Cualbu e Massidda emerge che l'imprenditore stava facendo pressioni affiché il tutto si risolvesse in modo a lui favorevole. HA offerto un appartamento a Massidda a prezzi favorevoli, ma non se ne è fatto niente (a quanto pare). Il collegamento tra la telefonata e quello che ha scritto sul blog 2 mesi dopo mi sembra abbastanza una forzatura e oltretutto lui e la sua parte politica quella posizione su Tuvixeddu l'hanno sempre avuta. Seguire la sinistra italiana e attaccarsi alle intercettazioni per accusare l'avversario non porta a niente. La posizione ufficiale del PDL, credo, è che si debba rispettare l'accordo del 2000 e quella va criticata nel merito.
Partendo da questo si deve dimostrare inequivocabilmente, o quasi, che quel progetto distruggerebbe gran parte del patrimonio archeologico.
Domando: È dimostrato inequivocabilmente che Cualbu sta costruendo sulle o eccessivamente vicino alle tombe? Prima di approvare il progetto l'area destinata a Cualbu è stata controllata da esperti (sia del comune-regione che indipendenti) per verificare che sotto non ci fossero dei reperti o altre tombe?
In ultimo il centro sinistra, dopo aver attaccato Maninchedda, presenta una proposta identica alla sua: l'acquisto dei terreni da parte della regione!"
Ci sono imprecisioni (nessuno ha fatto pressioni su di me, tanto meno risulta dalla intercettazione), ma quel che mi interessa segnalare, è che, quanto meno, si possa essere in contrasto di opinioni, nel rispetto reciproco.
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