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lunedì 10 maggio 2010

Eolico nel Golfo degli Angeli e poteri d'autogoverno che dobbiamo conquistare

Sono abbastanza sicuro che i signori del vento non riusciranno ad imporre il loro parco eolico nel Golfo degli Angeli, di fronte alla spiaggia del Poetto e nelle altre marine della Sardegna. Come in altre occasioni, il no concorde dei sardi avrà la meglio, non essendoci burocrazia né comitati d'affari tanto forti da cancellare i diritti di un popolo. Alle denunce del mio amico Mauro Pili, raccolte da una stampa particolarmente attenta e univoca, vorrei aggiungerne di mie che spostano la questione sul terreno istituzionale.
Qualche giorno fa, L'Unione sarda riportava questo titolo: “Golfo degli Angeli. L'Eos vuole il parco off-shore: 'La legge dice che dobbiamo parlare col Ministero – La Regione non è il nostro interlocutore”. Il giornale riferiva le parole dell'amministratore delegato della Bbc power, la società che controlla la Eos, “Energia eolica offshore della Sardegna”. Il signor Cotrufo ha formalmente ragione: la Regione sarda, oggi come oggi, a Statuto vigente, non ha alcuna competenza sul mare che la circonda.
Vero è che, poi, le linee che portano l'elettricità dovranno pur passare in Sardegna e qui il Ministero poco ha di che decidere, ma teoricamente, pur di riaffermare la propria potenza, la Eos potrebbe collegare il suo parco eolico, che so?, con la Tunisia. Però è vero: la Regione non ha competenza sul suo mare. È invece indispensabile che la abbia per evitare che i sogni dei signori del vento trasformino le nostre coste in un serpente di parchi eolici o comunque in sede di altre speculazioni, fuori dal controllo del governo dei sardi.
Il mio disegno di legge sul Nuovo Statuto speciale (che fa suo, come ho detto altre volte, la proposta del Comitato “Firma per la tua Sardegna”), depositato in Senato e da questo trasmesso al Consiglio regionale, dice: “Il Popolo sardo, il territorio della Sardegna e delle sue isole, il mare e il cielo territoriale … della Sardegna costituiscono la Nazione sarda”. Questo nulla toglie all'unità della Repubblica, ma rimodula il sistema delle competenze fra Stato e Regione, entità che già oggi, con il nuovo Titolo V della Costituzione, sono equiordinate, insieme alle Province e ai Comuni. Non sono, insomma, messi in una scala gerarchica per cui lo Stato domina tutto.
La questione dei parchi eolici off shore ha assunto oggi la dimensione di un pesante vulnus per la nostra troppo debole autonomia. Ma era inevitabile che imprenditori e speculatori si accorgessero della enorme fonte di guadagni e di profitti offerta dal vento oggi come della massa del mare domani, come dal sole in maniera più accentuata nel prossimo futuro. A noi sardi spetta di decidere se subire questi interessi o se essere protagonisti di un nostro nuovo modello di sviluppo. Possiamo, come per esempio fa il mio amico Antonello Cabras con il suo disegno di legge o come fanno i consiglieri regionali del Pd, far finta che il nostro Statuto abbia solo bisogno di qualche aggiustatina qua e là.
Ma o poniamo mano molto seriamente, con coraggio e senza paura dei nostri diritti, al nuovo Statuto o saremo destinati alla subalternità.

mercoledì 24 marzo 2010

Ma che bella eredità ha lasciato la giunta Soru

Le statistiche sull'andamento dell'economia in Sardegna, pubblicate oggi da La Nuova Sardegna, sono preoccupanti, non c'è dubbio. Oggi stesso, ho sentito voci di amici del centrosinistra ammiccanti per il colpo che questi numeri darebbero al governo. Il fatto è che dovrebbero essere letti meglio, perché dalla loro lettura viene un consiglio ad essere molto prudenti nel gioirne troppo: vi emerge, infatti, con grande chiarezza che la Giunta Cappellacci ha ricevuto dalla passata amministrazione di centrosinistra una pesantissima eredità.
Vediamoli questi dati. Al 31 dicembre del 2009 (dopo otto mesi di nuovo governo) i lavoratori in cassa integrazione erano 9.714 e quelli in mobilità 2.908; il tasso di disoccupazione (dopo un paio di mesi di vigenza della Giunta Cappellacci) era del 12,7 per cento e 87.000 erano le persone in cerca di occupazione. Nel 2008 (ultimo anno di Giunta Soru) il tasso di disoccupazione giovanile era del 36,8 per cento (21,3 in Italia), il reddito medio pro capite dei sardi era di 16.200 euro contro i 17.839 in Italia, il Pil pro capite di 20.627 (26.276 in Italia), il Pil ai prezzi di base era diminuito di 430 milioni di euro. Gli effetti della politica di centrosinistra hanno fatto sì che l'anno scorso 350 mila famiglie si trovassero sotto la soglia della povertà e che le esportazioni siano diminuite del 42,9 per cento.
A queste cifre, fredde come tutti i numeri, vanno aggiunte le vicende umane e i drammi di migliaia di lavoratori (da Alcoa a Vinyls, da Euroallumia a Rockwool) che ancora non sanno quale sarà la loro sorte e che sono vittime di scelte fatte nel passato più o meno prossimo. È questa mole impressionante di problemi che il governo sardo ha ereditato e che tenta di affrontare e di risolvere. Con una novità importantissima: intorno alle questioni aperte si è creata, e resiste non ostante la ricerca spasmodica di visibilità mediatica da parte di alcuni oppositori, una grande unità di intenti.
Io credo che questa unità vada coltivata come bene prezioso, anche lasciando da parte la considerazione che i dati economici a nostra disposizione certificano di una inconsistenza progettuale della giunta di centrosinistra, dimessasi improvvisamente alla fine del 2009, quasi una confessione di insufficienza. I dati economici, come quelli che ho citato, sappiamo leggerli anche noi e dicono cose molto diverse da quelle che vi leggono certi avversari del governo sardo. Senso di responsabilità vorrebbe che la loro conoscenza servisse a tutti per superare, in unità, i gravi problemi che sono oggi sul tavolo. Usare quelle cifre in maniera impropria si ritorcerebbe contro chi lo fa.

venerdì 26 febbraio 2010

Imprese mordi e fuggi: la responsabilità non è solo della politica

Credo sia dovere di tutti prendere atto di una cosa che suonerà sgradevole al nostro amor proprio di sardi: le soluzioni delle vertenze con l'Alcoa e con Rynair (la prima forse alla viste, la seconda più problematica) scontano il fatto che questo nostro orgoglio dovrà fare un passo indietro. Per convincere Alcoa a non attuare il suo piano di smantellamento, tutti, forze politiche, i sindacati, le istituzioni sarde e italiane hanno dovuto cedere a una minaccia. Per convincere Rynair a non lasciare l'aeroporto di Alghero, la Sardegna potrebbe essere costretta a soggiacere alla volontà della compagnia aerea.
Dico questo non per piegarci addosso, ma per trovare in queste vicende un impulso a non ripetere gli errori che, è meglio affermarlo subito, non sono della maggioranza che governa oggi la Sardegna e l'Italia. Maggioranza che si trova a dover riparare guasti molto grossi sui quali i responsabili, forse per memoria corta forse per protervia, preferiscono stendere un velo. Che non intendo sollevare ora che abbiamo l'obbligo di restare uniti, come sardi, ignorando le voci stonate di chi preferisce fare campagna elettorale.
Ieri, la Corte dei conti ha fatto un bilancio disastroso dei frutti dei soldi concessi in Sardegna ad imprese spesso mordi e fuggi. Nel 2009 sono stati erogati 15 milioni di multe per “ indebita percezione di contributi e di agevolazioni, nazionali e regionali, per promuovere lo sviluppo e l’occupazione in aree depresse”. Il miliardo e 400 milioni di euro, dati dalla Regione fra il 1996 e il 2007, furono stanziati per la crescita economica, ma questa “non si è registrata e le erogazioni sembrano essersi risolte in regalie a imprese e imprenditori”
Non è una relazione rassicurante quella del procuratore regionale, Tommaso Cottone, che ha parlato di “assalto alla finanza pubblica” e di “soldi in fumo”. La politica avrà certo la responsabilità, prima di tutto culturale, di non aver vigilato adeguatamente sulle richieste pressanti di finanziamenti per creare lavoro. Ma nessun altra componente della vita sociale ed economica si può tirare indietro. Né gli amministratori locali che hanno premuto perché si finanziasse chiunque promettesse lavoro, né i sindacati presi da un “purché si crei lavoro” non responsabile, né gli imprenditori che non hanno vigilato sull'operato dei loro colleghi che prendevano i finanziamenti, né le banche che non hanno fatto i necessari controlli.
In molti casi, ha detto il dr Cottone, “vi è stata o la totale appropriazione del contributo senza alcuna realizzazione o la parziale realizzazione del progetto senza impiego di capitali propri”. Qua e là vedo emergere la tentazione di mettere sotto accusa la politica. Ecco un modo pilatesco di sviare la sostanza delle cose. Anche dalla relazione della Corte dei conti per la Sardegna, dovremmo prender spunto perché nel futuro non si commettano più tanti errori. Tutti: la politica, le amministrazioni locali, i sindacati, gli imprenditori, quella, insomma, che si chiama classe dirigente.

sabato 6 febbraio 2010

Ieri, la grande prova di unità. Peccato che...

Ero uno dei cinquantamila sardi che ieri hanno manifestato a Cagliari e sono orgoglioso di essere parte del popolo sardo. Sono stato nel corteo fra manifestanti della mia parte politica e della parte avversaria: sono stato felice dei loro apprezzamenti e delle loro critiche, sempre pacate, che mi aiuteranno a capire come la ragione, indipendentemente dalla mia buona fede, non sempre è in quello che penso e faccio. Forse è vero che dopo la dimostrazione di composta forza unitaria nulla sarà come prima. E lo sarà nonostante i pochi tentativi di trasformare uno sciopero “per” in una manifestazione “contro”, contro il governo Berlusconi e contro il governo Cappellacci, e l'isolata provocazione subito sedata dai sindacalisti.
Mettono tristezza, non certo rabbia, i comizi politici di pochi, afflitti da un antiberlusconismo che stonavano in quel clima di unità di intenti che i più colpiti dalla crisi, i lavoratori, sentono necessaria come l'aria che si respira. Così come triste è leggere, oggi, l'attacco del segretario sardo del Pd contro il governo accusato di “ comportamento irresponsabile sulla crisi” e la visionaria interpretazione del suo capogruppo in Consiglio regionale secondo cui “ lo sciopero ha bocciato drasticamente l’operato del governo Berlusconi e della giunta Cappellacci”.
Dubito che l'on Mario Bruno abbia consapevolezza che le sue parole sconfessano i sindacati, i quali hanno sempre affermato che il loro non sarebbe stato uno sciopero contro i governi sardo e italiano, ma una manifestazione di proposta. Che c'è stata, più nei sindacalisti sardi che in quelli venuti da fuori, ma c'è stata. Si tratta, naturalmente, di discuterne francamente tutti insieme, sapendo che nella critica del passato nessuna parte può esibire patenti di innocenza. La politica, la grande accusata, ha certo le sue responsabilità, ma ne hanno i sindacati con la loro poca disponibilità a ragionare sul modello industriale paracadutato in Sardegna, ne ha l'ideologia operaista di tanta parte della cultura, ne ha l'imprenditoria non sempre capace di intendere la specificità della Sardegna pur in una economia globalizzata.
È insomma tutta la classe dirigente sarda, non solo quella politica, che è chiamata a prendere atto che il modello di sviluppo esistente fa acqua da tutte le parti. Ogni lavoratore deve essere assicurato che non perderà i mezzi di sussistenza per essi e per le loro famiglie. Questo è, certo, l'impegno più importante. Ma sarebbe da irresponsabili far finta che superate le emergenze, posto che sia possibile, i problemi siano risolti. Quello industriale è un settore vitale per l'economia della Sardegna, così come lo sono gli altri settori dal primario al terziario, ma non c'è alcuna ragione per pensare che l'industria sarda sia quella energivora della chimica e quella inquinante dell'alluminio.
Così come non c'è alcuna ragione – è anzi irragionevole – per pensare che un nuovo Piano di Rinascita, predisposto dallo Stato “con il concorso” della Regione, risolva il problema principe della Sardegna: darsi uno Statuto di autogoverno che, nell'ambito della Repubblica, attribuisca alla Regione tutte le competenze che non siano in conflitto con l'unità della stessa Repubblica. Le competenze e, naturalmente, le risorse necessarie ad esercitarle. Siamo in ritardo nell'affrontare questa questione, ma è importante e forse decisivo che anche il sindacato della riscrittura dello Statuto abbia fatto un suo punto di impegno.

mercoledì 3 febbraio 2010

Turismo tutto l'anno: cominciamo dai buoni vacanza

Circa 700 persone hanno partecipato sabato al convegno sul turismo organizzato dalla Associazione Pro Sardegna che mi onoro di aver ispirato. Nella foto un momento del convegno.








La necessità di non concentrare i flussi turistici nei mesi d'estate è presente nei progetti di qualunque governo. Spesso si tratta di nobili intenti dalle conseguenze non sempre apprezzabili, visto che alla loro realizzazione concorrono (o meglio contrastano) elementi che non sono controllabili dai governi, siano essi regionali siano dello Stato: crisi economiche, disponibilità e prezzi dei trasporti, preferenze di chi viaggia.
Su questi due ultimi fattori, trasporti e preferenze, il governo della Regione sarda, che pure ha meno di un anno di vita, ha efficacemente influito, tanto per fare degli esempi, attraverso una intelligente campagna mediatica di promozione dell'immagine di una Sardegna non solo fatta di splendide spiagge e di limpidi mari. E lo ha fatto anche con un fermo contrasto della decisione di Raynair, che sembrava irrevocabile, di cancellare i voli da e per la Sardegna.
Ma c'è un elemento, quello economico delle famiglie, che non si può risolvere con una bacchetta magica e, tanto meno, con la retorica e la demagogia di chi, stando all'opposizione, può lanciarsi nelle più spericolate proposte che non tengono conto delle finanze dello Stato e della Regione, l'uno e l'altra tenuti a non accrescere a dismisura la spesa pubblica e, per scelta, decisi a non mettere le mani nelle tasche dei contribuenti per accrescere i propri bilanci.
Eppure, tutti siamo convinti che il turismo non è solo una risorsa economica decisiva per regioni, come la Sardegna, in cui le scelte industriali del passato rischiano di fare il deserto. È anche un diritto per centinaia di migliaia di cittadini che, nella temperie economica di oggi, non si possono permettere una vacanza. L'idea della ministro Brambilla, idea già in corso di realizzazione, è insieme semplice e straordinaria: sto parlando dei Buoni Vacanza di cui migliaia di cittadini hanno cominciato ad usufruire da qualche giorno.
Si tratta di un contributo che lo Stato dà alle famiglie a basso reddito che vogliano esercitare il loro diritto a un periodo di vacanza. Un contributo che può arrivare, per le famiglie con più di quattro componenti, ai 550 euro, il 45% della spesa sostenuta per fare turismo. Naturalmente, le famiglie possono spendere i loro buoni vacanza in qualsiasi momento dell'anno, ma è logico pensare che le famiglie a basso reddito vogliano utilizzarli nella bassa stagione, quando i prezzi sono più bassi e i tempi di soggiorno possono essere dilatati.
Ecco che così, con uno strumento che costerà allo Stato 5 milioni di euro, si metterà in moto l'economia delle vacanze anche nei tempi fino ad ora considerati morti.

lunedì 1 febbraio 2010

La crisi dell'Alcoa e le tentazioni della mala politica

Domani sarà un giorno cruciale per l'Alcoa e di tutto cuore mi auguro che le alte parole del Papa e l'intervento di Berlusconi sui responsabili della multinazionale americana abbiano l'effetto che tutti auspichiamo. Certo è che, dato il livello dell'interessamento, suonano piuttosto gracchianti gli interventi critici nei confronti del governo, infelici testimonianze di una rabbia inconfessabile per l'unità raggiunta fra lavoratori, sindacati e istituzioni. Ma pazienza, così alcuni pensano si debba svolgere il ruolo dell'opposizione. Preghiamo, religiosamente chi crede, laicamente gli altri, che i forti messaggi facciano recedere l'Alcoa dai suoi disegni contabili.
Una soluzione del problema con soddisfazione dei reciproci interessi non cambia, però, la sostanza della questione che, mi pare, sia stata assai poco affrontata in queste drammatiche settimane di tensione che riguarda Alcoa, Vinyls e altre aziende in profonda crisi. Il contrasto fra le ragioni della politica e quelle del mercato è problema che interessa tutti gli stati, dagli Usa alla Francia all'Italia e ovunque i governi si trovano di fronte a una questione di non poco conto: assicurare la libertà del mercato e dare a questo regole che non possono non essere dettate dalla politica.
Capisco la tentazione di chi è sull'orlo della disoccupazione di chiedere ai governi di farsi carico della soluzione del loro dramma, foss'anche con la creazione diretta di posti di lavoro e non solo con la predisposizione di condizioni che consentano alle aziende di crearli. Chi sta male è poco propenso a pensare ai disastri combinati dallo statalismo nei paesi a “socialismo reale”. Ma chi fa politica non ha il diritto di creare aspettative del genere, sperando in un ritorno di consensi elettorali. Per dirla tutta: il governo Barlusconi fa benissimo a cercar di convincere Alcoa in Sardegna e Fiat in Sicilia, ma non può imporre proprio nulla. Lo stesso vale per Sarkozy o per Obama, come dimostra il rifiuto che avrebbe opposto una grande azienda all'invito del presidente americano a non dare bonus scandalosi ai suoi managers. Illudere i cittadini che questa sia una strada praticabile è da irresponsabili.
C'è piuttosto un'altra considerazione da fare che coincide in larga parte con quella fatta sul suo blog dall'amico Paolo Maninchedda: “Il Governo nazionale finanzi per cinque anni il welfare di sostegno e gli investimenti necessari alla riconversione produttiva del territorio e lo faccia con gli stessi costi che è disponibile a sostenere per garantire vantaggi alle multinazionali e trattenerle in Sardegna”.
Certo, l'appello non va fatto solo al governo, ma anche a tutta la classe dirigente sarda, da quella politica a quella sociale a quella culturale, in modo che tutti si faccia non solo autocritica per l'incoscienza con cui nel passato si è accettata e sponsorizzata l'industrializzazione forzata della Sardegna ma con coraggio si metta mano a un modello di sviluppo consono agli interessi dell'Isola. Non penso solo al passato più remoto, ma anche a quello più prossimo a noi, segnato ad Ottana, ma non solo lì, da risolutore contratto d'area, finito recentemente sulle cronache del malaffare. Bisognerà riparlarne, se non altro per trarre dalla vicenda insegnamenti per non ripetere così grandi errori.

martedì 12 gennaio 2010

Non sprechiamo l'occasione di pensare ad un nuovo sviluppo

Con quelli dell'Alcoa, entrati ieri in cassa integrazione, sono oltre centomila i sardi che sono costretti ad “utilizzare tutta la gamma degli ammortizzatori sociali, dall’indennità di disoccupazione agli ammortizzatori in deroga”. La drammatica analisi è del segretario della Cisl sarda Mario Medde e fornisce un quadro complessivo di una crisi economica di proporzioni molto più che preoccupanti. È come se in Sardegna siano aperte contemporaneamente 50 questioni Alcoa, anche se non tutte hanno la forza simbolica della minacciata chiusura della fabbrica di Portovesme.
È chiaro a tutti che la difficile soluzione della questione Alcoa, per la quale è mobilitata l'intera Sardegna, non sarebbe affatto indifferente. Anzi sarebbe un importantissimo segnale di quanto possa l'unitarietà politica, sociale e culturale di una intera regione, oltre che una vittoria per centinaia e centinaia di lavoratori sottratti ai rischi della disoccupazione.
Ma sarebbe la soluzione di una vertenza, non la soluzione del complesso dei problemi denunciati da Medde. Resterebbe immutata la pesantezza delle cifre portate all'attenzione della politica e della società sarda. Con non moltissimi altri, da tempo sostengo anche su questo blog che è proprio nei periodi di crisi epocali come quella in cui siamo che si misura la qualità delle classi dirigenti, la loro capacità di uscire da un modello di sviluppo per entrare in un modello diverso, capace di mettere a profitto errori e scelte spesso prevalentemente ideologiche o dettate da poca lungimiranza.
Detto con franchezza, a me pare che, invece, siamo complessivamente tutti pronti a tappare i buchi delle emergenze, ma poco pronti a pensare a modelli di sviluppo diversi da quelli conosciuti. Il tutto all'interno di una scarsa capacità, prima di tutto dei sindacati, di fare autocritica sulle scelte fatte nel passato. Così, oggi c'è chi chiede di stabilizzare i Lavoratori socialmente utili nelle pubbliche amministrazioni, chi di utilizzare il carbone per produrre energia, chi è pronto a rilanciare la Sardegna centrale nell'avventura della petrolchimica.
Per carità, capisco ovviamente i buoni motivi di chi cerca comunque di tamponare le falle industriali, dentro le quali ci sono esseri umani e non ragionamenti su possibili modelli alternativi. Ma avverto il rischio che poi tutto si risolva nella soddisfazione per le tamponature, che comunque non potranno essere permanenti, fino a quando il mondo globalizzato permetterà spostamenti e trasferimenti di iniziative laddove il lavoro, l'energia, le materie prime costino di meno.
Noi abbiamo un sistema di welfare fra i migliori del mondo che comunque, anche in momenti di crisi acuta come quella che viviamo, assicura almeno la sussistenza a chi si trovi disoccupato. Ma mi trovo d'accordo con quanto scrive oggi su Il Corriere della Sera Pietro Ichino: “Se il trattamento offerto ai disoccupati consiste soltanto in un sostegno del loro reddito, questo rischia di produrre l'effetto di rallentare la ricerca del nuovo lavoro, allungando i periodi di disoccupazione”. Un circolo infernale in cui oggi, in Sardegna ma non solo, ci troviamo. Il reddito di tutti coloro i quali sono fra i centomila contati da Medde, va naturalmente assicurato, ma non perdiamo l'occasione che la crisi ci da di pensare a un nuovo modello di sviluppo che sia anche un nuovo modello di civiltà della nostra terra.

lunedì 7 dicembre 2009

I rifiuti pericolosi di una industrializzazione sbagliata

Quando si parla di produzione di rifiuti pericolosi da parte dell'industria sarda, tutti sappiamo che, detta alla grossa, si tratta di numeri importanti. È quando si passa dalla sensazione alle cifre che ci si rende conto di quanto disinvolta sia stata l'industrializzazione nei decenni passati. Soprattutto nelle aree, come il Sulcis, in cui più acuta si è fatta in questi ultimi tempi la crisi. La Sardegna, dice l'Istat, produce 220.969 di tonnellate di rifiuti pericolosi, quelli non pericolosi sono 4.100.000 tonellate. Ogni cento chili di rifiuti prodotti nell'Isola, qualcosa più di 5 chili sono pericolosi.
Sono di per sé numeri rilevanti, che diventano inquietanti se letti così come si ricava dall'Istat. L'istituto di statistica segnala i parametri per fare un raffronto: in tutta Italia il 90 per cento dei rifiuti recuperati è rappresentato da quelli non pericolosi, in Sardegna “la quota di rifiuti speciali non pericolosi scende al 58,7 per cento a fronte del 41,3% di rifiuti pericolosi recuperati soprattutto nella produzione di metalli”. E dove si producono metalli, se non nel Sulcis? È lì, scrive il mio amico Mario Carboni, dove sono state impiantate “le ultime industrie coloniali;” ed è da lì che vorrebbero fuggire lasciando a casa migliaia di lavoratori e senza futuro le loro famiglie, dopo aver inquinato tutto ciò che c'era da inquinare.
Un altro caro amico mi racconta di aver visto su un quotidiano brasiliano molti anni fa una pagina pubblicitaria con la quale il governatore del Mato Grosso invitava le industrie straniere a installarsi in quel poverissimo stato, assicurando loro che non sarebbe stato lì a sottilizzare sull'impatto ambientale delle future fabbriche. È chiaro che ad ispirare il governatore era lo stato di disperazione dei suoi cittadini che avrebbero preferito morire, il più tardi possibile, avvelenati ma, per la vita concessa, a stomaco pieno.
La spaventosa crisi delle miniere che si è abbattuta prevalentemente sul Sulcis (ma anche all'Argentiera, a Gadoni, a Lula), assortita ad un dottrinarismo industrialista che ha confuso le menti della politica e del sindacato in quegli anni, ha comportato un abbassamento di attenzione sia nei confronti dell'industrializzazione proposta sia per quanto riguarda la certezza del rispetto ambientale. Certo, non ci fu la spregiudicata faccia tosta del governatore brasiliano, ma, questa sì, una negazione ostinata degli effetti inquinanti dei fumi d'acciaio, per esempio, e dei fanghi rossi.
Adesso migliaia di lavoratori e con essi le forze politiche, i sindacati, le amministrazioni e le istituzioni regionali fanno quel che è doveroso fare: difendere i posti di lavoro. Qualche partito e qualche sindacalista non riesce ad esimersi dall'utilizzare la disperazione della gente per fini propagandistici (si pensi solo all'allarme creato all'Alcoa, servendosi di una informazione falsa), ma queste sono le piccinerie di chi pensa che l'esibizione muscolare sia meglio del dialogo.
I dati preoccupanti forniti dall'Istat credo dovrebbero convincere tutti che da questo modello di sviluppo (che sviluppo non è, ma faticosa difesa dell'esistente) bisogna quanto prima passare ad un nuovo ed altro modello. Battersi con la massima unità possibile per salvare i posti di lavoro è un imperativo per tutti, ma la stessa unitarietà dovrà da subito essere raggiunta per progettare un modello di civiltà condiviso.

mercoledì 25 novembre 2009

Ma Stato e Regione non possono fare da salarifici

Con sfiducia nei partiti che la politica non riesce a rovesciare almeno in apertura di credito, sulla mia pagina in Facebook un amico mi ricorda crisi occupazionali dimenticate (la Valriso) dai più e nella mente di chi, come lui, ne paga ancora le conseguenze. Questa dannazione della memoria è la logica conseguenza di una azione politica costretta a star dietro alle ultime emergenze e, per molti motivi, poco incline ad avere in mente disegni strategici di nuovi modelli di sviluppo. L'attuale governo regionale, con il suo Piano regionale di sviluppo, inverte questa tendenza alla rincorsa dell'emergenza, ma certo non basta a produrre di per sé un cambio di mentalità.
Troppo deboli sono, ancora, i segnali che la politica, le forze sociali e la cultura autonomista danno di aver compreso la necessità di utilizzare la crisi industriale attuale e futura per affontare il nucleo del problema. Per prendere atto che il modello industriale esistente è in agonia, ci vuole un coraggio che solo pochi hanno, pochi e guardati con sospetto. La tentazione è quella di pensare che dall'agonia si potrà uscire con una ripresa di vita e che i drammi di migliaia di persone potranno essere risolti o con operazioni dirigistiche o con la messa a busta paga statale/regionale di chi rischia la disoccupazione.
Gli aiuti di Stato sono vietati dall'Unione europea, la politica può regolare il mercato ma non abolirne le leggi (lo si chieda ai cittadini ex sovietici o a quelli cinesi che cosa ne pensano dello statalismo in economia); non resta se non trovare meccanismi che accompagnino, senza eutanasia, l'agonia di questo sbagliato sistema industriale che in Sardegna provoca emergenze su emergenze. E che impegna enormi risorse, distraendole da impieghi capaci di creare prosperità per il milione e seicento mila sardi. Come rintracciare i meccanismi economici, politici e culturali capaci di far uscire la Sardegna dalla “cultura dell'emergenza” io non lo so, e del resto un disegno del genere può essere il frutto solo di un grande e partecipato dibattito a cui anche io potrò partecipare con le mie proposte.
La “cultura dell'emergenza” provoca irragionevoli e a volte paradossali conseguenze che, se pur fondate su ragioni di disperazione, non smettono di essere tali. Si leggono qua e là esempi di tale irragionevolezza. Da quello del sindacalista che, contrario ai parchi eolici, li vorrebbe solo se utili ad alimentare un'industria energivora come quella di Portovesme a quello del sindaco di Orgosolo che appoggia l'occupazione del suo comune da parte di 20 membri di una cooperativa senza lavoro. Detta così, sembrerebbe persino giusto e opportuno. Il fatto è che cooperatori e sindaco protestano perché la Regione non avrebbe previsto in Finanziaria quel che resta del magnieloquente “Progetto Supramonte”, voluto dal governo Soru come grande disegno economico per i paesi dei supramonti, e ridotto a cantiere forestale per accompagnare alla pensione una ventina di soci della cooperativa voluta negli anni Settanta dal Pci.
Io non so se, in realtà, la Finanziaria regionale abbia revocato il provvedimento di Soru, fra l'altro molto controverso all'interno della comunità. Ma questa protesta strumentale la dice lunga sul desiderio di una certa cultura politica di trasformare la Regione in un salarificio. Superfluo dire, credo, che i venti cooperatori di Orgosolo hanno tutta la mia solidarietà, come l'hanno, del resto, i lavoratori dell'Alcoa, quelli di Ottana e di tutte le altre aree di crisi. E come l'hanno anche i giovani intellettuali, impiegati negli uffici comunali della lingua sarda, a rischio di disoccupazione senza che a loro favore si levino i sindacati, i sindaci e, purtroppo, la politica. Rischiano di essere dei disoccupati figlio di un dio minore, non coperti dalla “cultura dell'emergenza”.

Nella foto: il Supramonte di Orgosolo

martedì 24 novembre 2009

Disastro industriale e cinismo politico

Il dramma vissuto da migliaia di lavoratori sardi dà la stura non solo ai comportamenti virtuosi di chi cerca di trovare soluzioni difficilissime (inutile pensare a ricette a portata di mano) ma anche ad atteggiamenti assolutamente cinici. Questi ultimi mirano a mettere in difficoltà i governi di Roma e di Cagliari giocando sull'esasperazione di chi vede incombere perdita di lavoro e un futuro più che incerto.
Non tutti sono come quel tal ex parlamentare comunista che propone soluzioni sovietiche (sia lo Stato a comprarsi l'Alcoa), ma in troppi sperano che a Roma e Cagliari non si riesca a trovare vie d'uscita dalla crisi. Sarebbe, per loro, una carta da giocare nell'opposizione ai governi Barlusconi e Cappellacci. E siccome la speranza va assistita e aiutata ad avverarsi, eccoli soffiare sulle braci già incandescenti. C'è chi cerca solo visibilità personale e chi, invece, programma di “sollevare il livello dello scontro”, immaginando spallate per far cadere i due governi.
È una situazione molto pesante, in cui la normale aspra dialettica fra opposizione e maggioranza, invece di ricomporsi in vista di un bene comune (la salvezza delle aziende e dei lavoratori), decide di trasformarsi in scontro frontale: e pazienza se a farne le spese saranno i lavoratori e le loro famiglie. Tutti sanno che la questione del prezzo dell'energia per l'Alcoa non è di quelle che possono essere risolte a Roma o a Cagliari, che l'Unione europea è rigida in materia di “aiuti di stato” e che la riduzione dei costi per le fabbriche energivore è problema che incide su meccanismi di mercato i quali possono essere regolati, ma non sconvolti: non lo si fa neppure in Cina.
A questo si aggiunge, sempre per Alcoa, il fatto che sulla soluzione trovata a Roma si è abbattuto il diverso pensiero della casa madre statunitense. Lo si sa, ma si fa finta che questi problemi possano essere risolti con un solo atto di volontà del governo italiano, quasi che una formula magica potesse interrompere in Italia la mondializzazione dei processi economici.
Solo un grande moto del popolo sardo, unito su obiettivi immediati e altri di prospettiva, potrebbe raggiungere risultati importanti. Ha ragione il responsabile della Cgil di Sassari, Rudas, quando, evocando questo moto popolare unitario, ha sottolineato la necessità di superare “le anacronistiche divisioni sindacali e partitiche. Abbiamo bisogno di uno scatto di orgoglio alto, di un vero e proprio moto popolare. È arrivato il momento, ancora una volta, di fare i conti con la nostra storia”. Questa è una prospettiva molto seria e meditata. Io ci sto.

mercoledì 11 novembre 2009

Troppi no diventano insensati e controproducenti

Nella complessa vicenda dell'energia eolica si mescolano alcune cose prevedibili e qualche preoccupazione. Era prevedibile che suscitasse tanto interesse nei media, nei cittadini, nella politica ed è scontato che la malavita tentasse e tenti di mettere le mani in affari economici di enorme portata. La preoccupazione è che il No pregiudiziale, sempre e comunque, prevalga sul Sì motivato, molto attentamente valutato, capace di altrettanto motivati e valutati No.
C'è, al solito, un fronte del No che si estende dal nucleare in Sardegna (ed è un no giusto, naturalmente, da me più volte detto) all'attraversamento dell'Isola del gasdotto, alla costruzione della pur necessaria centrale di smistamento, all'uso del carbone per produrre energia, ai parchi voltovoltaici, agli inceneritori produttori di energia e, forse, dimentico qualche altro No. D'altra parte, alcuni dei patrocinatori del No sono personalmente o politicamente responsabili della calata in Sardegna di industrie cosiddette energivore, consumatrici di enormi quatità di energia, cioè.
Queste industrie, con il loro patrimonio umano di lavoratori, tecnici, dipendenti di industrie collaterali vanno salvate. Ed è giusto battersi in questo senso. Ma l'energia che “divorano”, da dove dovrebbe provenire se si dice di no a tutto ciò che potrebbe produrla? Io intravedo il rischio che, non so con quale inconsapelezza, questo fronte del No a tutto prepari le condizioni perché disoccupati, lavoratori a rischio e loro famiglie, per disperazione invochino la costruzione di una centrale nuclerare, sicura fonte di energia abbondante. È un paradosso, naturalmente, ma con la disperazione non è lecito giocare: non si può allo stesso tempo volere industrie energivore e negare la produzione di energia a basso costo, unica condizione perché esse sopravvivano.
Anche io ho detto con forza no alle pale eoliche a Is Arenas, nel Golfo di Cagliari e ovunque esse deturpino l'ambiente sardo, un bene non solo estetico ma anche economico. Ma il no sempre e comunque all'utilizzo di un qualcosa non consumabile come il vento è una pura sciocchezza. Discutiamo quale sia la strada migliore per produrre energia pulita e rinnovabile, ma non rassegnamoci ad una politica del No.
La criminalità organizzata vuol allungare le sue grinfie sull'energia eolica? È nell'ordine delle cose e, se anche è per ora una ipotesi di indagine giudiziaria, sia pure ben fondata a quel che si legge, per questo esistono le varie forze di polizia. Ovunque esistano interessi rilevanti, dallo smaltimento dei rifiuti all'attività infrastrutturale agli impianti eolici, la criminalità tenta di fare i suoi affari illegali. Ma a nessuno verrebbe in mente, per questo, di non raccogliere l'immondizia o di non costruire strade e ponti. Persone sensate hanno a disposizione non solo la personale vigilanza ma anche, e soprattutto, le forze dell'ordine e la magistratura.
Scagliarsi, come qui e là mi pare di intravedere, contro l'eolico perché c'è pericolo di infiltrazioni mafiose o camorriste è lo stesso del battersi contro una grande via di comunicazione perché c'è il rischio, o anche la certezza, che i criminali ci facciano un pensierino. In una società adulta, chi governa progetta e fa, chi tutela la legalità arresta e sbatte in galera chi delinque. A tutti gli altri, il compito di vigilare sull'uno e sull'altro.

martedì 25 agosto 2009

La catastrofe mancata e le insufficienze di Abbanoa

Ci sarà un motivo per la crescente levata di scudi contro Abbanoa? La società che gestisce la nostra acqua e la sua depurazione sarà trascinata davanti alla Giustizia da un numero crescente di comuni che obbligatoriamente si sono consorziati. Da Villanova Monteleone a Dorgali, da Arzachena a Orosei le denuce sono sempre più numerose circostanziate e a chi legge i giornali di questo scorcio d'estate ha l'impressione che la Spa abbia mancato in maniera clamorosa ai suoi doveri d'ufficio.
Spiagge invase dai liquami, depuratori saltati, paesi rimasti senza acqua: insomma un lungo elenco di fallimenti. Come ho scritto qualche giorno fa, il catastrofismo della sinistra circa l'imminente e sicura bancarotta economica e sociale si è rilevato per quel che era: un bluf propagandistico. I cittadini, naturalmente quelli non colpiti gravemente dalla crisi, hanno smentito le cassandre e hanno continuato ad andare in vacanza, solo modificando i propri comportamenti. Almeno in parte, visto che la concentrazione delle proprie ferie ad Agosto è continuata e continua.
Fare un esame quantitativo di tutto ciò è, allo stato delle cose, impossibile. La frequentazione degli alberghi sulle coste è – dicono alcuni dei loro titolari – ha subito un calo. Forse è in calo anche l'ospitalità nelle seconde case, pur se sarà difficile avere cifre da chi continua nel mal costume di non pagare le tasse e, quindi, di non denunciare la quantità di persone ospitate. Di sicuro sono in crescita gli ospiti di B&b, di agriturismo, di case affittate solo per un paio di giorni. La sensazione è, comunque, che il numero di turisti in Sardegna sia se non in aumento, almeno stabile.
Che le persone siano ospitate in albergo, in campeggio, nei B&b, negli agriturismo, nelle seconde case (molte delle quali trasformate in locande), sta di fatto che la gran mole di turisti consuma acqua e produce rifiuti organici. La prima deve comunque essere fornita, i secondi comunque smaltiti da Abbanoa.
Anch'essa, insomma, è vittima di un turismo per lo più improvvisato e non censibile, oltre che del catastrofismo che ha avuto come effetto quello di far trovare le strutture esistenti assolutamente impreparate. Ci si aspettava un crollo di presenze, il crollo non c'è stato e non mi stupirei se, alla fine del consuntivo, trovassimo che la gente sbarcata delle navi e dagli aerei quest'estate è superiore a quella arrivata lo scorso anno. Questo, sia chiaro ed esplicito, nulla toglie alle responsabilità di chi dirige Abbanoa. L'incapacità a mantenere l'impegno per cui i dirigenti di Abbanoa sono stati a qualsiasi titolo nominati non può non provocare una seria ricerca delle responsabilità.
Sta però alla politica fare anch'essa una riflessione molto approfondita sul modello di sviluppo del turismo. La promozione che la Regione fa dell'immagine turistica della Sardegna sui grandi quotidiani insiste giustamente sulla pluralità di occasioni turistiche: il mare e le coste ne fanno parte ma non le esaurisce. Questa è, credo, la strada più giusta per lanciare l'idea che in Sardegna si può fare turismo tutto l'anno e che anche d'estate quest'Isola non è solo mare.
Insistere su questo, sempre e non solo d'estate, contribuirà a richiamare visitatori in ogni periodo dell'anno. E, visto da dove ho cominciato, anche a risolvere i problemi che la concentrazione di turisti sulle coste e in una cinquantina di giorni l'anno crea alla distribuzione e alla depurazione delle acque.

giovedì 20 agosto 2009

Spiagge inquinate: ripensare a una politica per il turismo

I giornali raccontano in questi giorni di spiagge invase da liquami dopo che sono saltati i depuratori che le servono. Da Baia Sardinia e Dorgali, da Alghero a Orosei, le segnalazioni di inquinamento si susseguono e danno un quadro magari esageratamente cupo ma certo non tranquillizzante. Ci sono modi diversi per leggere queste notizie; quello allarmista si qualifica da solo e non vale certo la pena di insistervi. Si può, credo, ragionare con più profitto sugli aspetti economici e di costume di quanto è successo e continua a capitare.
I depuratori sono saltati perché insufficienti a trattare gli scarichi prodotti da una mole di persone (residenti e turisti) assolutamente sproporzionata alla capacità di depurare per cui sono stati costruiti. Centri abitati che normalmente hanno una popolazione di mille persone (naturalmente si tratta di una astrazione) possono prevedere di averne dieci volte di più in estate e attrezzarsi con depuratori capaci di trattare i relativi rifiuti; ma se la popolazione diventa cinquanta volte tanto, è chiaro che quelle attrezzature si fanno assolutamente insufficienti. Ed è quanto è successo, almeno a leggere i giornali.
Intanto una considerazione generale: il catastrofismo economico montato da una propaganda politica irresponsabile è stato sconfitto più che dai fatti dalla gente che non vi ha creduto e che mostra una fiducia nel futuro più alta della paura in cui si è cercato di coinvolgerla. La crisi economica c'è, il suo superamento non è facile né rapido, ma le persone tendono a cambiare i propri comportamenti senza mettersi in balia degli uccelli del malaugurio. I giorni di ferie magari si contraggono, si scelgono i Bad and breakfast piuttosto che gli alberghi, i campeggi piuttosto che i resort, ma non si rinuncia a fare un salto in Sardegna.
E qui nascono i problemi. Che sono principalmente quelli della proporzione fra i servizi offerti (compresi quelli della depurazione) e la quantità di persone che si vogliono ospitare. Il cambiamento delle abitudini dei turisti pone questioni serie ai comuni prima che agli operatori turistici. Gli alberghi saranno anche mezzo vuoti (o mezzo pieni, secondo la prospettiva personale), ma le spiagge sono affollate anche da chi è ospite di strutture alternative che, comunque, producono materiale per i depuratori.
Di qui la necessità di una politica del turismo che deve essere complessiva. Non basta richiamare in Sardegna il maggior numero di turisti possibile, sia che a fare questo siano i comuni, gli operatori turistici o la Regione. D'altra parte, una Terra che è abitata normalmente da 1.600.000 abitanti non può prevedere la costruzione di depuratori che solo per 90 giorni servano gli otto milioni e passa di visitatori delle sue coste. Tutti siamo d'accordo che la stagione del turismo debba essere dilatata a molto di più dei tre mesi di affollamento. Tutti dovremmo essere d'accordo sul fatto che questo sia possibile se il turismo diventerà una vera impresa, seria e duratura, fondata sì sulla qualità delle sue coste ma anche sulla straordinaria ricchezza degli altri beni ambientali e sulla unicità del nostro patrimonio storico e culturale.

mercoledì 19 agosto 2009

Favorire il ritorno dei giovani all'agricoltura? E' possibile

L'idea del ministro dell'Agricoltura, Luca Zaia, di affidare a giovani agricoltori le terre demaniali dello Stato non è per niente male. Tanto non è male che anche noi in Sardegna potremmo farci un pensiero, naturalmente con la prudenza suggerita dal fatto che nella nostra Isola esistono vastissime estensioni di terre comunitarie regolate da usi e costumi millenari e che molte di esse sono protette da usi civici. Questi diritti costituzionali delle comunità sono stati sospesi, con l'accordo delle popolazioni, per dar modo alla Forestale di creare cantieri di rimboschimento che occupano molte centinaia di persone e, a volte, lo sono stati per affidare le terre a cooperative locali.
A queste aree si aggiungono quelle di proprietà del Demanio regionale, anch'esse interessate a lavori di forestazione e di conservazione. Questo per dire che non è facile prevedere in Sardegna quel processo di occupazione di giovani nel Demanio regionale che ha ispirato la proposta del ministro Zaia. Non facile, ma non impossibile, visto che niente vieta la coesistenza sugli stessi terreni di attività forestali e attività agricole. Del resto, nelle foreste demaniali il pascolo è consentito.
Quel che è, però, più interessante è la disponibilità di molti giovani ad occuparsi nuovamente di agricoltura, anche lasciando posti di lavoro e reinventadosi un nuovo mestiere, secondo quanto risulta da diverse inchieste giornalistiche. Segno che la sbronza industrialista sta lentamente passando, pur se è difficilissimo capire con quale velocità o lentezza. Da noi, le terre comunali (tali non perché delle amministrazioni comunali, ma perché delle comunità) sono prevalentemente sulle montagne, poco interessate alla privatizzazione perfetta successiva all'Editto delle Chiudende o difese da insurrezioni popolari. Nel passato furono utilizzate dai pastori che, salvo non molti casi, ne sono fuggiti principalmente per due ordini di motivi: il primo riguarda l'enorme disagio non commisurato al reddito che vi si poteva produrre; il secondo riguarda un eccesso di protezionismo ambientale che ha impedito anche le minime trasformazioni che, senza deturpare l'ambiente, avrebbero consentito condizioni di lavoro più umane.
Un ripristino non invasivo delle strade di penetrazione, una elettrificazione anch'essa non invasiva degli ovili e delle altre attività possibili sui monti, la cattura delle acque, il riconoscimento del plusvalore della qualità dei prodotti, insieme alla incentivazione al ritorno sui monti di giovani con buone idee progettuali, tutto questo produrrebbe, ne sono convinto, non solo nuovi redditi ma anche una riantropizzazione dei nostri monti. Una giusta miscela di tutela ambientale, presenza umana, possibilità di produzioni pregiate e redditi potrebbe dare ai nostri monti, quasi tutti beni comunitari o demaniali, la caratteristica di produttori di prosperità.

domenica 9 agosto 2009

Crisi: senza un nuovo Statuto, vano pensare a soluzioni permanenti

Nel suo editoriale domenicale, il direttore dell’Unione sarda fa una analisi implacabile della crisi economica che ci attanaglia e delle responsabilità della politica, lenta nel pensare e nell’agire. Un’accusa, questa, che ha valore se rivolta all’intera classe dirigente sarda e quindi sì alla politica, ma anche ai sindacati, agli imprenditori, alla cultura, alle amministrazioni locali, altrimenti rischia di ridursi a una invettiva, cosa che sicuramente Paolo Figus non aveva in mente. La politica ha il dovere di governare i processi, ma in una società complessa come la nostra, in questi processi è coinvolta tutta la classe dirigente, con i suoi legittimi interessi fra di loro contrastanti.
Leggo altrove, per esempio, che in Gallura la sinistra sta capeggiando un “no” alla centrale del gasdotto che dovrà lì dovrà essere fatta. Non dico che il “il fronte del no” non possa essere, alla fine, indotto a dire “sì” e ad abbandonare l’idea del no nel mio giardino. Ma sarebbe ingeneroso addebitare alla politica di governo ritardi, maggiori prezzi, rallentamento nella crescita dell’occupazione. La difesa ideologica della chimica, la non disponibilità a prendere atto della sua crisi internazionale, la poca propensione a elaborare da subito un modello di sviluppo che renda il meno dolorosa possibile la fuoriuscita dal presente modello industriale, sono responsabilità della sola politica?
Ma mi interessa, nell’editoriale di Figus (che per altro largamente condivido) un aspetto che trovo inquietante e che mi ricorda l’eterno ritornello economicista di una cultura politica che, credo, non appartiene al direttore dell’Unione: alle riforme non economiche si potrà pensare solo dopo che siano risolte le questioni economiche. Come non ricordare i tempi del dibattito sulla Rinascita, largamente egemonizzato dalla sinistra socialcomunista e democristiana, quando lo sviluppo economico era condizionato alla messa in mora della identità sarda e delle leggi per il suo radicamento?
Potrei continuare a lungo, mostrando come, a mio parere, sia l’intera classe dirigente ad essere coinvolta. Prendersela con la politica di governo, che ha molte responsabilità ma non tutte, è una troppo facile soluzione. Il problema vero è che la società sarda e le sue classi dirigenti non hanno, dato lo Statuto vigente, tutte le competenze e i poteri necessari ad affrontare e risolvere le questioni economiche, sociali, culturali che la presente crisi pone e che porranno le crisi avvenire.
Scrive il direttore dell’Unione sarda: “In questi giorni, tra le altre cose, abbiamo anche sentito parlare di questioni legate all'autodeterminazione dei sardi, alla possibilità di fare da soli. Parole sante, giuste, firmate dal presidente del Consiglio regionale Claudia Lombardo. [...] di quale autodeterminazione possono parlare i poveri? Raramente le disquisizioni teoriche e la filosofia hanno dato da mangiare ai disoccupati”. Eccola qui la questione, mutuata da un vetusto economicismo. Ma quelli della capacità e possibilità dei sardi di autodeterminarsi non sono un ragionare di filosofia e un abbandonarsi a “disquisizioni teoriche”. Ma cose che “danno da mangiare ai disoccupati”.
Disegnare un quadro costituzionale entro cui i problemi economici e sociali trovino gli strumenti giusti per essere affrontati e risolti è l’unica maniera per non essere in balia degli eventi economici. Tutti si aspettano regali dalla propria lista di nozze, ma senza nozze, è chiaro, nessun regalo. La metafora di un importante politico europeo si applica bene al rapporto che esiste fra i benefici economici e sociali e un nuovo quadro costituzionale per la Sardegna: senza il secondo è quasi inutile sperare nei primi. Altro che filosofeggiare. A meno che qualcuno, ma non mi pare questo il senso dell’editoriale di Figus, non fondi tutto sulla speranza che lo Stato sia generoso e magnanimo con noi.

venerdì 24 luglio 2009

Unità anche per il dopo chimica

Dopo il passo indietro dell’Eni, l’unità delle forze politiche e sociali tiene, malgrado qualche distinguo che tale sembra più per esigenze mediatiche che per la sostanza. Ma, come era da prevedersi, le falle del sistema industriale sardo continuano a manifestarsi e segnalano come la provvisoria soluzione della questione di Porto Torres sia una vittoria locale, non riguarda l’intera Sardegna.
Da Ottana, i sindacati protestano contro le rispettive centrali col denunciare la messa in ombra della questione che riguarda quella zona industriale; dal Sulcis si leva l’allarme per seimila posti a rischio; ad Assemini altri operai sono in agitazione. L’unità raggiunta intorno alla minacciata chiusura del Petrolchimico di Porto Torres è stata certamente una dimostrazione di che cosa possa lo stare insieme ed è, anche, un precedente da seguire.
Ma per fare che cosa? Questo è il problema che solo in pochi ci poniamo, a stare alle dichiarazioni pubbliche. Vale la pena, credo, ribadire sempre che il problema prioritario è quello di salvare i posti di lavoro in pericolo e di assicurare salvezza economica a coloro che sentono la disoccupazione alle porte. La salvezza della chimica, sempre che sia possibile, viene in secondo piano, non se ne può fare una bandiera ideologica che, in più, rischia di coprire responsabilità di passate scelte sbagliate. Le timide voci che anche all’interno del sindacato si levano (“È comunque necessario pensare a eventuali alternative” come ha detto un sindacalista di Porto Torres) sono sommerse da altre che vorrebbero una politica governativa dirigista, capace di sostituirsi alle leggi di mercato. Uno Stato imprenditore in grado di risolvere le cento crisi apertesi in Sardegna (e quindi le mille in atto nell’intera Repubblica) è un non senso.
Al governo dovremmo semmai chiedere che accompagni con buoni provvedimenti un piano di sviluppo che solo noi sardi possiamo e dobbiamo elaborare, alternativo a quello, in parte fallito e in parte fallimentare, che ci è stato imposto non per ragioni economiche ma per “combattere il banditismo”. Se lo trovate ancora, leggete “Il golpe di Ottana” di Giovanni Columbu e molti scenari saranno chiari. Per quest’autunno, Cgil, Cisl e Uil hanno convocato il Congresso del popolo sardo per discutere anche intorno al nuovo Statuto speciale.
Questa sarebbe una occasione eccellente per ragionare dei due temi che vanno di pari passo: l’autogoverno della società sarda e l’autogoverno della sua economia.

giovedì 9 luglio 2009

Il primo impegno: salvare il lavoro

A ventiquattr’ore dalla seduta straordinaria a Roma del Governo sardo insieme a senatori e deputati sardi, non saprei certo dire quale sarà l’esito della mobilitazione dell’intera Sardegna a difesa dei posti di lavoro. Né è facile prevedere se prevarranno nella classe dirigente sarda le ragioni dell’unità o i distinguo che qua e là si sono affacciati nelle cronache dei giornali. È chiaro che quando parlo di classe dirigente non pensando solo alla politica, ma anche al sindacato, all’imprenditoria, alla cultura, ai mass media, alcuni dei quali ancora oggi paiono restii a mettere da parte l’invettiva, il sarcasmo, la voglia di trovare il conflitto dovunque e comunque.
Quel di cui sono sicuro è che il popolo sardo si merita una classe dirigente concorde nell’evitare la disoccupazione di massa indotta dalla chiusura dell’Eni di Portotorres, pedina in un gioco di domino al cui termine potrebbe esserci il deserto dell’occupazione industriale in Sardegna. Ci sono, in questi momenti, parole non ben meditate, come la richiesta di dimissioni del Parlamento sardo o come la minaccia di scioperi che rischiano di mettere in ginocchio l’intera economia dell’Isola, la sua agricoltura, il suo turismo, la sua pastorizia, il suo artigianato. Ma si tratta, mi auguro, di una reazione irritata a un annuncio arrogante. Gli operai hanno bisogno di solidarietà, non di antagonisti fra i sardi.
Il compito di tutto, l’impegno morale di ogni cittadino sardo, è quello di evitare, come dicevo, il pericolo di una disoccupazione di massa. A questo obiettivo tutto deve tendere. Ma non saremmo responsabili se illudessimo noi stessi che in una economia di mercato, in uno stato democratico, in mancanza di quella eticità dell’economia di cui si è cominciato a discutere al G8, un governo possa bloccare una crisi, quella della chimica, ormai apertasi da tempo. Anche in Sardegna, qualche voce solitaria si leva nel sindacato per avvertire che è necessario pensare ad altro, da subito.
Ed è così. Chi dice che la chimica non si tocca, che alla chimica la Sardegna non può rinunciare sbaglia, pur se comprendo i motivi nobili che lo spinge a dirlo. Il fatto è che proprio in un momento di crisi acuta come quello che viviamo e che nel futuro potremmo vivere in maniera ancora più accentuata, è necessario prendere atto che una storia sta finendo e che bisogna aprire capitoli nuovi. Il fallimento dell’avventura petrolchimica ad Ottana, solo quantitativamente meno grave di quello di Portotorres, è stato lasciato passare invano, senza che quel segnale fosse colto come inizio di un processo e, quindi, come pungolo ad inventare un modello nuovo di sviluppo.
Si è preferito illudere i cittadini e i lavoratori del Nuorese che la fine della petrolchimica fosse un incidente e che, comunque, attraverso accordi di programma, spesso menzogneri, l’industrializzazione della Media Valle del Tirso fosse ancora possibile. Senza progetto, senza sapere che cosa Ottana fosse vocata ad accogliere e seguendo l’illusione che bastasse regalare un po’ di denaro ad imprenditori perché questi creassero industrie fiorenti in grado di soddisfare l’offerta di lavoro.
Anche intorno a Portotorres si sono create illusioni di poco momento fino a quando la chiusura (per due mesi, ma non illudiamoci) del Petrolchimico ci è caduta addosso. Quello di non consentire l’immiserimento di migliaia di famiglie è un impegno che va mantenuto ad ogni costo e una Sardegna unita su questo obiettivo è in grado di farcela. Ma già da oggi è necessario mettersi in testa che dalla crisi si esce solo se si ha la capacità di vedere quale domani dovrà essere lo sviluppo della Sardegna. All’interno del quale stanno Portotorres, Ottana, Portovesme e tutte le realtà industriali oggi in coma.

martedì 7 luglio 2009

Eni a Portotorres: adesso basta

Adesso basta, non ci faremo mettere in mutande da nessuno. La decisione dell'Eni non può essere tollerata, reagiremo con energia e decisione. Di fronte a situazioni di tale gravità non esistono nè maggioranza nè opposizione, ma sardi in difesa dei sardi.
Non c'è tempo da perdere sono in gioco gli stipendi di 3.500 lavoratori. Le motivazioni addotte dell'Eni non possono ingannare gente come noi che da anni segue le scelte stategiche di questa società. Le forze politiche devono essere immediatamente affiancate da tutte le forze sociali non solo regionali, in quanto il caso Sardegna è un'emergenza sociale che ha e deve avere valenza di urgenza nazionale.

martedì 30 giugno 2009

Come superare il "modello chimico" di sviluppo

Il segretario della Cgil di Sassari, Antonio Rudas, parlando al direttivo provinciale della sua organizzazione, ha sollecitato a “guardare in faccia la realtà e volgere lo sguardo oltre la sterile discussione sulla chimica sì-chimica no”. Bisogna “lavorare per correggere l’attuale modello di sviluppo che ormai ha fatto il suo tempo, superando comodità e rendite di posizione”. Questa notizia è stata pubblicata qualche giorno fa e mi sollecita una qualche riflessione per tre ragioni: la prima è che la fonte da cui provengono queste parole è autorevole; la seconda è che si tratta di un discorso deideologgizzato sulla chimica come ultima spiaggia per l'economia della Sardegna; la terza è che su questi temi sto anch'io da tempo ragionando.
Naturalmente, nessuno con un briciolo buon senso può pensare che tutto possa essere abbandonato e men che meno che sia lontanamente concepibile abbandonare migliaia di persone al loro destino di senza lavoro. Anzi è su questo aspetto che la politica, le forze sociali, la cultura devono urgentemente ragionare per trovare soluzioni immediate. Per conto mio e per quanto riguarda il mio ruolo di parlamentare sardo, sono non solo disponibile – cosa scontata – a partecipare attivamente alla ricerca di soluzioni, ma deciso a trasformare in proposta ciò che si ritenga fattibile.
Ma Rudas pone anche un'altra questione: come correggere l'attuale modello di sviluppo obsoleto? Se ritorno indietro agli anni in cui proprio il modello di sviluppo oggi in crisi si andava affermando, non posso non ricordare la funzione che l'intellettualità sarda (o meglio la parte predominante di essa) ebbe nello sposarlo. A volte con una carica ideologica operaista impressionante, altre volte per trasformare l'industria da settore produttivo in fucina in cui la classe operaia sperimentava la conquista del potere (anche ad una cuoca insegneremo a dirigere lo Stato, Majakovskj), a volte anche come strumento per abbattere il supposto “arcaismo” della cultura sarda.
Tutte cose dimenticate, anche da parte di chi così pensava. spero. Ecco: il problema posto da Rudas ha bisogno anche, e direi soprattutto, degli intellettuali sardi. Su questo blog, ho lanciato l'idea di lavorare ad un nuovo modello di civiltà per la Sardegna. Un modello in cui lo sviluppo e la crescita economica abbiano certo posto di rilievo, ma non tutto il rilievo. Un nuovo modello di civiltà presuppone un concetto diverso, quello della prosperità della Sardegna che contiene sia il Pil sia la qualità della vita che il Pil non riesce ad esaurire.

sabato 20 giugno 2009

Appalti e subappalti: facciamo una legge insieme?

Il criterio del massimo ribasso nell’assegnazione degli appalti e quello del favorire i meccanismi del subappalto è spesso fra le cause della poca sicurezza nei posti di lavoro e, quindi, degli incidenti spesso mortali. Questa considerazione che ho fatto anche in Senato, ricordando i morti alla Saras di Sarroch, mi ha spinto a scrivere una lettera ai membri dell’Osservatorio della Chimica e all’assessore dell’Industria, Andreina Farris, che ho pregato di farsene interprete.
La mia idea, come si può leggere, è di esortare i sindacati e gli imprenditori, a volte molto critici non solo della legge, ma anche dei legislatori, a mettere la loro competenza al servizio di una buona legge. Sarebbe un eccellente modo per passare dalla lamentazione per le cose che si subiscono alla proposizione positiva delle cose da fare per diventare protagonisti delle scelte che li riguardano.

Cara Andreina,
ti chiedo di farti portavoce di una mia proposta presso l'Osservatorio della Chimica.
Alla luce dell'ultimo incidente verificatosi alla SARAS si è riaperta con forza la dolorosa e annosa problematica della sicurezza sul lavoro, ma in modo particolare è emersa l'improrogabilità di una modifica delle normative sugli appalti.
Mi riferisco in particolare a quelle che, nel privilegiare nell'assegnazione il parametro del massimo ribasso e nel favorire il meccanismo del sub-appalto, inducono ad una minore qualità del lavoro ed ad una riduzione della garanzia di sicurezza dei lavoratori.
Per quanto sopra chiedo a te e a tutti i Componenti l'Osservatorio la costituzione in tempi brevi di un tavolo di lavoro tecnico che elabori al più presto una o più proposte di legge, che il sottoscritto si impegna a presentare al Senato, coinvolgendo il maggior numero di parlamentari al fine di modificare la legislazione vigente.
Certo di un tuo cortese e sollecito riscontro e pregandoti di porgere i miei saluti a tutti i componenti dell'Osservatorio, ti invio i miei più affettuosi saluti.