martedì 24 novembre 2009

Disastro industriale e cinismo politico

Il dramma vissuto da migliaia di lavoratori sardi dà la stura non solo ai comportamenti virtuosi di chi cerca di trovare soluzioni difficilissime (inutile pensare a ricette a portata di mano) ma anche ad atteggiamenti assolutamente cinici. Questi ultimi mirano a mettere in difficoltà i governi di Roma e di Cagliari giocando sull'esasperazione di chi vede incombere perdita di lavoro e un futuro più che incerto.
Non tutti sono come quel tal ex parlamentare comunista che propone soluzioni sovietiche (sia lo Stato a comprarsi l'Alcoa), ma in troppi sperano che a Roma e Cagliari non si riesca a trovare vie d'uscita dalla crisi. Sarebbe, per loro, una carta da giocare nell'opposizione ai governi Barlusconi e Cappellacci. E siccome la speranza va assistita e aiutata ad avverarsi, eccoli soffiare sulle braci già incandescenti. C'è chi cerca solo visibilità personale e chi, invece, programma di “sollevare il livello dello scontro”, immaginando spallate per far cadere i due governi.
È una situazione molto pesante, in cui la normale aspra dialettica fra opposizione e maggioranza, invece di ricomporsi in vista di un bene comune (la salvezza delle aziende e dei lavoratori), decide di trasformarsi in scontro frontale: e pazienza se a farne le spese saranno i lavoratori e le loro famiglie. Tutti sanno che la questione del prezzo dell'energia per l'Alcoa non è di quelle che possono essere risolte a Roma o a Cagliari, che l'Unione europea è rigida in materia di “aiuti di stato” e che la riduzione dei costi per le fabbriche energivore è problema che incide su meccanismi di mercato i quali possono essere regolati, ma non sconvolti: non lo si fa neppure in Cina.
A questo si aggiunge, sempre per Alcoa, il fatto che sulla soluzione trovata a Roma si è abbattuto il diverso pensiero della casa madre statunitense. Lo si sa, ma si fa finta che questi problemi possano essere risolti con un solo atto di volontà del governo italiano, quasi che una formula magica potesse interrompere in Italia la mondializzazione dei processi economici.
Solo un grande moto del popolo sardo, unito su obiettivi immediati e altri di prospettiva, potrebbe raggiungere risultati importanti. Ha ragione il responsabile della Cgil di Sassari, Rudas, quando, evocando questo moto popolare unitario, ha sottolineato la necessità di superare “le anacronistiche divisioni sindacali e partitiche. Abbiamo bisogno di uno scatto di orgoglio alto, di un vero e proprio moto popolare. È arrivato il momento, ancora una volta, di fare i conti con la nostra storia”. Questa è una prospettiva molto seria e meditata. Io ci sto.

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