martedì 26 gennaio 2010

Perché Craxi no e Togliatti, Bogino e Bixio sì?

La questione se intitolare una via o una piazza a Bettino Craxi sbarca nella mia città, Cagliari, per merito di un consigliere regionale socialista, Mondo Perra. Sarà un modo di discutere, fra cagliaritani e sardi in genere, di un insieme di problemi: che cosa sia uno statista, che riflessi abbia avuto in città e nell'intera Sardegna la soluzione giudiziaria di questioni prettamente politiche, che cosa sia rimasto qui da noi dello scontro fra giustizialisti e garantisti e altro ancora.
Fra le prime reazioni alla proposta, credo la più condivisibile sia quella dello storico Francesco Cesare Casula: “Sono favorevole, faccio lo storico e non il moralista. A me compete dire se quella di Craxi sia stata una figura meritevole di essere ricordata. Credo che, a questo proposito, non ci possano essere dubbi. E poi sono contrario alla dannatio memoriae”. Se tutti avessimo la capacità di mettere in sottordine le passioni politiche e le pulsioni ideologiche, non ho dubbi che l'impostazione data al problema da Casula sarebbe la più logica. E mi auguro che i miei concittadini, dai rappresentanti ai rappresentati, seguano nel dibattere quella indicazione.
Se si dovesse seguire la logica dei giustizialisti, e non un complessivo giudizio storico, quante vie dovrebbero essere “sbattezzate” e intitolate diversamente? A Elmas esiste una via Bogino, considerato dagli storici un riformatore ma entrato nell'immaginario collettivo dei sardi come crudele impiccatore sia di malviventi sia dei povera gente. E Carlo Felice fu lo statista che gli storici riconoscono essere stato o quel “Carlo feroce” che è rimasto nella memoria dei sardi? E ancora, può Cagliari intitolare uno dei suoi viali più importanti a Cristoforo Colombo, scopritore è vero dell'America, ma anche feroce sterminatore dei nativi di Hispaniola? E Nino Bixio può meritare una via, sapendo della strage che compì fra i contadini di Bronte?
Altrove, a San Sperate come a Maracalagonis, Selargius e in altri paesi della Provincia, vie sono state dedicate a Palmiro Togliatti, sicuramente uno statista, ma anche sicuramente ricettore di finanziamenti da parte di uno stato straniero come l'Unione sovietica
Come si può notare, non cito solo personaggi dalla dubbia moralità pubblica, pur essendo riconosciute persone degne di essere ricordate: sto citando personaggi che si sono macchiati di assassinii. Nel ricordarli come statisti, condottieri, uomini politici, nessuno storico tace dei loro misfatti, ma, nell'indicarli alle commissioni per la toponomastica, non vestono i panni dei moralisti o dei giudici: vestono quelli di chi è chiamato a dare un giudizio complessivo, storico appunto.
Quello su Craxi dovrà essere proprio questo: un giudizio complessivo. Da questo e solo da questo deriva (o non deriva) la caratura di statista meritevole di una piazza o di una via. Tutto il resto è una paccottiglia ideologica.

domenica 24 gennaio 2010

Sos furrighesos di Anela: la risposta del ministro Bondi

Il ministro dei Beni culturali Sandro Bondi ha risposto ieri alla mia interrogazione sullo scempio commesso da ignoti nella necropoli di Sos Furrighesos di Anela. Come si leggerà, dall'esame dei documenti in possesso del Ministero risulta essere giusto quel che un lettore aveva segnalato e che, cioè, i danni allo straordinario sito archeologico risalgono agli anni Settanta. Ma la risposta, che si può leggere integralmente qui sotto, da conto anche di quanto importante sia stata la segnalazione fatta al governo. Dopo di essa, il Nucleo dei carabinieri tutela beni culturali ha iniziato le indagini per recuperare i reperti trafugati, si sta per concludere l'espoprio dell'area in cui è la bellissima necropoli e la Soprintendenza insieme al Comune di Anela stanno predisponendo un progetto per la conservazione e il restauro del sito archeologico.
Questa la risposta scritta del ministro Bondi:
Con riferimento all' interrogazione in oggetto, si osserva quanto segue.
Dall'esame degli atti d'ufficio, nonche dal sopralluogo effettuato dai Carabinieri del Nucleo Tutela Beni Culturali della Sardegna lo scorso 11 novembre, è emerso che i danni registrati nella necropoli di Sos Furrighesos denunciati dal "Gruppo ricerche Sardegna", cui fa riferimento il Senatore interrogante, non sono recenti, ma risalgono con certezza in epoca anteriore al 1970.
Tale circostanza, infatti, è desumibile sia dalla relazione allegata al decreto ministeriale 24 novembre 1971 di vincolo della necropoli, sia dalle varie pubblicazioni scientifiche quali ad esempio il "Notiziario" della rivista di Scienze Preistoriche e in un articolo pubblicato il 28 ottobre 1970 nel quotidiano "La Nuova Sardegna".
In particolare, quest'ultimo articolo recita testualmente che "...assieme a numerosi graffiti anneriti dal fumo originato dalla accensione di fuochi da parte di pastori si trovano certi referti, anzi si trovavano... in quanto qualche anno fa i soliti amatori di antichità hanno tentato di asportare, ritagliandola a colpi di scalpello, la sezione di roccia nella quale erano le incisioni, frantumandole purtroppo e rovinandole definitivamente". Si rassicura, comunque, il Senatore interrogante che a seguito della segnalazione da parte del "Gruppo ricerca Sardegna", i Carabinieri del Nucleo tutela beni culturali della Sardegna hanno iniziato tempestivamente delle indagini, tutt'ora in corso, proprio al fine di recuperare i reperti trafugati.
Quanto ai provvedimenti che si intende porre in essere al fine di preservare il patrimonio culturale della Sardegna, si fa presente che di recente è stato avviato in collaborazione con la Regione autonoma della Sardegna un progetto volto a far fronte alle molte emergenze archeologiche esistenti nelle province di Sassari e Nuoro.
In particolare, per la Necropoli di Anela si sta concludendo l'esproprio per la valorizzazione del sito da parte del Comune interessato, che ha collaborato con la Soprintendenza archeologica della Sardegna, alla predisposizione di un progetto di prossima attuazione, relativo alla conservazione ed al restauro del complesso ipogeico di Sos Furrighesos.

sabato 23 gennaio 2010

Ecco perché sono disponibile a candidarmi alla Provincia di Cagliari

“È giunto il momento di chiamare a raccolta le migliori esperienze e capacità dell’Isola, accantonando interessi di parte e ambizioni personali. Una grave crisi, come quella che stiamo attraversando, non può che essere affrontata con scelte coraggiose e con un impegno diretto anche a costo di perdere rendite di posizione”.
È quanto ho detto ieri intervenendo al congresso dell’Ugl, dicendomi disponibile a impegnarmi in prima persona alle prossime consultazioni per il rinnovo della Provincia di Cagliari.
La crisi economica – ho spiegato - stravolge tutto e ci impone quindi delle scelte. Ci troviamo di fronte al bivio: subire gli eventi, portando però la situazione verso il baratro oppure guardare alla crisi come a un’occasione per ridisegnare tutti assieme il futuro economico e occupazionale della Sardegna. Questa azione deve essere portata avanti con l’impegno di tutti, istituzioni, lavoratori, categorie professionali, parti sociali e con un’ampia convergenza della forze politiche. Penso, inoltre, al grande patrimonio di esperienze dei sardi che vivono e lavorano in Italia e all’estero, al loro contributo determinante in questa azione di rilancio dell’economia del territorio.
Proprio la provincia di Cagliari, per il ruolo che ricopre anche a livello regionale e per le emergenze e le situazioni di disagio presenti, ha urgente necessità di essere governata con esperienza e competenza.
Sono consapevole delle responsabilità da affrontare e coerentemente a ciò che chiedo agli altri, ho dato la mia disponibilità a governare questo processo. Non mancherò di spiegare le ragioni della mia scelta anche in questo mio spazio agli amici che seguono i miei interventi.

venerdì 22 gennaio 2010

Una legge che rende più giusta la giustizia

La legge cosiddetta del processo breve, che ho votato con convinzione avantieri al Senato, è una misura di civiltà, ma non mi permetterei mai di pensare e dire che tutta l'opposizione, che la ha avversata, sia favorevole all'inciviltà. In alcuni settori c'è anche questo, ma la gran parte dell'opposizione ha fatto il suo dovere: opporsi ai provvedimenti proposti dalla maggioranza. Si dice: siamo d'accordo per modernizzare la giustizia e per attuare la Costituzione in materia, ma questa legge serve al presidente del Consiglio il quale – ha riconosciuto l'Udc – è vittima di un accanimento giudiziario. Questa legge non è ad essere ad personam, evita che ce ne siano contra personam.
Bene, se anche, quando sarà aprovata definitivamente, dovesse servire solo a far cessare l'accanimento di cui parla l'Udc, sarebbe una buona legge. Non esiste al mondo una situazione del genere, per cui un capo di governo sia costantemente costretto a scegliere fra il difendersi in una mole impressionante di procedimenti e il governare. In cui basta la parola di un pentito pluriomicida a trascinarlo in un tritacarne mediatico dagli effetti devastanti per l'immagine dello Stato che governa. Una politica non infetta dall'antiberlusconismo avrebbe da tempo affrontato e risolto unitariamente questa grave anomalia.
Ma la legge che, ripeto, ho con convinzione votato, non è questo. E a dimostrare l'urgenza che la Repubblica si doti di una legge che limiti a un tempo ragionavole la durata dei processi, non ci sono solo i casi eclatanti degli amministratori di Subiaco (20 anni di attesa per ottenere giustizia) e del parlamentare Calogero Mannino (18 anni di traversie giudiziarie prima di essere riconosciuto innocente). Ci sono anche le storie di “gente normale” come quel Simone Locci, 38 anni, di Orroli, che ha aspettato 14 anni prima che il procuratore generale del Tribunale di Cagliari chiedesse la sua assoluzione. Aveva 24 anni quando fu accusato di essere uno spacciatore, ne ha 38 quando i magistrati riconoscono di averlo accusato ingiustamente.
Sono vicende come questa, purtroppo frequenti, che hanno spinto il governo ad attuare l'articolo 111 della Costituzione che, in materia di processi, sancisce: “La legge ne assicura la ragionevole durata”. Né i venti per gli amministatori di Subiaco, né i 18 per Calogero Mannino, né i 14 per Simone Locci sono una “ragionevole durata”. Sono troppi anche gli oltre sei anni previsti dalla legge, altro che “processo breve”, ma si è dovuto fare i conti con lo stato della giustizia in Italia, quella giustizia che il governo vuole riformare.
Certo, non tutto è risolto da questa legge, ma non è un caso se si è voluto cominciare dal cuore del problema: il diritto dei cittadini a una giustizia se non rapidissima almeno dai tempi ragionevoli. In gioco c'è niente di meno che la libertà personale degli individui. Per la lentezza dei giudizi, qualche colpevole sfuggirà alla pena? Spero e credo di no, ma può darsi. E però io resto dell'idea che è sempre meglio un colpevole libero che un innocente in galera o, anche, un innocente sulla graticola per anni e anni. Il resto è giustizialismo e non appartiene alla mia cultura politica.

giovedì 21 gennaio 2010

I centanni dimenticati di Ennio Porrino

Cento anni fa nasceva a Cagliari Ennio Porrino che non solo è il più grande compositore sardo ma è uno dei più importanti della sua epoca. La sua opera “Sardegna” - ha scritto il grande Leopold Stokowski che la diresse a New York - “è una grande musica e nello stesso tempo un'intensa espressione del sentimento della vera Sardegna”. Da noi rischia di essere solo l'autore della sigla del vecchio “Gazzetino sardo”. La solita storia del “nessuno è profeta in patria”? Forse, ma c'è di peggio: c'è la solita storia dell'inguaribile provincialismo della cultura sarda, troppo a lungo egemonizzata dal “cosmopolitismo” di sinistra.
Del resto, questa negazione di rilievo a ciò che nasce nella nostra Terra non è fenomeno sconosciuto. Lo straordinario “Il giorno del giudizio” di Salvatore Satta rimase a lungo sconosciuto, almeno fino a quando ad accorgersi del capolavoro sattiano non fu il critico letterario di un importante settimanale italiano. Dal giorno dopo, il romanzo entrò nel mondo dei “cosmopoliti” di casa nostra. Paragonato a Bela Bartok, elogiato dal musicologo tedesco Karlinger, oltre che dai direttori di orchestra che diressero “Sardegna”, “I Shardana”, “Il processo di Cristo” e altre composizioni, Ennio Porrino – ricorda lo studioso Giovanni Masala – ricevette in vita poche critiche negative per lo più ideologiche per le scelte politiche del compositore sardo. «I Shardana pare aver imboccato la strada giusta per diventare l’opera nazionale sarda per eccellenza» scrisse il musicologo tedesco. Ahimè, no.
Se il “cosmopolitismo” di sinistra non lo calcolò, anche noi che provinciali non siamo e che di sinistra non siamo non abbiamo avuto la capacità di valorizzare questo grande figlio della Sardegna. A febbraio sarà eseguita a Cagliari l'opera “I Shardana”, ma solo in forma concertistica, quasi non valesse la pena di rappresentare l'opera come all'estero si è fatto. Mi sembra che sia poco, troppo poco.

Nella foto: Ennio Porrino

mercoledì 20 gennaio 2010

Però il nuovo Statuto non è solo economia e geografia

Condivido l'idea dei sindacati che lo status di insularità della Sardegna debba avere rilievo costituzionale. Del resto non potrebbe essere altrimenti, visto che sull'insularità mi batto da quando ho cominciato a fare il parlamentare. L'inserimento dell'insularità nel nuovo Statuto, e quindi nella Costituzione repubblicana, mette infatti i suoi effetti economici al riparo da possibili interventi dell'Unione europea, la cui azione è a volte avvitata su questioni burocratiche e formali che impediscono, come nel caso della fideiussione della Sfirs, una celere risoluzione di problemi sostanziali. Penso, per dire, alla salvezza di aziende in grave crisi.
Attenti, però, a ridurre la specialità della Sardegna a questioni geografiche o di gap di sviluppo, come pare significare un altra richiesta dei sindacati, quella di un nuovo “Piano di Rinascita”, come prevede l'articolo 13 dello Statuto attuale. Se si tratta di un modo di dire, se, voglio dire, si chiede allo Stato che garantisca “alla Regione autonoma, perché le amministri, le risorse necessarie al suo benessere economico, sociale e culturale”, non si può non essere d'accordo. Nella proposta di Nuovo Statuto (che, come ho ricordato nell'incontro fra i parlamentari sardi e il sindacato, ho presentato in Senato), è scritto, infatti: “La Repubblica riconosce le cause storiche, economiche e politiche della disuguaglianza fra la Sardegna e il complesso delle regioni continentali e garantisce alla Regione autonoma, perché le amministri, le risorse necessarie al suo benessere economico, sociale e culturale”.
Ma, se come temo, nella richiesta dei sindacati c'è la conservazione dell'art. 13 dell'attuale Statuto, si va ben oltre il mantenimento di un articolo, si conferma che “lo Stato col concorso della Regione” predisponga un piano economico e sociale. Continua, cioè, ad essere lo Stato a intervenire sull'economia sarda, sia pure con il concorso della Regione, e, in sostanza, a decidere come e dove i finanziamenti devono andare. Non mi pare, francamente, un passo in avanti verso quello statuto di autogoverno di cui la Sardegna ha bisogno.
Garantire le risorse necessarie non può continuare a significare solo trasferimenti di quattrini, ma soprattutto, come prevede la proposta del Comitato per lo Statuto che io ho fatto mia, garantire alla Sardegna la capacità e titolarità della riscossione di imposte, tasse e tributi, una cui parte vada allo Stato per l'adempimento dei suoi compiti nelle materie di propria competenza. Ho diverse volte sottolineato il mio compiacimento per la svolta del sindacato sardo nel definire prioritaria la riscrittura dello Statuto. Ma riscrittura, oggi, non può significare piccoli aggiustamenti o perifrasi di una Carta invecchiata e inefficace anche, se non soprattutto, per l'ispirazione economicista di chi sessanta anni fa considerò la specialità della Sardegna un semplice problema di mancato sviluppo.

martedì 19 gennaio 2010

La civiltà politica di Napolitano e l'altrui barbarie

Un lettore del mio blog, in evidente disaccordo con quanto ho scritto sull'accanimento contro Bettino Craxi, manda, a mo' di commento, il video di un rumoroso deretano parlante che prende il posto di un commentatore televisivo. Lascio a voi un giudizio sulla raffinatezza delle argomentazioni e sul fatto se dare ad uno della “faccia di c...” sia davvero libertà di stampa.
Certo, leggermente più consono è il commento del dipietrista De Magistris al messaggio del presidente della Repubblica alla vedova di Craxi, un monumento alla civiltà politica che ha ricevuto da quell'ex magistrato un commento lapidario: la lettera di Napolitano è “uno sfregio alla storia”. Siamo, insomma, ancora una volta di fronte non al giudizio politico ma all'accanimento barbaro contro il nemico che, neppure dopo morto, merita una articolata considerazione politica. Gente così non fa prigionieri, è per quella che nell'Ottocento si chiamava “giustizia economica”. Dio ci scampi da tanta barbarie.
Questi giustizialisti, va da sé, sono anche garantisti, quando ad essere toccato è uno del proprio club giacobino. Le voci malevole che girano da qualche giorno sul giustizialista principe (e che io, da garantista sempre e con tutti, ritengo poco più di gossip) sono per essi naturalmente infamie che fanno parte di un gioco politico. Anche gli alleati di Di Pietro, i pd, sentono profondo imbarazzo nell'assecondare la levata di scudi contro tali voci malevole. E stanno zitti, ricordando, forse con un po' di pudore, le campagne mediatiche e politiche contro il presidente del Consiglio fondate su pettegolezzi, gossip, informazioni false.
Ma forse non è solo imbarazzo, forse c'è una consapevolezza che prima di giudicare qualcuno colpevole, bisogna aspettare che sia la magistratura attraverso tre gradi di giudizio a dirlo. Se una volta bastava un avviso di garanzia contro un avversario per chiederne le dimissioni, ora non più. Forse perché quel che sembrava colpire solo i nemici, può colpire anche gli amici. “Una persona che riceve un avviso di garanzia continua a essere innocente” è il commento del sindaco di Sassari, destinatario di un tale avviso, come ha appreso prima dai giornali che dalla Procura. Come non essere d'accordo con Gianfranco Ganau?
Certo, quella giustissima considerazione avrebbe avuto ancora più valore se negli ambienti del suo partito se ne fosse stata fatta uso anche nei confronti degli avversari. Ma forse siamo sulla strada giusta.