mercoledì 31 marzo 2010

Mi auguro di poter sfidare Graziano Milia

Se, come immagino, sarò il candidato alla Presidenza della Provincia di Cagliari, mi auguro di poter sfidare il mio amico Graziano Milia. Spero che questa manovra orchestrata da chi, come l’Italia dei Valori, agita lo specchio del moralismo e del giustizialismo, venga presto smascherata. Spero che questo non serva a far dimenticare ai cittadini i problemi veri, il fallimento di una giunta provinciale evanescente e inefficace. Sono sicuro che alla fine Graziano Milia si candiderà, perché nonostante la condanna, è giusto considerare innocente chiunque fino all’ultimo grado di giudizio.
Sono sempre molto rispettoso dei travagli pre e post elettorali del campo politico a me avverso e non mi va di gioire delle sue difficoltà. Ma da questa vicenda viene alla luce una questione che ci interessa tutti come cittadini che hanno a cuore i principi inviolabili del garantismo. Principi secondo i quali, in uno stato di diritto, vige la presunzione di innocenza fino a quando tre gradi di giudizio non abbiano stabilito la colpevolezza di un individuo. Fuori di ciò esiste solo lo stato etico, quello che pretende di sanzionare non i reati ma i comportamenti, sulla scorta della esaltazione non della morale ma del moralismo ed è guidato dall'insana tentazione della giustizia sommaria.
Sono sicuro che il confronto col candidato uscente sarà duro ma leale, sui progetti e sui programmi e la che sentenza di condanna a Milia arriverà dai tanti cittadini che ha deluso in questi anni.
Nel centrosinistra, pochi, a quel che si legge nelle cronache, hanno criticato il mio amico e avversario Graziano Milia per l'unica cosa seria per cui andrebbe sanzionato: il cattivo governo della Provincia di Cagliari. L'ha avuta vinta, invece, il giustizialismo dell'Italia dei valori, vera guida del centrosinistra in Sardegna come in Italia. E il mio amico Milia ha avuto un sussulto di orgoglio: non ci sta ad essere lapidato da chi, mescolando giustizialismo e sete di potere, si prepara, parole sue, a dare “l'assalto alla diligenza”. Onore al suo scatto di dignità.
La legge, contrariamente a quanto affermano i giustizialisti, è qualcosa di neutro che si occupa dei reati e chi li commette. Nella loro visione, la legge dovrà essere uno strumento della loro politica e della loro morale: si potrà chiudere un occhio su un plurinquisito (come il candidato campano De Luca) o sulle sospette frequentazioni di Di Pietro, non lo si chiuderà quando gli stessi sospetti cadranno su un avversario che, per ciò stesso, diventa un nemico. Gli avversari si combattono ma si rispettano; i nemici si disprezzano e si abbattono.
Riuscite ad immaginare uno Stato, una Regione, una Provincia amministrati secondo questi criteri di “giustizia economica”? Io sì e ne ho terrore. Così come mi angoscia il fatto che il maggiore partito di opposizione lasci che siano i giustizialisti a dettargli una linea da medioevo della politica.

martedì 30 marzo 2010

Caro sen. Massidda, gentile Michela Murgia

di Michela Murgia (dal suo sito)

Gentile Senatore Massidda, la ringrazio per la prova di disponibilità al dialogo che ha dato accettando di chiarire ulteriormente le sue posizioni, sia sul nucleare che sul rapporto tra Sardegna e Stato italiano. Le fa onore, e non solo in questa occasione.
Naturalmente capirà che non condivido la sua opinione sul nucleare, che considero strada assolutamente impercorribile non solo in Sardegna, ma in ogni dove. Lo penso per le stesse ragioni per cui gli è contrario il fisico e premio Nobel Carlo Rubbia: il nucleare è basato su una fonte in esaurimento, è tecnicamente superato, è inquinante in maniera insostenibile e oggi ha un rapporto costi-benefici del tutto svantaggioso rispetto ad altre fonti davvero pulite, come il solare. Volendo tacere di decine di altri studiosi con la medesima opinione, il professor Rubbia basta da solo a provare che per essere contrari a quella strada non serve l’ideologia, la scienza è più che sufficiente.
A questo proposito, anche se il PdL pubblicizza il nucleare come cosa sicurissima e moderna, è interessante constatare come quasi tutti i rappresentanti del suo partito favorevoli al nucleare a livello nazionale, siano poi ben contrari a livello locale. Persino Formigoni e Zaia, che pure guidano due regioni fortemente industrializzate, sembrano avere “un’altra idea di sviluppo” per il proprio territorio, esattamente come lei. Sembrerà una domanda sciocca, ma non si farebbe prima a trovare una produzione di energia compatibile con questa idea di sviluppo, piuttosto che continuare a smarcarsi perché la centrale nucleare se la prenda qualcun altro, magari manu militari?
Detto questo, devo anche confessarle che non comprendo la prospettiva per cui un impianto nucleare non sarebbe compatibile con lo sviluppo della Sardegna, mentre lo sarebbe lo stoccaggio delle scorie; è una materia sulla quale mi pare di capire che lei sia pericolosamente possibilista. Spero mi smentisca, perché quale sviluppo potrebbe sposarsi con la presenza sull’isola di un cimitero nucleare? Avranno compreso i suoi elettori che questa sua frase:
"Stiamo attenti a dire un no assoluto allo smaltimento delle scorie nucleari, perché questo potrebbe ritorcersi contro di noi. In Sardegna noi produciamo scorie nucleari, per esempio negli ospedali. Dire no (per legge, ad esempio) allo smaltimento di esse in Sardegna equivarrebbe a dire che altri hanno l'onere di smaltire i nostri rifiuti"
può significare che lei è favorevole a non escludere la Sardegna dall’elenco dei potenziali siti di stoccaggio di rifiuti radioattivi?
Il richiamo alla solidarietà per giustificare una cosa del genere apparirebbe davvero surreale. La Sardegna non ha bisogno di altra energia: ne ha bisogno l’Italia, esattamente come la Sardegna non aveva bisogno di basi nucleari, ma ne aveva bisogno l’Italia; il risultato è sotto gli occhi di tutti: la nostra isola ospita da sola il 60% delle basi italiane. In presenza di questo sbilanciatissimo rapporto di forza, in cui i bisogni che vincono non sono mai quelli dei sardi, sarebbe davvero paradossale venire accusati di egoismo perché non vogliamo prenderci le scorie che non abbiamo prodotto. Questo non vuol dire mandare in Africa i nostri rifiuti, anzi sono sicura che nessun sardo sarebbe contrario a stoccare sull’isola i rifiuti ospedalieri radiottivi provenienti dai nostri ospedali (che sono ben altra cosa dei rifiuti da scissione nucleare); ma da questo senso di autoresponsabilità non sorge l’obbligo – e meno che mai la disponibilità – a fare da discarica alle scorie di scelte energetiche che nemmeno ci riguardano, e che cambierebbero radicalmente il nostro futuro. L’unico modo per non doversi porre il problema delle scorie è investire su fonti energetiche che non producano scorie.
Infine devo dirle che apprezzo sinceramente il suo lavoro verso la ridefinizione dello Statuto, ma sono sicura che sia evidente anche a lei come in una logica autonomista il rapporto con l’Italia ci veda e ci vedrà sempre funzionali ad un interesse che sta altrove. Per questo l’unico statuto che può risolvere questo impasse è quello mirato a diventare costituzione statale, mettendo alla base di qualunque riscrittura la sovranità e il diritto all’autodeterminazione del popolo sardo. Confido che questo divenga obiettivo politico trasversale, fuori dagli steccati di destra e sinistra, e che in un futuro prossimo ci ponga davanti alle nostre scelte semplicemente come sardi.



Gentilissima signora Murgia
sono io a ringraziarla per il tono della sua risposta: dovrebbe essere usuale fra persone che, parzialmente o in toto, sono in disaccordo e purtroppo, invece, non lo è. Le sue e le mie tesi in materia di energia nucleare ci sono reciprocamente chiare e chiara è la distanza fra di esse. Su una cosa, però, siamo d'accordo: le centrali nucleari non hanno posto in Sardegna. Così come, mi pare, siamo d'accordo sul fatto che “nessun sardo sarebbe contrario a stoccare sull’isola i rifiuti ospedalieri radiattivi provenienti dai nostri ospedali”.
Forse non sono stato chiaro nel mio articolo ed è meglio precisare la questione: quando io dico che ho in mente un modello di sviluppo economico alternativo all'esistente e che per questo ritengo inutile l'impianto di una centrale nucleare ho in mente anche un conseguente no allo stoccaggio di scorie, salvo quelle prodotte in Sardegna che sono egualmente inquinanti.
Possiamo continuare a dissentire, ma sulla base della conoscenza delle reciproche posizioni. La mia è quella espressa anche qui, senza retropensieri, tatticismi o altro. È vero che il professor Rubbia dice ciò che lei riporta, ma tenga conto che molti altri scienziati dissentono radicalmente da lui e non credo utile alla discussione citare solo coloro i quali sono d'accordo con noi. Quanto alla enegia solare, credo che lei sappia bene come essa sia oggi a relativamente buon mercato solo perché gode di imponenti finanziamenti degli stati, altrimenti non lo sarebbe. I finanziamenti sono finalizzati a dare impulso alla ricerca e al know out, di modo che in un futuro non proprio prossimo questa fonte di energia sia conveniente e utile al raggiungimento dell'obiettivo della produzione di un 20% di energia rinnovabile. Oggi non è sicuramente un'alternativa.
Mi interessa decisamente di più il suo discorso sullo Statuto sardo. A lei uno Statuto di autonomia non basta e lo capisco: mi pare di vedere che per lei la sovranità e il diritto all'autodeterminazione del popolo sardo coincidono con la costituzione dello Stato sardo. Per me, come si può capire dalla proposta di Statuto speciale del Comitato per lo Statuto che ho fatto mia e trasformata in Disegno di legge, sovranità e autodeterminazione non coincidono con la creazione di un nuovo stato, entrambe si possono raggiungere ed esercitare all'interno della Repubblica italiana e dell'Unione europea.
Ci consente di farlo il diritto internazionale e, particolarmente, l'Atto finale di Helsinki e la Carta di Parigi: “In virtù del principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, tutti i popoli hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale”. L'esercizio di questo diritto non ha bisogno di contemplare la creazione di un nuovo stato, cosa che, del resto, lo stesso Atto finale esclude.
A me sembra che questo sia l'optimum per il popolo sardo, raggiungibile pur da dentro la Repubblica italiana. Non sarà né facile né senza opposizioni. Il dramma è che le opposizioni cominciano dentro la Sardegna, da parte di chi scioccamente ritiene “separatista” uno Statuto che non incide sull'unità della Repubblica e da parte di chi, invece, lo ritiene poco avanzato. Una cosa massimamente temo: che la rincorsa al meglio renda impossibile il bene
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lunedì 29 marzo 2010

Michela Murgia, il nucleare ed io

Nel suo sito, la scrittrice Michela Murgia si occupa delle mie posizioni di assoluta contrarietà alla installazione di una centrale nucleare in Sardegna. Fautrice di un successo di iRS alle prossime elezioni per la Provincia di Cagliari, non ha un atteggiamento prevenuto (come lo hanno invece alcuni suoi interlocutori duri e puri) nei confronti del mio no. Ed è, questo, un buon segno di disponibilità a ragionare sulle cose. Le do atto che questo suo approccio alla questione apre interessanti prospettive a quella unità del popolo sardo che è la sola strada possibile per coalizzare il no al nucleare in Sardegna.
Le leggi regionali di contrasto sono pura e semplice demagogia perché, essendo sospette di incostituzionalità, non possono non essere impugnate da qualsiasi governo sappia quali siano le competenze dello Stato e delle Regioni, dopo l'improvvida approvazione del nuovo Titolo V fatta, con soli 4 voti di maggioranza, dal centrosinistra nel 2001. E così sarà fino a quando la Sardegna non si doterà di un Nuovo Statuto speciale di autogoverno come quello che, per esempio, è nel mio disegno di legge al Senato. Oggi come oggi, solo l'unità delle forze politiche, di quelle sociali, di quelle culturali e delle istituzioni può segnalare un no credibile.
Dopo il riconoscimento, dovuto, dell'approccio non pregiudiziale al problema che vedo nell'articolo della signora Murgia, devo anche dire che, comunque, vi aleggia il sospetto di una mia doppiezza che, invece, non esiste. Correttamente fornisce ai suoi lettori il testo del mio intervento al Senato in cui affermavo, fra l'altro, che “è inutile continuare a fare il sacrificio di non aprire centrali nucleari in Italia, tra l'altro di ultima generazione e dunque particolarmente sicure, per paura del nucleare, quando molti Paesi confinanti, quali Francia e Svizzera le hanno già costruite”. Meno correttamente, la signora Murgia, interpreta questo mio pensiero come adesione al nucleare in Sardegna, quando è invece trasparente (e comunque detto e ridetto anche in questo blog) ciò di cui sono convinto.
Cerco di dirlo ancora una volta nella maniera più chiara: la polemica antinucleare fondata sulla pericolosità delle centrali ha, soprattutto oggi con lo sviluppo della tecnologia, una valenza solo ideologica e di schieramento politico; io non sono contrario al nucleare in Sardegna per fanciulleschi timori che la scienza dimostra infondati, lo sono perché ho del modello di sviluppo della mia Isola un'idea diversa dal foraggiamento di industrie energivore; non sono e non posso essere contrario alla decisione di quelle regioni che volessero impiantare centrali nucleari o che si convincessero a farlo sulla base di un ragionamento intorno a costi e benefici di un tale impianto. In me, il rispetto delle autonomie regionali non è una bandiera da agitare o da nascondere a convenienza.
Afferma ancora la scrittrice sarda di non “voler sindacare qui quale sia lo sviluppo che ha in mente il PdL per la Sardegna – sul quale dirò in altro post”. Lo attendo con ansia, perché sono curioso di sapere da altri che cosa io pensi. Così come sono curioso di capire come si possa stravolgere, ad uso polemico, una considerazione assai semplice che ho fatto, sia nel mio intervento al Senato sia in tutte le altre occasioni. Stiamo attenti a dire un no assoluto allo smaltimento delle scorie nucleari, perché questo potrebbe ritorcersi contro di noi. In Sardegna noi produciamo scorie nucleari, per esempio negli ospedali. Dire no (per legge, ad esempio) allo smaltimento di esse in Sardegna equivarrebbe a dire che altri hanno l'onere di smaltire i nostri rifiuti.
Qualcuno sostiene, nel sito di Michela Murgia, che io avrei, così assimilato le scorie delle centrali nucleari a quelle da noi prodotte. Sarei in diritto di indignarmi per un tanto palese esercizio di malafede, preferisco assicurare che no, scorie di centrali e scorie prodotte per quelle “analisi tiroidee” che hanno acceso l'immaginazione prevenuta non sono la stessa cosa. Ma dovremmo metterci nell'ordine delle idee che prima o poi saremmo costretti a smaltircele per conto nostro. E i proclami sulla indisponibilità della Sardegna allo smaltimento delle scorie radioattive sono, appunto, solo proclami senza molto senso.
Così come trovo sconcertante l'idea, avanzata in quel dibattito al Senato da uno di quegli strenui difensori dei diritti dei popoli del Terzo mondo, di spedire nel Sahara le scorie prodotte in Italia. Per aiutare le economie di quei popoli, disse il collega, senza neppure arrossire. Sarà perché della solidarietà ho un concetto diverso, ma trovo inquietante quella proposta che, la signora Murgia può verificare, è riportata nei verbali della discussione parlamentare.

venerdì 26 marzo 2010

Santoro e le barzellette hard: che bella opposizione

Qualcuno dev'essere rimasto affascinato dalla rafinatissima metafora di tal Luttazzi secondo cui il popolo italiano, al pari di una donna, a furia di essere sodomizzato da Berlusconi, ora provi orgasmo e, per questo, continui a votarlo. Il tono del comizio multimediale di Santoro, ieri a Bologna e ovunque grazie ad una tv privata, è ben rappresentato dall'intervento del guitto, consapevole che barzellette sporche, pernacchie, meteorismi rumorosi e rutti tirano.
Se questi sono i maitre à penser della sinistra, riunita in un rito autoconsolatorio, ho profonda pena per quella parte dell'opposizione che vorrebbe sforzarsi di diventare moderna, propositiva e riformista. È vero che non sempre ci si può scegliere i compagni di viaggio, ma è anche vero che, se non ce se ne discosta, sono loro a guidare il cammino, come purtroppo sta succedendo al Pd. Conosco bene e stimo molti amici del centrosinistra e davvero non meritano di essere rappresentati da Santoro & C.
Il comizio elettorale del capocomico, credo lo sappiate, non è stato organizzato per consentire ai guitti di raccontare barzellette hard. Lo scopo era quello di difendere la libertà di stampa che, come è noto, è oggi in pericolo: i giornali dell'opposizione sono chiusi; Santoro, strapagato con i soldi di tutti gli abbonati Rai, è stato privato della parola e, ieri, ha dovuto recitare in clandestinità. Di qui la decisione del martire di paragonare Berlusconi a Mussolini, mostrando sì un coraggio da leoni, ma anche un sublime sprezzo del ridicolo.
E pensare che la decisione della Rai di impedire i comizi a senso unico e senza contradditorio in campagna elettorale è figlia di quella legge sulla par condicio che la sinistra ha voluto e imposto, che il centrodestra vorrebbe modificare alla radice e che la sinistra continua a difendere come baluardo della libertà. C'è, cari amici, qualcosa di schizoide nel comportamento di certi giornalisti di sinistra: vorrebbero una par condicio a patto che si applichi solo agli avversari e mai a loro.
Ho visto arrossire di vergogna molti amici del centrosinistra, oggi. Hanno confidato che con gente simile non c'è affatto bisogno di Berlusconi per far perdere loro le elezioni.

giovedì 25 marzo 2010

Caro Stracquadanio, no, qui il nucleare non lo vogliamo

Non sono d'accordo con il mio caro amico Giorgio Stracquadanio, deputato lombardo del mio partito, secondo cui la Sardegna sarebbe luogo adatto per la installazione di una centrale nucleare. Del perché io sia contrario a quella ipotesi ho lungamente scritto e non mi ripeto. Più interessante e intrigante è il suo ragionamento, fatto durante un dibattito televisivo. “In Sardegna” ha detto “abbiamo avuto un problema, di recente. C’è stata la crisi dell’Alcoa, un’industria fondamentale per l’isola. Il Governo sta trattando con grande determinazione per mantenere i posti di lavoro. Ma la produzione di un’industria che lavora l’alluminio richiede un alto consumo di energia. Quindi, se possiamo avere la produzione dell’energia lì vicino è meglio. In più le centrali hanno anche necessità di grandi quantità d’acqua, quindi l’ideale sarebbe mettere la centrale lì vicino”.
Come dire che la soluzione trovata (e speriamo presto applicata) per l'Alcoa non è e non può essere per sempre. Sempre, invece, la produzione di alluminio avrà bisogno di grandi quantità di energia. E l'energia va trovata. Il no al nucleare in Sardegna è una scelta condivisa dalla stragrande maggioranza dei sardi ed è diventato un punto d'onore sia per il governo sardo sia per la gran parte delle forze politiche e sociali. Il motivo è, fondamentalmente, uno: il nucleare confligge con lo sviluppo che abbiamo in mente.
Ma c'è nel variegato mondo della Anonima indignati in servizio permanente e effettivo una il prevalere della “cultura del no”: no alla installazione dei parchi eolici in mare, e figuriamoci se non siamo d'accordo, purché il no a “lì” si trasformi in un “sì” qui, e invece questo sì stenta a conquistare l'Anonima indignati; e poi c'è il no al passaggio del gas del Maghreb, e poi c'è il no al carbone, e poi c'è il no al fotovoltaico industriale, e poi... basta seguire i giornali per aver sentore dei no. Di solito, questa Anonima è, allo stesso tempo, per salvare l'Alcoa e l'Euralluminia, per dar loro tutta l'energia di cui hanno bisogno e per impedire che le fonti di energia siano collocate nel giardino di casa.
Qualche tempo fa, in maniera paradossale, avevo scritto: “Io intravedo il rischio che, non so con quale inconsapevolezza, questo fronte del No a tutto prepari le condizioni perché disoccupati, lavoratori a rischio e loro famiglie, per disperazione invochino la costruzione di una centrale nucleare, sicura fonte di energia abbondante”. Il ragionamento dell'amico Stracquadanio (le cui conclusioni, è bene ripeterlo, non condivido) sta a dimostrare, fra l'altro, che quel paradosso rischia di essere dietro l'angolo.

mercoledì 24 marzo 2010

Ma che bella eredità ha lasciato la giunta Soru

Le statistiche sull'andamento dell'economia in Sardegna, pubblicate oggi da La Nuova Sardegna, sono preoccupanti, non c'è dubbio. Oggi stesso, ho sentito voci di amici del centrosinistra ammiccanti per il colpo che questi numeri darebbero al governo. Il fatto è che dovrebbero essere letti meglio, perché dalla loro lettura viene un consiglio ad essere molto prudenti nel gioirne troppo: vi emerge, infatti, con grande chiarezza che la Giunta Cappellacci ha ricevuto dalla passata amministrazione di centrosinistra una pesantissima eredità.
Vediamoli questi dati. Al 31 dicembre del 2009 (dopo otto mesi di nuovo governo) i lavoratori in cassa integrazione erano 9.714 e quelli in mobilità 2.908; il tasso di disoccupazione (dopo un paio di mesi di vigenza della Giunta Cappellacci) era del 12,7 per cento e 87.000 erano le persone in cerca di occupazione. Nel 2008 (ultimo anno di Giunta Soru) il tasso di disoccupazione giovanile era del 36,8 per cento (21,3 in Italia), il reddito medio pro capite dei sardi era di 16.200 euro contro i 17.839 in Italia, il Pil pro capite di 20.627 (26.276 in Italia), il Pil ai prezzi di base era diminuito di 430 milioni di euro. Gli effetti della politica di centrosinistra hanno fatto sì che l'anno scorso 350 mila famiglie si trovassero sotto la soglia della povertà e che le esportazioni siano diminuite del 42,9 per cento.
A queste cifre, fredde come tutti i numeri, vanno aggiunte le vicende umane e i drammi di migliaia di lavoratori (da Alcoa a Vinyls, da Euroallumia a Rockwool) che ancora non sanno quale sarà la loro sorte e che sono vittime di scelte fatte nel passato più o meno prossimo. È questa mole impressionante di problemi che il governo sardo ha ereditato e che tenta di affrontare e di risolvere. Con una novità importantissima: intorno alle questioni aperte si è creata, e resiste non ostante la ricerca spasmodica di visibilità mediatica da parte di alcuni oppositori, una grande unità di intenti.
Io credo che questa unità vada coltivata come bene prezioso, anche lasciando da parte la considerazione che i dati economici a nostra disposizione certificano di una inconsistenza progettuale della giunta di centrosinistra, dimessasi improvvisamente alla fine del 2009, quasi una confessione di insufficienza. I dati economici, come quelli che ho citato, sappiamo leggerli anche noi e dicono cose molto diverse da quelle che vi leggono certi avversari del governo sardo. Senso di responsabilità vorrebbe che la loro conoscenza servisse a tutti per superare, in unità, i gravi problemi che sono oggi sul tavolo. Usare quelle cifre in maniera impropria si ritorcerebbe contro chi lo fa.

lunedì 22 marzo 2010

Pluralità e unità: questo il problema del sardo ignorato da Milia

Ringrazio sentitamente gli amici che sono intervenuti sul mio articolo “Norma campidanese” in salsa elettorale. Con sensibilità e toni diversi hanno dimostrato (come del resto succede in questi giorni in altri blog, forum, discussioni in Facebook) che la questione della lingua è un tema sensibile, molto più rilevante di quanto la politica e i mass media danno a intendere. Per conto mio, apprezzo chiunque applichi la sua dedizione alla ricerca di soluzioni e ne rispetto i risultati.
Devo rilevare che, per quanto ne so, solo Sardigna natzione e Irs hanno preso parte alla discussione sulle questioni della lingua sarda sollevate dalla delibera con cui il Consiglio provinciale di Cagliari ha adottato come lingua amministrativa le norme elaborate da un gruppo di appassionati. Con l'ovvio risultato che, all'apparenza, nell'immaginario collettivo del popolo sardo la politica linguistica è solamente nell'interesse o dei movimenti indipendentisti o del governo sardo. A quest'ultimo, infatti, si deve non solo lo stanziamento di fondi per la tutela e la valorizzazione del sardo ma, soprattutto, la menzione della lingua quale motore di sviluppo in un documento di programmazione economica qual è il Piano regionale di sviluppo. È la prima volta che ciò accade nella storia dell'autonomia sarda.
Ho scritto, e lo ribadisco, che la decisione della Giunta Milia di adottare come proprie le “Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda” è sbagliata per due ordini di motivi. Il primo è che tale adozione piega a ragioni elettorali la elaborazione di un gruppo di studiosi, con l'evidente scopo di far dimenticare agli elettori la sua incapacità di spendere i soldi stanziati dallo Stato proprio per la valorizzazione della lingua. Il secondo è che, con questo atto, anche al di là della volontà di chi le norme ha elaborato, si divide il sardo in due corpi fra loro non comunicanti.
Chi, come me, ha lavorato con passione alla elaborazione di quella che nel 1999 diventerà la legge 482 (Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche) aveva in mente qualcosa di diverso dalla suddivisione del sardo in tronconi. E, infatti, nella legge non si parla di due lingue sarde ma di una. Forse è bene ricordare che cosa dica l'articolo 2 della legge: “In attuazione dell'articolo 6 della Costituzione e in armonia con i princípi generali stabiliti dagli organismi europei e internazionali, la Repubblica tutela la lingua e la cultura delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo”.
Come ho già scritto, io non mi occupo di linguistica ma di politica e, in questo caso, di politica linguistica. Capisco che nelle comunità, giustamente gelose e orgogliose della identità e diversità del proprio dialetto parlato e, spesso, scritto, possano sorgere delle resistenze alla rappresentazione grafica unitaria della lingua sarda nella sua unitarietà. Non è la prima volta che ciò succede nelle varie nazionalità senza stato in Europa e altrove. Amici che si occupano di politica linguistica mi dicono che questo è successo in Catalogna, in Friuli, nel Paese basco, in Corsica e che capitò anche in Norvegia.
Francamente non so se la Limba sarda comuna risponde totalmente o in parte alla necessità di uno standard scritto. Quel che so è che la legge parla di “minoranze linguistiche storiche” e che quella della Sardegna è una storia unitaria, non frantumata, e che fra le contraddizioni della Nazione sarda non c'è quella del sentirsi luogo di etnie diverse e contrastanti. Sono convinto che una seria politica linguistica da questo dato debba partire, con l'aiuto di tutti, linguisti compresi. D'altra parte, da legislatore ho ben presente il rischio che lo stravolgimento della legge 482, che parla di lingua sarda e non di lingue sarde, ridia fiato al giacobinismo che mai si è rassegnato a considerare dannoso il riconoscimento delle lingue delle “minoranze storiche”.
Aggiungo, ma avremo modo di riparlarne, che non capisco l'operato del mio amico e avversario Graziano Milia. Mi pare una persona diversa da quella che nel 2001 scriveva: “Due cose certamente bisogna fare: alleggerire o eliminare del tutto l’elemento di conflittualità che ha fino ad ora caratterizzato la questione [dello standard, Nota mia] e aumentare gli spazi di confronto e dibattito trasparente e chiaro sulla questione”. Vedo, e mi dispiace, la tentazione di usare la questione delicata della nostra lingua solo a fini elettorali, in questo modo di sostenere, all’interno di una carriera politica, tutto e il contrario di tutto pur catturare qualche voto in più.