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mercoledì 30 giugno 2010

Federalismo demaniale e terrore delle autonomie

Ci sono aspetti, nel trasferimento dei beni demaniali dallo Stato alla Regione, che riguardano il puntuale rispetto dello Statuto sardo e sono stati, opportunamente, ricordati in tutti gli schieramenti politici. Anche i “doni” (che poi doni non sono, ma tardivo riconoscimento di un diritto) devono essere regolati secondo il nostro Statuto che, all'articolo 14, sancisce: “La Regione, nell'ambito del suo territorio, succede nei beni e diritti patrimoniali dello Stato di natura immobiliare e in quelli demaniali, escluso il demanio marittimo”. Questo articolo, sostengono giustamente i vari schieramenti ha bisogno di norme attuative, che non ci sono.
C'è però, in molte reazioni e non solo in Sardegna, un aspetto in cui si intrecciano paure strumentali e statolatria. Delle prime vale solo la pena di dire che sono guidate dal sacro furore di chi va da tempo gridando ai quattro venti che il centrodestra sardo ha in testa di vendere tutto, dalle coste ai monti al futuro patrimonio demaniale. È, naturalmente, una solenne sciocchezza, del tutto infondata e soprattutto alimentata dall'odio politico contro gli antropologicamente diversi. Più intrigante è il secondo aspetto che è frutto di un concetto idealistico dello Stato e figlio di profonda diffidenza nei confronti dell'Autonomia regionale e di quella dei Comuni.
I portatori di statolatria, di quella idea, cioè, che fa dello Stato il momento massimo della concretizzazione dell'etica, pensano che solo lo Stato ha il potere e la volontà di rendere morali i comportamenti collettivi. Di qui il sospetto con cui questa pericolosa cultura politica guarda ai comuni e alle regioni, portati – dicono – per loro stessa natura a svendere tutto, terre pubbliche, pubbliche coste, pubblici monti, vuoi per biechi interessi personali degli amministratori, vuoi per fare cassa, vuoi perché incapaci di resistere alle pressioni, vuoi per carenze culturali.
È vero, e le cronache ne hanno dato spesso conto, che in certe regioni sono nati ecomostri, che si è aperto alla speculazione forsennata sulle coste, che sindaci hanno consentito a privati di impadronirsi illegittimamente di terreni comunali e così via delinquendo. Ma si tratta, appunto, di reati, non di comportamenti amorali. Reati che devono, o avrebbero dovuto, essere puniti dalla legge, commessi anche molto prima che nascessero, per esempio, le regioni ordinarie. Se questo non è, a volte, accaduto la responsabilità è degli organi dello Stato che è molto meno etico di quanto le vestali del centralismo pensino. E per fortuna.
In fondo in fondo, la bestia nera di chi così pensa è l'autonomia, che è sì garantita dalla Costituzione, ma che è guardata con una diffidenza estrema. Uno degli articoli meno frequentati della Carta è il 114: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato”. Lo Stato, cioè, è posto sullo stesso piano degli altri elementi della Repubblica e di distingue solo per le sue competenze, non per la sua eticità, diversa dalla a-moralità degli altri. Figurarsi la diffidenza nutrita nei confronti del federalismo. È da questo sospetto che, pur lasciando da parte i furori strumentali di cui dicevo, si alimenta la paura tutta ideologica per il trasferimento dei beni dello Stato. Bisognerà riparlarne, soprattutto ora che pare avviata in Sardegna la stagione delle riforme, in testa alle quali è quella del nuovo Statuto.

sabato 26 giugno 2010

Quelle sbagliate tentazioni di nuovo centralismo

È un fatto estremamente positivo che si cominci a parlare della riforma dello Statuto speciale della Sardegna. Tutti, indipendentemente dalla questione di merito, dobbiamo dare atto al Partito sardo d'azione che questo inizio di dibattito è merito della determinazione con cui i sardisti si sono battuti per portare all'ordine del giorno la loro mozione sull'indipendenza. Avremo modo, nei due mesi e mezzo che ci separano dalla sessione del Parlamento sardo sulla riforma, di parlare di autogoverno, di sovranità, di federalismo e, naturalmente, di indipendenza, concetto che, grazie al Psd'az, non è più un tabù, una cosa innominabile.
Spogliato di opposti ideologismi, il concetto di indipendenza si inscrive in un quadro internazionale che negli ultimi anni ha visto, anche in Europa, nascere nuovi stati indipendenti. Potrebbe assistere, se fiamminghi e valloni non troveranno nuove ragioni per stare insieme in un Belgio unito, al divorzio consensuale delle due nazioni nordiche, costrette a stare insieme dalla ingegneria istituzionale della Francia e dell'Inghilterra. Dico questo perché, pur essendo io contrario alla indipendenza della Sardegna, è bene che di questioni di tanta portata impariamo a discutere serenamente, senza furori ideologici, assiomi enfatici e stereotipi pieni di retorica.
Voglio dire subito e senza infingimenti che l'idea, circolante anche in settori del mio partito, di abolire la specialità della Sardegna e delle altre regioni e nazioni senza stato della Repubblica è del tutto priva di senso. Un cedimento alle seduzioni di un neo centralismo fuori dalla storia. Bene ha fatto il presidente della Regione a ricordare che nessuno ci ha regalato la specialità e che questa è fondata su irrinunciabili ragioni storiche. Non amo, i miei amici lo sanno, le espressioni forti, ma è bene si sappia che se qualcuno volesse abolire la specialità della nazione sarda, ebbene noi ce la riprenderemo.
Si è perso fin troppo tempo in Sardegna, aspettando che maturasse in tutti i settori della società e della politica la consapevolezza che la nostra Isola ha diritti storici, linguistici, culturali, politici garantiti dalle leggi internazionali e da sempre patrimonio della coscienza collettiva. Leggo sui giornali che il centrosinistra, in un suo convegno a Sassari, ha preso a ragionare su questi problemi. È un fatto rimarchevole, anche se in molti non hanno resistito alla tentazione di banalizzare una questione storica con ingredianti di bassa cucina polemica. Si sarebbe persino detto che è “meglio non discutere di riforme col governo di centrodestra”; pure ossessioni.
In Consiglio regionale si discuterà per una settimana della mozione del Psd'az e di altre presentate da altri gruppi. Sullo sfondo c'è, come ha ricordato il capogruppo del Pdl Mario Diana, la proposta di nuovo Statuto fatta propria dal centrodestra. È quella che ho presentato in Senato, facendo mia la proposta del Comitato per lo Statuto. Non so se il Pd farà proprio il disegno di legge, largamente insoddisfacente e arretrato rispetto alle necessità, del mio amico Antonello Cabras. Ma se lo farà, credo che, con saggezza, il Parlamento sardo saprà trovare una giusta sintesi tra le legittime aspirazioni dei sardisti all'indipendenza, un progetto di reale autogoverno dei sardi e le ancora troppo timide aperture della sinistra a un vero Statuto di autonomia.

mercoledì 9 giugno 2010

Federalismo: non sarà un pranzo di gala, ma è necessario

La cultura politica più avvertita si rende conto che il federalismo è, se non l'unica certo la principale fonte di salvezza dell'unità della Repubblica. Se non è una mia illusione sul senso di responsabilità delle classi dirigenti, credo che le schermaglie cui assistiamo di questi tempi rispondono più a necessità dialettiche che a seri convincimenti sul pericolo rappresentato dal federalismo. Del resto, è da prendere come alto avvertimento quel che ha detto a Torino il presidente della Repubblica: “Unità nazionale e coesione sociale non significano centralismo, mortificazione delle autonomie, delle diversità”.
Certo, parafrasando un celebre aforisma, il federalismo non sarà un pranzo di gala. Le enormi potenzialità delle regioni, penso soprattutto alla mia Sardegna, potranno dispiegarsi solo se ne saranno capaci le loro classi dirigenti; non solo quella politica, ma anche e soprattutto quelle sindacali, imprenditoriali, intellettuali. Pensare che le regioni più ricche (non solo, ma anche più virtuose) si rassegnino all'infinito a ripianare i buchi spaventosi delle regioni meno virtuose o decisamente scialacquatrici, significa non capire che saranno queste ingiuste pretese a mettere a rischio l'unità della Repubblica.
Avevo in mente tutto questo, quando ho fatto mia la proposta del Comitato per lo Statuto e l'ho presentata come mio disegno di legge che giace ormai da molti mesi anche in Consiglio regionale. È una proposta coraggiosa, in sintonia con il coraggio che il popolo sardo sa dimostrare a sé e agli altri nei momenti di svolta. Chiede meno Stato e più autogoverno. E così non riesco a condividere le preoccupazioni che il segretario della Cisl ha espresso ieri a Cagliari sul federalismo. Spero solo che sia frutto di una sintesi giornalistica, ma mi riesce incomprensibile leggere che “il federalismo non si potrà fare con Province, Comuni, Comunità montane e Consigli di quartiere. Chi paga per tutto questo? Non significa mortificare la democrazia, ma quando la democrazia è una Babele diventa demagogia, quando è essenziale è più efficace e costa meno.”
La partecipazione, la pluralità dei luoghi di democrazia, al pari del federalismo interno non sono una Babele. E temo la “democrazia essenziale”, la temo come il fuoco. So che, naturalmente, Bonanni aveva in mente ben altro, ma a me la “democrazia essenziale” ricorda troppo da vicino quella iraniana. Che la democrazia costi, che i suoi istituti abbiano bisogno di cure dimagranti, che, per esempio, non è tollerabile che nella Regione siciliana ci siano trentamila addetti alle Asl è sacrosanto. Anche se sarei curioso di sapere quale sarebbe la reazione di Bonanni alla notizia che il governo siciliano ha deciso di portare a tremila quegli addetti, quanti ce ne sono in Lombardia.
Comunque sia, se il federalismo che alcuni hanno in testa è quello di federare sub-centralismi regionali, credo sia onesto avvertire che il risultato sarebbe lo sfascio della Repubblica.

lunedì 17 maggio 2010

La prosperità è possibile, ma bisogna volerla

Qualche amico mi chiede che cosa c'entri con la mia battaglia per la Provincia di Cagliari quella che conduco da tempo per un nuovo Statuto speciale della Sardegna. Sono, mi si dice, due cose giuste ma distanti fra loro e, soprattutto, l'una – l'amministrazione della Provincia – assolutamente urgente, visto lo stato in cui Milia l'ha lasciata e l'altra rimandabile a tempi migliori. Così non è. La Provincia come il l'immagino e la progetto ha bisogno subito di un nuovo Statuto speciale perché è in quel quadro che la “Provincia di serie A” si realizzerà compiutamente.
Oggi, la provincia esercita funzioni di non poco conto, sottovalutate da chi non si è accorto di quanto nella legislazione statale e in quella sarda sia cambiato dai tempi in cui si occupava di strade e poco più. Pochi sanno, per esempio, che si occupa anche di beni immateriali come la lingua sarda, funzione che il presidente uscente, come ho scritto, ha utilizzato per tentare di dividerla in tronconi e che, sempre Milia, ha trascurato, arrivando a restituire allo Stato mezzo milione di euro per la sua incapacità di mettere a profitto quei denari pubblici. Certo, con quel mezzo milione non si sarebbe risolto il problema della disoccupazione intellettuale, ma buttarlo al vento l'ha peggiorato.
La Provincia ha bisogno, così come i comuni, di un'autonomia di entrate e di spesa che oggi non ha e che avrebbe – con i benefici per il lavoro che si può comprendere – con l'approvazione dello Statuto che ho tradotto in disegno di legge presentato in Senato. È tutto il sistema delle autonomie che propongo di cambiare per attuare un vero federalismo interno. Una certa cultura qualunquista da tempo va sbandierando la favola secondo cui alle gente non interessano le riforme, come se si trattasse di questioni riguardanti ristrette élite intellettuali e politiche. Ed invece sta proprio in una grande riforma come lo Statuto sardo, la possibilità che la Sardegna e il suo sistema delle autonomia raggiunga la sua prosperità.
Se ne vuole una riprova? Il mio amico presidente della Lombardia, Formigoni, in una intervista con il maggiore quotidiano italiano annuncia che la sua regione è pronta ad attuare il federalismo anche da sola. Rivendica dodici nuove competenze dallo Stato italiano, compresa quella sulla scuola. Stiamo parlando della regione più ricca d'Italia che si sente costretta “a mordere il freno”. Dice Roberto Formigoni: “Perché deve essere legata con lacci e lacciuoli che le impediscono di camminare ad una velocità più spedita?”. E se questo si afferma in una regione tanto ricca, figurarsi cosa dovremmo dire in Sardegna.
Noi abbiamo le capacità, le risorse umane e intellettuali, risorse materiali e immateriali bloccate dal centralismo e, soprattutto, un progetto che, pur essendo capace di aprire per i sardi la via della prosperità, è ancora chiuso in un cassetto. Lo si apra, se ne discuta nelle sedi istituzionali e in mezzo ai cittadini, si apra davvero quella fase costituente più volte annunciata. Ne avranno da guadagnare tutti i sardi in generale e quelli della nostra provincia in particolare.

giovedì 15 aprile 2010

Su, un po' più di coraggio, amico Cabras

In un convegno che ascoltò le relazioni di Luciano Violante e di Gaetano Quagliariello, svoltosi a Cagliari a gennaio, l'amico Pietrino Soddu disse, fra altre cose, che il cuore vero della riforma della Costituzione “sta nella ricostituzione del "consenso costituzionale" e questo si ricostituisce affrontando i temi [della] crisi dell'identità nazionale, della coesione nazionale e della "sovranità popolare". Tutto questo” aggiunse “che si voglia o non si voglia, passa per un processo di autodeterminazione, diventata ormai un valore presente nel senso comune ma prima ancora adottato come principio guida dalla Comunità Internazionale”.
Sono d'accordo con l'ex presidente della Regione ed influente membro del Pd anche quando afferma che “l'adozione dell'autodeterminazione non metterebbe in crisi l'unità della Repubblica e la sua indivisibilità, come da molte parti si teme e si sostiene, ma collocherebbe l'unità e l'indivisibilità su un altro piano e su basi nuove, più moderne e più coerenti con la attuale realtà del paese e quindi più realmente vere e accettate da tutti”.
Autodeterminazione ha, nel linguaggio del diritto internazionale, un senso molto preciso, per niente equivoco e retorico e credo che l'amico Soddu ne abbia piena consapevolezza, quando ne parla. Per il “Patto internazionale sui diritti civili e politici”, adottato dall'Onu nel 1966, ratificato dall'Italia nel 1978, “tutti i popoli hanno il diritto di autodeterminazione. In virtù di questo diritto, essi decidono liberamente del loro statuto politico e perseguono liberamente il loro sviluppo economico, sociale e culturale”. Per l'Atto finale della Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Helsinki 1975) “In virtù del principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, tutti i popoli hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale”.
Mentre il diritto sancito dalle Nazioni unite è assoluto, non è, cioè, condizionato da altro, quello riconosciuto dall'Osce ribadisce il diritto dei popoli all'autodeterminazione ma lo affianca a quello degli stati alla propria integrità territoriale. In parole povere, i popoli hanno il diritto di decidere liberamente il loro status politico, ma non di sfasciare l'unità dei rispettivi stati. In punta di diritto internazionale, insomma, l'integrità della Repubblica italiana è salva, così come è salvo il diritto del popolo sardo di decidere il proprio autogoverno così come lo vuole, con tutti i poteri e le competenze che vuole, con l'unico limite del suo far parte della Repubblica italiana.
Ha, insomma, ragione Soddu nel dire che l'esercizio del diritto all'autodeterminazione del popolo sardo non è in conflitto con l'unità della Repubblica. Ma il popolo sardo deve esistere e, soprattutto, deve auto-riconoscersi come tale nella sua Carta fondamentale. Non capisco, dunque, perché dalla sua proposta di Statuto speciale, il mio amico Antonello Cabras abbia cancellato il “popolo sardo” che persino lo Statuto vigente (che non è il massimo, tant'è che lo si vuole cambiare) riconosce nientemeno che titolare dell'iniziativa legislativa. Eppure, sia pure fra troppi e inutili timori e troppe concessioni ad un neo centralismo, ci sono, nel testo di Cabras, alcune aperture che vanno nello stesso senso del mio disegno di legge, mutuato dalla proposta del Comitato per lo Statuto.
Ne segnalo una significativa. “La potestà legislativa è esercitata dalla regione nel rispetto dei princìpi supremi della Costituzione e dell'ordinamento giuridico della Repubblica, dello Statuto e dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”.
La potestà legislativa dello Stato è, secondo questa proposta, residuale; si applica, cioè, su un certo numero di materie. Un numero troppo elevato e per molti versi inutilmente condizionato dal Centro, su cui sarà utile ragionare senza la paura che un vero autogoverno della Sardegna mini l'unità della Repubblica.

martedì 13 aprile 2010

La proposta di Statuto di A. Cabras: sparito il popolo sardo

L'amico Antonello Cabras, senatore del Pd, ha presentato qualche giorno fa sua proposta di revisione dello Statuto sardo. Una iniziativa di rilievo e coraggiosa, perché finalmente il Pd esce allo scoperto, con un testo articolato. Immagino che il documento sia l'espressione di quale concetto abbia, se non tutto il Pd almeno l'amico Cabras, dell'autonomia speciale alla vigilia dell'attuazione del federalismo fiscale e, soprattutto, quando si annuncia una più profonda riforma della Repubblica.
Ho letto con la dovuta attenzione la proposta e, pur apprezzando il fatto importante che essa comunque esista, devo confessare il mio sconcerto per la distanza che trovo tra il federalismo possibile e conquistabile e la qualità dell'autonomia richiesta con la proposta dell'amico Antonello. Sarà il caso di riparlarne e di esaminare nel dettaglio il disegno di legge che, comunque, è, allo stato delle cose, l'unica voce articolata che si confronta con il disegno di legge da me presentato l'anno scorso e che, ricordo, ha fatto propria la proposta del Comitato per lo Statuto.
Subito colpiscono sfavorevolmente alcune cose, la prima delle quali è l'arretramento rispetto allo Statuto vigente. Qui si riconosce l'esistenza del popolo sardo (articoli 15 e 28), dalla proposta di Cabras è del tutto sparito. Non siamo nel campo del nominalismo o della retorica, ma in quello delle norme internazionali che riconoscono ai popoli diritto di autodeterminazione. Questo significa che i popoli, come sanciscono trattati dell'Onu e dell'Europa, “hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale”.
Mi sembra palese che se sono proprio le carte fondamentali ad escludere la qualifica di popolo in chi le adotta, i diritti internazionali vanno a carte quarantotto, semplicemente non se ne può rivendicare l'esercizio. Una dimenticanza o una scelta precisa e preordinata? A leggere il resto del ddl ci sarebbe da optare per la seconda. Vi si leggono parole importanti come “sovranità”, ma poi questa rischia di essere un puro esercizio retorico, visto che lo Stato, ancora occhiuto come oggi, vi è descritto come titolare di poteri tali da rendere questa sovranità cosa assai poco praticabile.
L'amico Cabras, che pure estende il numero delle competenze assolute della Regione, ed è importante, insiste anche sulle potestà legislative concorrenti in ben 15 materie, quasi non siamo scottati dall'errore fatto con la riforma del Titolo V che, proprio a causa delle competenze concorrenti, ha dato la stura a un numero incredibile di conflitti di competenza davanti alla Corte costituzionale. Capisco la volontà di difendere quella riforma costituzionale approvata dal centrosinistra con uno scarto di appena 4 voti, ma nel momento in cui si pensa alla carta fondamentale della propria terra, un minimo di autocritica sarebbe opportuno. Tanto più che domani, con la riforma del Titolo V che è nelle idee del Governo, la Sardegna rischierebbe di rimanere indietro rispetto persino alle Regioni ordinarie.
Ripeto – e non lo dico a cuor leggero – plaudo al coraggio mostrato da Antonello Cabras nel voler far uscire il suo partito dalle fumisterie di un molto lungo periodo. Con il suo testo sarà necessario confrontarsi e lo farò con rispetto e stima. Ma vorrei consigliarli di gettare il cuore oltre l'ostacolo: la battaglia per il Nuovo Statuto non sarà facile e se uno pensa di cominciare dalla fine della discesa, commetterà lo stesso errore fatto dai consultori sardi che, secondo i più avvertiti di essi, proposero uno Statuto già vecchio al momento dell'approvazione.

giovedì 8 aprile 2010

Caro Massidda, lei ed io "cossighisti monarchici". Maninchedda dixit

di Gianfranco Pintore

Caro senatore, siamo stati smascherati. Lei come presentatore del ddl sul Nuovo Statuto sardo, io come coautore (insieme a Cesare Casula, Mario Carboni e tanti altri) della proposta che lei ha fatto propria, siamo dei catalanisti conservatori e cossighisti monarchici. Non so bene che cosa significhi, ma deve essere una cosa molto brutta. Ecco come il suo amico Paolo Maninchedda descrive il testo che il Comitato per lo Statuto ha elaborato e che lei ha presentato in Senato: una “traccia culturale, con una patina di catalanismo conservatore spruzzata di cossighismo monarchico che non mi piace”.
Quale Statuto gli piaccia, Maninchedda non lo dice. Sarà perché è nella fase destruens, ma come voglia costruire qualcosa se lo tiene ben stretto. Lancia, in materia di Statuto, anche critiche al suo partito, parlando di “riformina”, su cui non mi pronuncio soprattutto perché non ho le informazioni che deve avere lui. “Il Pdl” scrive sul suo blog “pensa di allungare il brodo per poi portarci in zona cesarini a berci qualsiasi cosa, anche una cosetta magari da celebrare enfaticamente”. Pare, insomma, ben informato.
Non entro in merito, non solo perché non so, ma perché capisco che il mese prossimo ci saranno elezioni e quel che vale prima non è detto valga dopo. Quella sequela di sprezzanti considerazioni su qualcosa che forse non ha neppure letto, e comunque ha letto molto male, ha bisogno di una qualche risposta. Definire “traccia culturale” un testo di 62 articoli è qualcosa di più di una leggerezza: mi pare piuttosto una vetusta maniera di disprezzare culture politiche non condivise, ignorando, fra l'altro, che la proposta tanto disprezzata è figlia anche dell'eccellente elaborazione di Nuovo Statuto fatta dal Partito sardo d'azione negli anni Ottanta, quando il Psd'az non era nell'orizzonte politico di Maninchedda.
C'è poi una singolare sottovalutazione della sovranità che la sua e nostra proposta attribuisce alla Sardegna, singolare, voglio dire, se sentita da chi della sovranità dice di voler fare una propria bandiera. È vero che Maninchedda vuole l'indipendenza della Sardegna, in una singolare confusione di termini, ma neppure la vicinanza delle elezioni nella sua Nuoro può fargli pensare che quell'obiettivo sia a portata di mano. Tanto è vero che, sì, concede che in attesa di quell'alba si possa parlare di Statuto. Anzi di Statuto no, visto che neppure per accenni parla di che cosa vorrebbe metterci dentro, ma di strumento per elaborarlo: la Assemblea costituente.
In politica, i tempi sono decisivi. Personalmente parlo di Costituente per lo Statuto dal 1996, perché lo ritenevo allora uno straordinario strumento di partecipazione del popolo sardo al disegno del suo futuro. Quattordici anni dopo, quando incombono i decreti di attuazione del federalismo fiscale, mi paiono una pericolosa perdita di tempo se non proprio – non vorrei essere maligno – un escamotage buono solo per rinviare una assunzione di responsabilità.
In una cosa, a mio parere, il consigliere sardista ha ragione: una riforma tanto importante qual è la nostra Carta fondamentale non può essere elaborata nel chiuso del Parlamento sardo, ma deve farsi momento di discussione popolare. Qualche anno fa, Maninchedda non la pensava così ed appoggiò l'idea di affidarne la scrittura a una consulta di una quarantina di persone elette dal Consiglio regionale con i meccanismi naturali del “tanti costituenti a me tanti a te” con l'affidamento della maggioranza ai partiti che, ad onor del vero, non brillavano per coraggio sardista. I ripensamenti sono una buona cosa quando vanno nella giusta direzione del coinvolgimento dei cittadini. Ma li si coinvolge intorno a che cosa, se non a una o più proposte?
Per ora, alle viste, c'è una sola proposta. Far finta di nulla o, peggio, esorcizzarla con definizioni criptiche, temo significhi aver la volontà di attendere che siano altri a cucirci addosso uno Statuto. Magari per poi criticarlo e per denunciare la volontà prevaricatrice di chi non attende, per dire come la Sardegna starà nel futuro nel mondo, che si risolva la poco entusiasmante ricerca dello strumento che elabori il Nuovo Statuto. Mi attendo una sua risposta.

venerdì 2 aprile 2010

Catastrofismo n.2: ora tocca al federalismo

L'opposizione ha messo in sordina quel catastrofismo che le faceva sognare di catturare grandi e vittoriosi consensi. Ricordate? L'Italia sull'orlo della bancarotta, la crisi economica che avrebbe devastato l'Italia, la disoccupazione a livelli stratosferici e così via disegnando scenari da Apocalisse. Gli elettori non hanno creduto alle Cassandre e si sono fidati dei numeri oggettivi, forniti non solo dal governo ma da fonti internazionali ed europee: l'Italia sta superando bene la crisi, la disoccupazione è ai livelli più bassi fra quelli degli Usa e dell'Europa, il governo sta facendo bene.
Non è, naturalmente, che le cose stiano nel migliore dei modi (la crisi c'è, la disoccupazione è un problema drammatico per quanti ne sono colpiti), ma la catastrofe annunciata non c'è stata e non è più credibile. Ed ecco che, finito un allarmismo, spunta un altro annuncio di catastrofe: quella che sarà portata dal federalismo. Spiace che di questo allarmismo si faccia portavoce un raffinato intellettuale di sinistra come Francesco Pigliaru, ma tant'è: la tentazione di utilizzate la categoria “catastrofe” nella lotta contro il governo deve essere irresistibile anche per chi piega la scienza economica alle ragioni della bottega politica.
È la vittoria elettorale della Lega che – nella visione di Pigliaru – annuncia disastri per il Mezzogiorno, oltre al solito pericolo di un'economia spezzatino. Il federalismo fiscale prevede – tutti, compreso Pigliaru, dovremmo saperlo – che sia previsto per tutte le parti delle realtà federate, le regioni, livelli minimi di agibilità finanziaria. Su quali debbano essere questi livelli è in corso uno studio non facile, ma certo degno di attenzione e di partecipazione da parte di chi non vuol stare alla finestra, sperando che il governo sbagli, per alimentare la propria visione catastrofista.
Il problema è che dietro a questo atteggiamento c'è una diffidenza nei confronti del federalismo, di cui quello fiscale è un primo assaggio. In altre parole, c'è il terrore che il patto fra le parti della Repubblica, il foedus, diventi una cosa seria, capace di coniugare il massimo di autonomia che le regioni abbiano la capacità di esercitare con la necessità di unitarietà della Repubblica. Per capirci meglio: gli stati negli Usa hanno tutta l'autonomia che serve loro, senza che alcuno possa sospettare che gli Stati Uniti abbiano una cinquantina di politiche estere, una cinquantina di sistemi monetari diversi, altrettanti ambasciatori negli stati esteri e all'Onu.
La decisione, per ora annunciata, dei presidenti di Piemonte e Veneto di non dar corso alla distribuzione della cosiddetta pillola abortiva sta scatenando consensi e molte critiche. Con disprezzo sono definite “spezzatino”, per esempio, le diverse, legittime politiche regionali in materia, al di là del giudizio che se ne possa dare. Non chiamerebbero mai “spezzatino” gli Stati uniti dove, come si sa, ci sono addirittura stati che applicano la pena di morte e stati dove questa barbarie è messa al bando. Forse perché si pensa che siano stati molto più popolosi delle regioni italiane. Ma così non è, visto che, tanto per esemplificare, il New Jersey è meno popolato della Lombardia e il Wyoming ha un terzo della popolazione della Sardegna. In quest'ultimo vige la pena di morte, nel primo è stata abolita tre anni fa. E non stiamo parlando di differenze di poco conto.
Se invece di avvitarsi in paure senza senso, l'opposizione partecipasse a una seria discussione sul futuro assetto della Repubblica non solo acquisterebbe una credibilità che oggi non ha, ma darebbe una dimostrazione seria volontà di essere parte nella trasformazione della nostra Repubblica.

giovedì 26 novembre 2009

Lo Statuto una perdita di tempo? Ma quando mai

In un suo editoriale su L'Unione sarda di oggi, il professor Beniamino Moro svolge un ragionamento sul futuro dell'autonomia sarda assai difficilmente condivisibile anche da chi, come me, ho dell'amico Moro un'altissima considerazione e stima. Tre sono i cardini del suo articolo.
1.Una corrente del pensiero politico ritiene che le ragioni dell'autonomia speciale “accordata” siano venute meno. Anche la Sardegna non è riuscita a approfittare della specialità per promuovere lo sviluppo economico, ma ha utilizzato le risorse pubbliche “per sostenere le clientele politiche e per acquisire il consenso elettorale”. Moro, per la verità, ritiene “discutibile” questa tesi.
2.Il “federalismo fiscale” è il quadro entro cui, necessariamente, deve muoversi ogni progetto di riforma dello Statuto che non potrà credibilmente prevedere competenze diverse da quelle previste nella legge costituzionale sul “federalismo fiscale”.
3.Piuttosto che “distorcere l'attenzione” con il discutere di specialità e di strumenti (la Costituente) per rafforzarla, è meglio puntare al “vero obiettivo” che è lo sviluppo economico regionale.
Augurandomi di aver riassunto correttamente il pensiero dell'amico Moro, devo dichiarare il mio stupore per il fatto che un così insigne intellettuale sardo possa dar credito, sia pure critico, a ipotesi di revoca della specialità sarda. L'utilizzo delle risorse pubbliche per clientelismo e per cattura del consenso è un male endemico nella vita politica della Repubblica. Tanto che oggi il governo si trova a dover combattere contro un debito pubblico tanto grande da rendere difficile reperire risorse per lo sviluppo. Eppure ai critici della specialità verrebbe mai in mente di proporre la revoca della sovranità dello Stato.
A quelle suggestioni di cancellazione della specialità si arriva per via di una profonda incomprensione delle sue ragioni. La Sardegna, ma lo status è simile per le altre regioni speciali, è peculiare non tanto per motivi economici e geografici (l'insularità) quanto per ragioni culturali, storiche, linguistiche che ne fanno una Nazione distinta da quella italiana, entrambe parte della Repubblica. Questa sua condizione permarrebbe non solo nel caso in cui le classi dirigenti fossero esecrabili, ma anche in quello in cui la Sardegna diventasse prospera, sviluppata e ricchissima.
Lo sviluppo economico della nostra Terra e uno Statuto di reale autogoverno sono strettamente legati e interdipendenti. Più competenze e poteri avrà la Regione più avanzato sarà lo sviluppo della Sardegna e, come dimostra per esempio l'esperienza catalana, più accentuato sarà lo sviluppo maggiori dovranno essere i poteri per rendere più governabile lo sviluppo stesso. Noi sardi, ma non solo noi dentro la Repubblica italiana, paghiamo lo scotto di essere sotto la cappa opprimente di quell'economicismo che pervade anche culture politiche che dovrebbero portarcene fuori. Il più rapidamente possibile.
Ma, dice il professor Moro, tutto deve accadere sotto l'egida della legge sul “federalismo fiscale”. Chi lo ha detto? Forse che la legge 42 ha abrogato la previsione costituzionale secondo cui la Sardegna e le altre regioni speciali “dispongono di forme e condizioni particolari di autonomia, secondo i rispettivi statuti speciali adottati con legge costituzionale”? Il “federalismo fiscale” è solo un primo passo per il federalismo tout court e con un nuovo Statuto speciale, la Sardegna è in grado di accompanare la realizzazione di un progetto che in Sardegna, ma non solo, ha profonde radici politiche e culturali. Io ho fatto mia la proposta del Comitato per lo Statuto e ho depositato da tempo in Senato un ddl a proposito.
Sia la proposta del Comitato sia il mio disegno di legge sono, come tutte le cose umane, discutibili e migliorabili. Ma ci sono, sono documenti che sono in grado di far uscire la discussione dalla nebulosa delle cose evanescenti. Perché non discuterne?

giovedì 19 novembre 2009

Qualcosa sullo Statuto, eppur si muove

Lentamente qualcosa si muove intorno alla adozione di un nuovo Statuto di autonomia e anche dall'opposizione vengono segnali di disponibilità ad affrontare la questione con “un approccio non strumentale o giocato sulle divisioni della maggioranza” come avverte oggi l'ex presidente del Consiglio regionale, Giacomo Spissu. Meglio sarebbe, naturalmente, che questo atteggiamento non strumentale si manifestasse con continuità e che, per esempio, ieri, durante la riunione del Parlamento sardo a Nuoro, il Pd non avesse accusato di insensibilità il presidente della Regione. Pur sapendo che Cappellacci non poteva essere contemporaneamente a Nuoro e a Roma dove firmava l'accordo per l'Alcoa, qualcuno si è pesantemente lamentato dell'assenza. Piccinerie. Speriamo bene per il futuro.
Un futuro che è cominciato con fatti concreti e con pubblici impegni della maggioranza. I fatti concreti sono, come più volte ho detto, la elaborazione di un complesso e coraggioso articolato da parte del Comitato per lo Statuto e la presentazione da parte mia di un disegno di legge che sposa la proposta del Comitato. Il ddl, S.1244, presentato il 17 giugno 2009 con il titolo Statuto speciale della Regione Sarda denominato "Carta de logu de Sardigna", è già stato assegnato alla Prima commissione (Affari costituzionali). Questi i fatti.
Parlando al Congresso sardista, il presidente della Regione ha confermato il suo impegno con queste parole: “La riscrittura del nostro Statuto speciale è stata indicata coscientemente nel mio programma agli elettori e a loro ho il dovere di rispondere senza indugio, dopo un lungo lavoro preparatorio operato durante la passata legislatura con discrezione e serietà dalla maggioranza delle forze d'opposizione. Come ho ricordato in altre sedi si è trattato di un lavoro di ridiscussione dell'Autonomia reale, analisi di tutte le proposte di riforma presentate, confronto con analoghe esperienze italiane ed internazionali, portato avanti senza pregiudiziali e durato diversi anni ad opera di un Comitato appositamente formato e seguito direttamente dai capigruppo dell'opposizione. E' stata elaborata una proposta completa ed articolata di sovranità possibile, presentato più volte pubblicamente nelle varie stesure e sino al progetto finale condiviso nelle sue linee portanti e di principio da tutta la coalizione di centrodestra, che credo recepisca le principali aspirazioni sardiste diffuse nella nostra Nazione”. Vale la pena riportare le parole di Cappellacci, anche perché di esse non c'è traccia sui giornali che si sono occupati del Congresso sardista e quindi non sono conosciute.
Segnalo anche un'altra iniziativa, sfuggita all'attenzione dei media: facendo propria una mozione firmata dai consiglieri di centrodestra Mario Floris, Franco Cuccureddu e Massimo Mulas, 25 consiglieri dell'opposizione hanno sollecitato la presidente del Consiglio ad “avviare una sessione straordinaria sulle riforme e sul programma di approvazione del nuovo Statuto di autonomia”.
Qualcuno potrebbe vedere in questo atto dell'opposizione un approccio strumentale che si fonda su presunte “divisioni della maggioranza”, ma l'importante è che anche l'opposizione si muova, mettendo da parte le defatiganti discussioni sugli strumenti per scrivere lo Statuto (la “Consulta” voluta da Soru, per esempio) e affrontando i contenuti della nostra nuova Carta fondamentale.
Come si sa, il Psd'az e i Riformatori sardi vorrebbero che ad occuparsi della riscrittura dello Statuto sia una Assemblea costituente. Ho già scritto su questo blog che la proposta rischia di apparire dilatoria e in grado di mettere in pericolo la possibilità che esso possa essere approvato in questa legislatura. Ma condivido con il Psd'az la necessità che, prima di approdare al Consiglio regionale per l'approvazione, si apra in Sardegna un grande dibattito capace di coinvolgere il popolo sardo nel disegno del proprio futuro. A questo coinvolgimento si può arrivare sì attraverso una Costituente, ma anche indipendentemente da essa con la discussione sulla proposta del Comitato per lo Statuto, sul mio disegno di legge (entrambi esistenti) e su progetti alternativi che, se pure oggi non esistono, possono in breve tempo essere approntati. Dopo alcuni decenni di dibattiti sulla insufficienza dello Statuto vigente, non sarà difficile a chi non condivide le nostre proposte presentare le proprie.

venerdì 28 agosto 2009

Federalismo, solidarismo, egoismo e altri stereotipi

Confesso di provare una fastidiosa sensazione di trovarmi davanti a luoghi comuni e a frasi fatte, quanto sento parlare di “federalismo egoista” e del suo contrario “federalismo solidale”. Come tutti gli stereotipi, esibiti come se fossero il riflesso logico della Verità, anche questi sono orticanti. Lontani come siamo dalla ripresa piena dell'attività politica e della conseguente ripresa della polemica dei “solidaristi”, forse è il caso di ragionarci su, senza richiami alle certezze assolute.
Intendiamoci, nessun con buon senso può pensare ad una organizzazione della Repubblica in cui le entità economicamente più forti e demograficamente più consistenti facciano carne di porco delle entità più deboli. Del resto, neppure i rapporti fra stati all'interno dell'Europa sono improntati a una concezione tanto aberrante. Esistono meccanismi per cui la ricca Germania non si può disinteressare della più povera Lituania, senza che questo comporti per l'Europa il gravame dell'appellativo “solidarista” che una cultura politica comunista ha trasformato da pratica religiosa, individuale e collettiva, in ideologia politica.
Esistono, anche all'interno della legge sul federalismo fiscale, meccanismi che vanno naturalmente sperimentati ma che sono in grado di assicurare una equità di base alle parti del nuovo stato federale che si va lentamente creando. Sta a queste parti utilizzare con intelligenza le condizioni di base e le loro potenzialità per far sì che le nuove competenze federali creino ricchezza; e spetta alle loro classi dirigenti complessivamente intese, la politica, la sindacale, l'imprenditoriale, la culturale, l'amministrativa, di trasformarsi da dipendenti in capaci di autogoverno.
Per quanto riguarda la nostra Terra, il federalismo già alle viste e quello che risulterà da un profondo rinnovamento del nostro Statuto possono essere un'occasione straordinaria per la screscita economica, sociale e culturale della Sardegna. Si tratta, fondamentalmente, di aggredire il paradosso per cui un'isola appena più piccola della Sicilia e con un quarto di abitanti supera appena di un migliaio di euro annui pro capite il Pil dell'isola più grande. Nessuno di noi può dire di aver fatto tutto il possibile per sconfiggere quel paradosso, pur se tutti noi possiamo accampare la giustificazione che la Sardegna, intesa come entità istituzionale, non ha avuto tutti i poteri e le competenze necessari ad incidere con forza sulle cause dell'arretratezza.
Adesso attraverso la legge sul federalismo e, poi, attraverso un nuovo Statuto coraggioso e rispettoso del patto costituzionale ci avviciniamo al momento in cui non avremo più scuse. La sconfitta del clientelismo e dell'assistenzialismo dovrà essere la prima dimostrazione che la Sardegna è capace di contare sulle proprie forze, sotto la protezione non di un paternalistico solidarismo ma di leggi costituzionali, prima fra tutta quella di approvazione della carta costituzionale sarda che saremo capaci di darci.

venerdì 21 agosto 2009

Patto di cittadinanza sì, ma anche patto fra diverse nazionalità

Il presidente della Camera ha lanciato in un suo articolo la necessità di “rilanciare un patto di cittadinanza fra gli italiani”. Quello di Gianfranco Fini è, ovviamente, un intervento assai più articolato di quanto possa far pensare una singola frase, ma è questa che mi suggerisce più di altre qualche considerazione che spero utile a un dibattito. Credo un buon titolo della discussione possa essere “Patto di cittadinanza fra gli italiani nel rispetto delle nazionalità degli italiani”. Tanto per segnalare che è utile a tutti e all'unità della Repubblica riconoscere che una cosa è la cittadinanza, altra cosa è la nazionalità.
Una paura di origine giacobina, di cui si è preda a sinistra come a destra come al centro, nega fino alla mistificazione la possibilità che all'interno dello stesso Stato possano convivere nazionalità diverse (e insieme ad esse le rispettive lingue e dialetti). Ma è un paura che ha solo fondamenti ideologici, tant'è che stati di origine non giacobina come la Spagna e l'Inghilterra non solo non hanno timore di riconoscere nazionalità diverse al loro interno, ma le promuovono. In Spagna esistono anche le nazionalità catalana, basca, gallega, nel Regno unito quelle scozzese, irlandese, gallese.
In Italia esiste, insieme ad altre, la nazionalità sarda. Fino a non molto tempo fa, quando ad essere egemone era la cultura giacobina della sinistra e di suoi inconsapevoli alleati “egemonizzati”, il riconosimento della nazionalità sarda era patrimonio di non molti intellettuali, pochi dei quali indipendentisti, che hanno dato il via ad un dibattito culturale di grande rilievo, pur se osteggiati dalla gran parte della politica social-comunista. In realtà, questi intellettuali interpretavano un sentimento molto diffuso fra i sardi che pure hanno sempre votato, all'80-85 per cento, per partiti per niente indipendentisti o separatisti.
Da tempo, l'espressione “nazione sarda” è entrata nel lessico della politica che, è onesto riconoscerlo, su questo si è dimostrata capace di interpretare il sentimento della maggioranza dei sardi molto di più e meglio dei ceti intellettuali e sociali dipendenti, per cultura e per rendita di posizione, dallo statalismo e dal quella “idea di Patria – come scrive Fini – dalle degenerazioni nazionalistiche e razziste che hanno funestato la storia del Novecento”. La cosa singolare, sia detto per inciso, è che gran parte di quei ceti intellettuali rifiutavano il concetto di “nazione sarda” non in nome della Patria (che anzi li infastidiva) ma di quello di un internazionalismo variamente coniugato: proletario, cosmopolita, antilocalistico, etc.
Dicevo dell'ingresso di “nazione sarda” nel lessico della politica e del governo. Se ne parla nel programma con cui Ugo Cappellacci ha vinto le elezioni e poi in due suoi alti discorsi per Sa die de sa Sardigna e per il Sessantesimo del Consiglio regionale, ne ha parlato più volte la presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo. Ne parlano nella loro proposta di nuovo Statuto speciale intellettuali come Francesco Cesare Casula, Gianfranco Pintore, Mario Carboni, Gherardo Gherardini, Massimo Delogu, Rita Dedola e molti altri. Hanno sottoscritto questa impostazione tutti i capigruppo del centro destra nella passata legislatura insieme a deputati e senatori. Io stesso ho condiviso questa Carta de Logu nova de sa Natzione sarda che ho presentato in Senato come disegno di legge.
Nessuno di noi è separatista né vuole la rottura dell'unità della Repubblica: “La Regione autonoma è parte della Repubblica Italiana e dell’Unione Europea” è sancito nella proposta di Statuto”. Questo per dire che non esiste alcuna contraddizione fra l'essere di nazionalità sarda e di cittadinanza italiana, fra l'essere parte della Nazione sarda ed esser parte della Repubblica italiana. Solo un vecchio e obsoleto nazionalismo negatore delle diversità può pensare che “un patto di cittadinanza fra gli italiani” debba comportare l'annullamento delle diversità nazionali. Sì, dunque, al patto proposto da Gianfranco Fini, purché contempli le diversità che, del resto, il cammino intrapreso verso uno stato federale inevitabilmente dovrà promuovere. Con saggezza ma senza paure ottocentesche.

domenica 19 luglio 2009

Partito del Sud? Ma la Sardegna non è Meridione

L’idea di un partito del Sud è entrata prepotentemente nel dibattito politico e culturale di questa estate e sta suscitando reazioni a volte scandalizzate, altre razzisticamente ironiche, qualcuna preoccupata per la sorte dell’unità della Repubblica. Sono, a parer mio, riflessi sbagliati e, comunque, inconsapevoli del fatto che il federalismo comporterà, prima o poi, anche la formazione di partiti locali tanto più importanti in quanto capaci di trovare forme federali di coordinamento. O anche, come pare nel caso del Partito del sud, capace di scegliere alleanze congeniali al proprio programma.
Per essere chiari: nessun partito locale è in grado da solo di governare lo Stato, nessun partito locale, pena la sua sopravvivenza, può allearsi contro natura. Chi ha una profonda vocazione federalista rischia la scomparsa se si allea con partiti antifederalisti o centralisti, così come un partito centralista commetterebbe suicidio politico cercando alleanze con partiti locali, autonomisti e federalisti per definizione. Insomma, la nascita, per ora solo mediatica, del Partito del sud metterà sì la “questione meridionale” all’ordine del giorno del governo della Repubblica, ma non ne intaccherà l’unità nei aspetti fondamentali e imprescindibili: i poteri dello Stato in materia di difesa, moneta, giustizia, rapporti diplomatici.
Se il Partito del sud nascerà, lo si dovrà ad un allentamento delle attenzioni nei confronti della questione meridionale che per anni Forza Italia prima e il Popolo delle libertà poi aveva messo al centro della propria azione politica. Restituire centralità ad Sud e alla Sardegna non avrà come effetto, probabilmente, la non nascita del Partito del Sud o di altri partiti locali, ma, certo, ridurrebbe possibili conflittualità.
Detto questo, da sardo io non penso di poter aderire un giorno al Partito del Sud perché, come il resto dei sardi, non sono meridionale allo stesso titolo che non sono settentrionale, anche se la storia della Sardegna e del suo Regno mi situerebbe piuttosto cittadino del nord che del sud. Il fatto che poco si studi a scuola la vicenda del Regno di Sardegna dal 1324 al 1891 non cambia la realtà dei fatti. Del fatto che, per esempio, nelle scuole dal Piemonte alla Liguria alla Lombardia si studiava fino al 1859 che “i fiumi della Sardegna sono il Po, il Tirso, la Dora Baltea”, che il confine nord della Sardegna era la Francia, etc etc.
Ma la politica non è solo storia, così come la politica dell’oggi deve saper uscire dagli schemi storicamente imposti dalla sinistra secondo cui quella sarda fa parte della questione meridionale. La Sardegna fa parte della questione sarda. Non basta, come per più di un secolo la cultura di sinistra ha imposto anche a chi di sinistra non era, considerare i meccanismi economici dello sviluppo e del sottosviluppo per stendere una griglia unificante di fenomeni sociali, culturali, linguistici diversi.
Non ostante i tentativi fatti da decenni a questa parte di trovare la mafia in Sardegna, qui la mafia non c’è. La delinquenza nella nostra isola non è più “simpatica” di quella maridionale, ma non è mafia. In epoca moderna, il sistema economico sardo non è mai stato fondato sul latifondo, quello di vaste regioni del Meridione sì. I rapporti donna-uomo in Sardegna non sono stati esemplari nel loro oscillare fra matriarcato e patriarcato a seconda delle regioni sarde, ma il delitto d’onore non è stato mai considerato strumento di “giustizia”. La lingua sarda è unica e pochi sono stati gli scambi di acculturazione con i dialetti e le lingue meridionali. Si potrebbe continuare ancora a lungo nell’elencare le reciproche autonomia e differenze. Neppure dal punto di vista economico, le cose sono comparabili. Secondo i dati Eurostat, nel 2003 la Sardegna aveva un PIL pro capite di 17 927 euro, la Sicilia di 15 708 euro, il Sud nel suo complesso (esclusa la Sicilia) di 15 808 euro.
Non esiste, in definitiva, un qualche parametro o criterio che faccia situare la Sardegna nel Meridione che non sia quello della comune appartenenza alla Repubblica italiana oggi e al Regno di Sardegna fino al marzo 1891. Il Partito del Sud non avrebbe alcuna possibilità di rappresentarci più di quanto possa farlo la Lega nord o qualsiasi altro partito italiano. In un processo, a cui tengo molto, di federalizzazione della politica, la Sardegna deve esprimere quel che essa è. Avremo tempo per riparlarne.

lunedì 25 maggio 2009

Indipendenza no, autodeterminazione sì

Io non sono indipendentista ma sono molto d’accordo con quanto il presidente della Regione ha detto sa Die de sa Sardigna davanti al Parlamento sardo: “il federalismo deve essere foedus, ovvero libero patto fra pari”. Parrebbe una contraddizione, posto che anche io, come Cappellacci, sono per un patto fra pari e oggi, al di là della equiordinamento tra Regione e Stato sancito dall’articolo 114 della Costituzione, la parità non esiste e va, dunque, conquistata.
Ma è una contraddizione solo apparente e, anzi, quanto sostengo è ben detto nell’Atto unico di Helsinki del 1975. “In virtù del principio dell'eguaglianza dei diritti e dell'autodeterminazione dei popoli, tutti i popoli hanno sempre il diritto, in piena libertà, di stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale.” Questo articolo del Trattato, sottoscritto da 35 stati fra cui l’Italia, riprende del resto il Patto internazionale dell’Onu sui diritti civili e politici del 1966, sulla base del quale decine di nazioni senza stato nel mondo hanno conquistato la loro indipendenza.
Lo stesso Atto di Helsinki, però, sancisce anche “il diritto di ciascuno Stato … alla integrità territoriale. Questo per dire che il diritto all’autodeterminazione è (può essere) compatibile con la non dissoluzione degli stati esistenti. La compatibilità, come è noto, non è stata possibile in diversi casi: le repubbliche baltiche che si sono rese indipendenti dall’Urss “prigione dei popoli”, quelle balcaniche dalla Croazia alla recente indipendenza del Kosovo, al divorzio consensuale di Cechia e Slovacchia. In quasi tutti questi casi, i processi sono cominciati perché gli stati hanno badato solo alla loro integrità e non al diritto dei popoli a “stabilire quando e come desiderano il loro regime politico interno ed esterno, senza ingerenza esterna, e di perseguire come desiderano il loro sviluppo politico, economico, sociale e culturale”.
Al di là delle questioni di principio ed ideologiche pur rispettabili (il diritto all’autodeterminazione senza se e senza ma), un popolo e le sue classi dirigenti hanno il dovere di ragionare seriamente sia sull’autodeterminazione sia sul loro diritto di esercitare o non esercitare la potestà che la legge internazionale riconosce loro. Di che cosa ha bisogno la Sardegna? Di un’astratta idea di Stato o di una concreta sovranità che consenta ai sardi, come dice il diritto internazionale, di stabilire in piena libertà i poteri e le competenze necessari.
Nessun tabù, dunque, ma un sereno e laico ragionare sui contenuti reali della nostra autodeterminazione.

giovedì 30 aprile 2009

Il federalismo fiscale è fatto: ora tocca a noi sardi

Il federalismo fiscale è da ieri legge. Si avvicina la realizzazione di un disegno che ha avuto in Sardegna la culla culturale più importante del secolo scorso, a dispetto della incomprensione, quando non dell’aperta opposizione, di troppi vecchi partiti, soprattutto della sinistra sarda. La Repubblica federale è, insomma, più vicina. Certo, se il Pd avesse avuto più coraggio e trasformato in approvazione la sua astensione, il processo ora cominciato avrebbe avuto importanza maggiore. Ma non nascondo il mio apprezzamento per il suo gesto.
Ci sarà tempo per parlare degli effetti sull’economia della Sardegna che il federalismo fiscale avrà. Ora mi preme considerare due aspetti della riforma costituzionale che ieri al Senato abbiamo approvato. Il primo riguarda la qualità che le classi dirigenti (tutte, non solo la politica) dovranno mostrare di avere di fronte alla sfida che sono chiamate ad affrontare. Il secondo riguarda le opportunità che la nazione sarda avrà di esercitare il suo diritto ad autodeterminarsi.
Il giorno del 28 aprile, Die de sa Sardigna, sia la presidente del Consiglio regionale sia quello della Regione, parlando davanti al Parlamento dei sardi hanno mostrato che una nuova qualità di classe politica non solo è possibile, ma c’è. Sono stati due discorsi di altissimo profilo culturale e istituzionale, in cui il richiamo al popolo sardo e alla sua nazione ha scansato il rischio della retorica e si è fatto progetto. Non sarà certo il livore di certa cattiva stampa, in parte insofferente per il richiamo ad una autonomia di pensiero, in parte decisamente contraria, a togliere valore al disegno di nuova specialità illustrato da Lombardo e da Cappellacci. Progetto che, del resto, è quello con cui il Pdl e i suoi alleati si sono presentati al voto di febbraio.
Ma, dicevo, il federalismo fiscale, non a caso voluto fortemente dal Pdl insieme alla Lega, è anche apertura ad opportunità nuove per la Sardegna. Il richiamo al fatto che questa in corso deve essere una legislatura costituente esce dal rituale consueto ad ogni inizio di legislatura e si fa impegno fondato. Sostenendo con decisione e con passione l’iniziativa del Comitato per lo Statuto, il centro destra sardo ha già indicato quale strada vuole seguire per la riscrittura dello Statuto speciale: la conquista di un reale autogoverno che, all’interno della Repubblica italiana e dell’Unione europea, garantisca alla Sardegna tutti i poteri e tutte le competenze di cui ha bisogno. Non solo: il cammino per la acquisizione di questi poteri necessari non deve essere percorso solo dalla politica istituzionale, ma dal popolo sardo chiamato a discutere del suo futuro.
Personalmente ho già fatto mia la proposta del Comitato e la ho presentata al Senato, oltre a pubblicarla sul mio sito. Le alte parole ascoltate il giorno della festa del popolo sardo nel Parlamento da esso eletto mi confortano in questa scelta.

lunedì 20 aprile 2009

Caro Brunetta, la specialità non si misura con l'economia

Dobbiamo al ministro Brunetta un lucido e coraggioso disegno di ammodernamento dell’amministrazione pubblica. Sono convintissimo che la società italiana sarà, al termine di questo processo di razionalizzazione, più efficiente e democratica, una casa comune dalle pareti di vetro. Ma l’amico Brunetta sbaglia nel pensare applicabili alle specialità regionali gli stessi criteri organizzativi e contabili usati, mi auguro con successo crescente, al resto della pubblica amministrazione, senza per questo mettere in discussione la Costituzione.
C’è, intorno al concetto di specialità, un equivoco di matrice prevalentemente comunista. Secondo tale cultura, le cinque regioni riconosciute speciali dalla Costituzione, deriverebbero la loro peculiarità da ragioni economiche e geopolitiche. Così, la Sardegna è speciale per via del suo differenziale di sviluppo rispetto al Continente; la Sicilia per stroncare il rischio separatista presente ancora negli anni della Costituente; il Sud Tirolo perché la sua autonomia deriva da obblighi internazionali; il Trentino per bilanciare in senso italiano, e all’interno di una regione “inventata”, la forte autonomia altoatesina imposta dal’Onu e garantita dall’Austria; la Valle d’Aosta e il Friuli-Venezia Giulia per la vicinanza rispettivamente con la Francia e la Yugoslavia che volevano tutelate le minoranze francofona, slovena e croata.
Insomma, la cultura comunista non concepiva e non permetteva il riconoscimento di specialità fondate sui caratteri nazionali e culturali della Sardegna, della Valle d’Aosta, del Friuli e del Sud Tirolo, sedi di lingua diverse da quella italiana. Nei primi tre casi solo imparentate con la lingua dello Stato, nel quarto caso neppure questo. Vale la pena ricordare ai molti smemorati la dura lotta del Pci in Sardegna contro l’autonomia dell’Isola nei primi anni dopo la guerra.
Nel pregiudizio di tanta parte della sinistra di matrice comunista e socialista, la lingua è solo un epifenomeno, qualcosa che non ha valore in sé e che vale solo se legata ai fenomeni economici e, al più, culturali. Tant’è che a fare compagnia all’amico Brunetta nella sua campagna contro la vetustà delle regioni speciali, è una parte importante della intelligentsia di sinistra. Ieri lo ha riconosciuto Andrea Pubusa, costituzionalista e intellettuale di spicco della sinistra sarda. La posizione del ministro, ha detto alla Nuova Sardegna, esiste “anche negli ambienti giuridici democratici”.
Gli elementi fondanti della specialità sarda (e anche delle altre regioni differenziate) continuerà ad esistere anche dopo che il gap di sviluppo dovesse essere superato. Lingua, cultura, storia, identità sono elementi ancora più forti della insularità, riconosciuta come dato incontrovertibile di svantaggio. Paradossalmente, i fondamenti della specialità sarda rimarrebbero anche nel fantascientifico caso di un ponte con la Penisola che facesse finire l’insularità della Sardegna.
Fino a quando, però, tali elementi non saranno riconosciuti nel nuovo Statuto sardo, la specialità della nostra autonomia sarà inevitabilmente soggetta agli assalti degli inguaribili economicisti e, l’amico Brunetta ci ricorda, non solo di essi. Di qui l’urgenza che la Sardegna si doti di un nuovo Statuto speciale che superi e si lasci alle spalle le tentazioni di ridurre lingua, cultura, identità, storia a sovrastrutture superflue e, comunque, ininfluenti nella definizione di specialità.

lunedì 10 novembre 2008

E D'Alema ci riprova con la Bicamerale

D’Alema ci riprova e per la riforma della Costituzione rispolvera la già fallita idea di affidarla ad una Commissione bicamerale. Vista dalla Sardegna, si tratta di una iniziativa non saprei se più dilatoria e se più antifederalista, comunque dannosa per il processo di riscrittura dello Statuto speciale.
Le tentazioni neocentraliste di D’Alema, va però detto, vengono alla luce nel deserto di iniziative riformatrici del ceto politico sardo che sembra ignorare l’importantissimo progetto di “Nuova costituzione sarda” elaborato dal Comitato per lo Statuto che, per altro, ha l’appoggio del presidente Cossiga oltre che dei gruppi consiliari del centrodestra.Si tratta di un ben articolato progetto secondo cui, nel rispetto della unità della Repubblica, la Sardegna si attribuisce tutte le competenze e i poteri di cui ha bisogno, riconoscendo allo Stato i poteri di ordine federale.
Di fronte a questo stato di cose, propongo ai parlamentari sardi di far proprio il testo di nuovo statuto speciale elaborato dal Comitato e di presentarlo nei due rami del Parlamento. Quanto a me, sono pronto ad adottarlo e a presentare al Senato il relativo disegno di legge.

Leggi sul mio sito la proposta del Comitato Firma per la tua Sardegna