martedì 29 settembre 2009

Parco eolico di Is Arenas: interrogazione al Governo

Insieme ai colleghi senatori Fedele Sanciu e Gaetano Quagliariello, ho presentato ai ministri dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, per i beni e le attività culturali, dello sviluppo economico, delle infrastrutture e dei trasporti una interrogazione sulla paventata costruzione di un Parco eolico nel mare antistante Is Arenas. Della questione e per esprimere tutta la mia contrarietà mi sono già occupato su questo blog il 17 settembre. Ecco il testo dell'interrogazione:

Premesso che:
in data 9 settembre 2009 la Capitaneria di Porto di Oristano ha reso nota la domanda di concessione demaniale marittima presentata dalla «Is Arenas Renewable Energies S.r.l.» in data 19 maggio 2009, per la realizzazione di un impianto di generazione eolica off-shore;
l’iniziativa prevede l’istallazione nelle acque territoriali della Sardegna centro occidentale, in località Is Arenas – Su Pallosu di 80 torri eoliche alte 130 mt. (100 mt. sopra il livello del mare);
la richiesta è di una concessione per un periodo di 60 anni su uno specchio d'acqua di 21.698.062,00 mq e su un'area demaniale di 450 metri quadri;
le torri dovrebbero affondare sotto il livello del mare per circe 30 mt. ad una distanza minima dalla costa di poco meno di due chilometri ed una distanza massima di otto;
considerato che:
i sottoscrittori non sono a priori contro interventi volti a reperire ed assicurare risorse energetiche alternative per sostenere la crescita e lo sviluppo economico e contrastare i crescente consumo di combustibili fossili, purchè le iniziative non generino un impatto negativo sul paesaggio in territori come quello in questione caratterizzati dalla presenza di notevoli e incontaminate risorse ambientali e dalla forte vocazione turistica;
le coste interessate dall’intervento sono quelle di Su Pallosu, Sa Rocca Tunda e Is Arenas, un’aerea di forte interesse ambientale e paesistico, nonché una “grande ricchezza” economica per la provincia di Oristano dato l’alto interesse turistico dei luoghi;
il sito di Is Arenas, dove insistono numerosi villaggi turistici, verrebbe gravemente compromesso dall’intervento che danneggerebbe pesantemente uno dei poli di attrazione più rilevanti della provincia di Oristano;
tutta la zona potrebbe subire pesanti vincoli alla navigazione da diporto e alla pesca, nonché alterazioni dell’ecosistema marino e costiero e ripercussioni sulla fauna stanziale e migratoria;
la domanda della società Is Arenas Renewable Energies S.r.l.è stata pubblicata sulla stampa locale (La Nuovasardegna), su alcuni quotidiani nazionali(La Repubblica, Il Corriere della Sera), sul Buras della Regione Sardegna e sulla Gazzetta ufficiale europea (S.I.M.A.P.);
i termini per proporre opposizioni al progetto sono fissati sino all'8 ottobre 2009;
il Presidente della Provincia di Oristano, Pasquale Onida, e molti Sindaci dei comuni aventi giurisdizione su quel tratto di acque hanno espresso il proprio disappunto e le proprie preoccupazioni in merito al progetto della Is Arenas Renewable Energies S.r.l.
Si chiede di sapere se:
i ministri in indirizzo, per quanto di loro competenza non intendano intervenire in relazione all'eventuale esigenza di tutelare il patrimonio paesaggistico, ambientale e culturale di quel tratto di costa della provincia di Oristano;
non intendano opportuno promuovere iniziative normative volte alla corretta disciplina di interventi che possono risultare gravemente invasivi sul paesaggio e sull’ambiente.

giovedì 24 settembre 2009

Come la non conoscenza del sardo lasciò in galera degli innocenti

Ho presentato ieri al Senato una interrogazione ai ministri della Giustizia e dell'Interno sulla vicenda paradossale di un gruppo di sardi che a Grosseto furono arrestati per traffico d'armi. Il sospetto degli inquirenti nacque da intercettazioni ambientali di discorsi fatti in orunese dagli imputati. Risultò, dopo mesi, che la traduzione dal sardo in italiano delle frasi dette dagli orunesi era quanto meno bizzarra, “farsesca” secondo il quotidiano sardo che ha riportato la notizia della assoluzione chiesta sia dal Pm sia dal Gip di Grosseto.
Ecco il testo dell'interrogazione:

Premesso che:
l'articolo 6 della Costituzione italiana recita "La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche";
la legge n. 482 del 15 dicembre 1999 contiene le norme in materia di tutela della lingua e della cultura delle minoranze linguistiche, inclusa quella sarda;
secondo quanto riportato da "L'Unione Sarda" del 21 settembre 2009, a seguito di intercettazioni sbagliate, un gruppo di cittadini sardi sarebbe stato ingiustamente arrestato e detenuto in carcere con l'accusa di aver trafficato aemu nelle campagne del grossetano;
l'errore giudiziario si sarebbe verificato a seguito di intercettazioni trascritte in maniera "farsesca" alterando il significato delle parole nella traduzione dal sardo all'italiano;

l'interrogante chiede ai Ministri in indirizzo, ciascuno per quanto di competenza, di sapere:

i criteri in base ai quali vengono stabiliti i requisiti e vengono valutate le competenze linguistiche dei periti in forza ai tribunali e deputati alla traduzione del sardo in italiano, sia in forma scritta che orale;
se vi siano appartenenti alle Forze dell'Ordine con l'incarico specifico di certificare la professionalità e la competenza dei sopraccitati traduttori dal sardo all'italiano;
se e in quali modi ritengano di dover affrontare il problema della traduzione dei dialetti e delle lingue - in particolare di quella sarda - proprio al fine di evitare che possano verificarsi ulteriori errori giudiziari come quello citato in premessa.

martedì 22 settembre 2009

Il nucleare e il pensiero unico

Prima che gli amici antinuclearisti mi accusino di non aver rimproverato il governo sardo perché non si è unito a quattro regioni di centrosinistra nella battaglia contro il nucleare, vorrei dire la mia. Il fatto è, credo, noto: Calabria, Emilia, Piemonte e Toscana hanno impugnato davanti alla Corte costituzionale la legge che prevede il ritorno al nucleare in Italia. Secondo le quattro regioni, la legge va contro la Costituzione perché la norma assegna al governo centrale la facoltà di individuare i siti di centrali e di depositi di scorie nucleari senza avere l’intesa con le Regioni.
Secondo me, l'iniziativa molto mediatica e molto ideologizzata delle quattro regioni presenta il grave rischio che la Consulta possa ritenere prevalente l'interesse generale rispetto all'interesse delle singole regioni. Ciò che, come si può facilmente capire, complicherebbe di molto la legittime aspirazioni di alcune regioni a non ospitare centrali nucleari. Insomma, legittimo il ricorso, per carità, ma senza dubbio imprudente e segno anche che i governi di centrosinistra delle quattro regioni non sono poi così sicuri dell'atteggiamento antinuclearista delle proprie pololazioni.
Qui in Sardegna, c'è un'ostilità bipartisan che va dal presidente della Regione, ai parlamentari come me, a, credo, alla maggioranza della politica e della società. Ed è questo che ci garantisce la forza necessaria a dire di no alla installazione di centrali nucleari e di depositi di scorie radioattive.
Non so che cosa ne pensi il presidente Cappellacci, se cioè ritenga di seguire l'esempio dei suoi colleghi di centrosinistra o di far forza sulla sua condivisa decisione di opporre un no a una, del resto sempre negata, decisione di piazzare nell'Isola una centrale. Quel che so è che la pretesa del Pd, espressa oggi da Francesca Barracciu, di fare del nostro presidente un caudatario dell'iniziativa presa dai quattro presidenti è davvero bizzarra. Sempre che sia permesso dal pensiero unico gradito al Pd, ogni regione ha il diritto di scegliere una sua politica, nel nostro caso di contestazione del nucleare in Sardegna, in altri casi di adesione alla politica energetica decisa democraticamente dal Parlamento.
Per quanto mi riguarda ripeto ancora che sono contrario al nucleare in Sardegna, ma indisponibile a tentare di imporre questa mia visione delle cose al resto dei cittadini della Repubblica che, come succede in alcune regioni, sono invece favorevoli ad ospitarlo. So che al club degli illuministi, deputati a stare dalla parte della Ragione, la cosa può apparire un tradimento della Ragione di cui sono tenutari. Ma non so che cosa farci: la democrazia è in antitesi col pensiero unico.

lunedì 21 settembre 2009

Franceschini e le bugie che i suoi amano sentirsi raccontare

Il Pd di Franceschini appare in Sardegna come “una gioiosa macchina da guerra” pronta alla conquista del potere. Come in amore e in guerra è dunque tutto possibile: anche raccontare ai fan estasiati tutte le bugie che vogliono sentire per consolarsi. E dunque che la crisi della chimica sia colpa di Berlusconi e Cappellacci, che i due hanno dato l'assalto all'ambiente per favorire gli speculatori, che i commissari delle Asl sono i servi dei servi dei servi, che il popolo è con loro e che dall'altra parte ci sono mattonari, speculatori, evasori fiscali. 502.084 malnati, insomma, contro 322.410 cittadini onesti, disinteressati e, soprattutto, antropologicamente migliori. Tutto vien fatto all'insegna di un sublime sprezzo del ridicolo.
Questo mi ricorda la tesimonianza di un amico che aveva letto una “analisi di classe” fatta da un migliore in un paese del centro Sardegna. La “analisi” partiva dalla categorizzazione degli abitanti in borghesi, piccoli borghesi, proletari, sottoproletari. Il barbiere? Un borghese. I pastori? Borghesi. I produttori dell'ottimo Mandrolisai? Borghesi. Insomma, per farla breve, nel paese viveva il 6 per cento di proletari e il 94 per cento di “nemici di classe”. Paese fortunato, dove, contrariamente agli schemi classici di un marxismo imparaticcio, una enorme maggioranza “sfruttava” un'infima minoranza. Che, naturalmente, era “il popolo”, essendo gli altri cittadini inquadrabili nella categoria dei “nemici del popolo” o, nel migliore dei casi, cittadini ingannati da redimere e conquistare alla causa.
Le cronache dell'approntamento della macchina da guerra di Franceschini, Barracciu e compagni danno conto di un “pubblico che riempie come un uovo l’auditorium”, 250 posti a sedere e altri in piedi, e canta l'imminente vittoria. “Se non fosse per il suffragio universale, governeremmo sempre noi” ha detto qualche giorno fa l'avversario di Franceschini, Pierluigi Bersani. Già, il fatto è che il suffragio universale esiste e non bastano 250 persone che riempiono “come un uovo” una sala a metterlo in crisi.

domenica 20 settembre 2009

Da Di Pietro un invito all'eversione

Con quale faccia il Pd pensa di proporsi, fra quattro anni, alla guida dello Stato avendo come alleato un personaggio come Antonio Di Pietro? L'ex pm ha ieri paragonato il presidente del Consiglio italiano, eletto in democrazia, con l'ex dittatore irakeno Saddam Hussein. Insomma un avversario politico, esponente di una delle democrazie europee più consolidate, è messo sullo stesso piano di un satrapo orientale, leader di uno stato che ancora oggi, dopo anni di guerra, stenta a essere considerato democratico. L'offesa, con tutta evidenza, non è rivolta solo a Berlusconi ma, nella irresponsabile e incontrollata logorrea di Di Pietro, ai milioni di elettori che democraticamente l'hanno scelto.
Quest'ultima esternazione, a differenza di altre, ha avuto poco rilievo sui giornali di ieri, segno evidente dell'imbarazzo della stampa di fronte all'ingombrante personaggio che persino un moderato e parco di aggettivi come Bondi, ha definito “bandito”. Un imbarazzo che, credo, segnala all'opinione pubblica l'insostenibile leggerezza e labilità comportamentale dell'individuo. Capisco l'atteggiamento prudente dei giornali, ma non lo condivido. In quel paragone c'è qualcosa di più di una incontinenza, temo ci sia un progetto eversivo. Se non siamo all'annuncio di colpo di stato come paventa il ministro Brunetta, poco ci manca.
Ci sono élite irresponsabili che stanno preparando un vero e proprio colpo di stato” ha denunciato il ministro riferendosi alla parte elitaria e parassitaria della sinistra. Io non so, naturalmente, su quali basi Brunetta fonda questo suo convincimento né se si tratti di una iperbole preoccupata. Ma certo affermare che Berlusconi cadrà così come Saddam Hussein è lo stesso che suggerire atti violenti per far cadere il governo, l'uso della forza al posto della forza del voto democratico. Con quel paragone Di Pietro invoca un “regicidio” non più solo metaforico e incita all'eversione.
Il segretario uscente del Pd, Franceschini, ha detto a un giornalista sardo che con Di Pietro “deve prevalere l’impegno comune”. Dubito che si riferisca ad un impegno comune per i propositi eversivi e, tutto sommato, immagino che Franceschini voglia così titillare l'estremismo presente nel suo partito per resistere alla battosta che si appresta a ricevere dal suo concorrente Bersani. Ma chiedo a Federico Palomba, rappresentante di Di Pietro in Sardegna e parlamentare, mio amico e galantuomo, se non prova almeno fastidio nell'essere associato ad un irresponsabile fomentatore di odio e di violenza eversiva. Qui non si tratta più di pur accesi dibattiti fra garantismo e giustizialismo. Con il capo del suo partito sono in gioco la democrazia occidentale e i suoi principi.

sabato 19 settembre 2009

Quella curiosa "peculiarità" della Sardegna di marca Pd

Insieme a colleghi sardi del mio gruppo mi sto battendo, anche contro il mio governo, per far sì che la scuola sarda continui ad assicurare e, semmai, potenzi la sua presenza ovunque e renda, quindi, possibile la salvezza di tanti posti di lavoro a rischio. Lo facciamo senza clamori che, a volte, servono più a comparire che a risolvere problemi. Apprendo oggi che io e i miei colleghi dovremmo essere sbattuti fuori dalla mobilitazione a favore della scuola sarda.
Sarei, al proposito, curioso di conoscere il curriculum politico della signora Marina Spinetti da La Maddalena. Chi è costei? Dalle cronache si sa solo che è membro del comitato provinciale gallurese del Pd e che ha delle battaglie popolari questo singolare concetto: “Riteniamo opportuno coordinare le forze della scuola in Gallura per proporre correttivi e organizzare mobilitazioni col coinvolgimento del solo centrosinistra”. Il significato di questo appello ai migliori e ai duri e puri è ben illustrato dal titolo dato alle esternazioni della tosta militante pd: “Scuola, la destra fuori dalle lotte”. Il perché sta negli slogan da Servire il popolo lanciati questi giorni da alcuni dirigenti del suo partito cui non par vero di poter guidare finalmente e strumentalizzare un movimento di persone che, essendo seriamente preoccupate del proprio avvenire, non fanno parte di un club radical-chic.
I fondamentalisi esistono, e il talebanismo è una malattia diffusa dalle parti di quello schieramento; perché dunque tirar fuori dall'anonimato proprio la signora Spinetti? Perché è un paradigma di un vecchio, e duro a morire, atteggiamento da “migliori e diversi” di cui il Pd ufficialmente dice di allontanarsi e che, invece, nelle sue vecchie cellule periferiche coltiva ammorevolmente. Da un lato proclama – vedi la battaglia per salvare le industrie – la necessità di una forte unità di tutti e dall'altro teme che la sua egemonia sia messa in crisi da questa unità. Un timore naturalmente non confessato né confessabile, tant'è che i dirigenti del Pd continuano ad invocare l'unità di tutti anche per resistere in Sardegna agli effetti della riforma scolastica.
Ma nel suo ventre molle, le pulsioni al migliorismo e alla diversità antropologica continuano a manifestarsi, come in questo caso. Dietro queste pulsioni c'è sempre un pensiero egemonico: se la battaglia per la scuola la vinciamo tutti, centrodestra e centrosinistra, amministratori dell'una e dell'altra parte, non potremo poi dire che il merito è tutto nostro, dimostrando ancora una volta che noi siamo i migliori. Secondo quel “ventre molle” pd, spero non dominante, io e i miei colleghi del centrodestra sardo dovremmo, dunque, essere esclusi dalla battaglia comune. Si tratta di una irresponsabile mossa demagogica che, se attuata, metterebbe a rischio il risultato di un impegno che ha bisogno della massima unità possibile, non certo di esclusioni dettate solo da un'ossessione di purezza ideologica.
Interessante è anche capire quali proposte stiano dietro la lotta continua e solitaria: bisogna affermare davanti al governo “la peculiarità della situazione sarda”. E quale sarebbe questa peculiarità? Il fatto che la Sardegna è, come ha rilevato il presidente Cappellacci, “una nazione distinta dalla nazione italiana”? Che è sede della seconda lingua parlata nella Repubblica? Che, in Gallura, si parla diffusamente una lingua diversa dal sardo e dall'italiano? Che la Sardegna ha una storia millenaria che non si insegna a scuola? E una cultura che vive nella gente ma è tenuta fuori dalla porta delle scuole?
Macché, la peculiarità sarda “è legata alla distribuzione della popolazione e della viabilità”. Che razza di situazione “peculiare” è quella che si ripropone ovunque, dalla Sila al Mugello, dai paesi appenninici a quelli delle Alpi? Con un minimo sforzo, guardando un dizionario di qualsiasi lingua, si scoprirebbe che “peculiare” significa “proprio di una persona o di una cosa” o “diverso dal normale” e che, insomma, una situazione normale, consueta e ripetuta in molte realtà, non è “peculiare”. La “distribuzione della popolazione e della viabilità” non è peculiare della Sardegna, la lingua sarda (e il gallurese) sì. Da tempo, su questo blog e nella mia azione parlamentare, vado avanzando proposte affinché la scuola, così come succede in altre regioni sede di forti minoranze linguistiche, si serva della lingua e della storia sarda per offerte formative adeguate, appunto, alla nostra vera peculiarità. Che non è demografica né stradale.

giovedì 17 settembre 2009

Di quando in quando, bisognerà dire qualche sì

Per essere chiari, anche io sono decisamente crontrario alla installazione delle ottanta pale eoliche nella splendida marina di Is Arenas e sono d'accordo con le popolazioni della zona che non accettano il progetto di una società con sede a Genova. Non sempre le urgenze dello sviluppo economico, vero o presunto, possono renderle compatibili con una innegabile violenza all'ambiente. Certo, se questo stesso metro di giudizio fosse stato usato negli anni della folle corsa alla industrializzazione petrolchimica, sarebbe stata più credibile anche l'insurrezione di quella sinistra che oggi si batte contro le pale eoliche e allora lanciò accuse di anti-industrialismo ai critici di quel tipo di industrializzazione. Purtroppo, la coerenza e la memoria del passato non è, da quelle parti, merce comune.
Ma, per essere onesti con noi stessi, bisogna anche interrogarci sullo sviluppo dell'energia che vogliamo. Abbiamo detto un no fermo e senza tentennamenti all'energia nucleare in Sardegna, in Gallura è nato e si sviluppa un movimento contrario alla installazione della centrale utile al gasdotto che porterò da noi il metano algerino , in molti contestano la trasformazione del carbone in energia. Insomma, la sub-cultura del “no, non nel mio giardino” è in pieno vigore anche da noi e coinvolge giustamente il nucleare ma anche il suo contrario.
Si vogliono salvare le industrie che divorano enormi e costose quantità di energia elettrica ma non si vuole, lo ripeto giustamente, che a produrre questa energia siano le fonti nucleari. E allora che cosa? Il fotovoltaico, che notoriamente ha bisogno di grandi estensioni di terreno, ma non si vorrebbe che i terreni necessari siano quelli del nostro paese. L'eolico, che funziona solo installando torri alte 100 metri, purché le pale non siano vicine al nostro terreno. Verrà il giorno che sarà economicamente possibile sfruttare le maree e si porrà, temo, un altro problema: va bene sistemare gli impianti, purché non nel mare dove andiamo a fare il bagno.
Conosco piuttosto bene l'esteso impianto eolico nelle vicinanze di Perdas de fogu e non si può certo dire che lo splendido paesaggio dell'altopiano sia deturpato dalla fuga di pale che anzi esercita un certo fascino su chi le osserva. Il fatto è che quanto va bene lì non va bene a Is Arenas. E allora come fare, posto che sarà necessario prendere delle decisioni? Io conosco un solo meccanismo possibile: quello della ricerca del consenso delle comunità che dovranno essere interessate. Un processo lungo e complesso, fatto di proposte e controproposte e mediazioni, ma non ne conosco altri che mettano insieme gli interessi generali della Sardegna e quelli altrettanto legittimi delle popolazioni.
Del resto, per spostare il tiro su questioni ancora più complesse: il federalismo che vogliamo non può sostituire il centralismo statale con il centralismo regionale.

martedì 15 settembre 2009

Costituente. Buona cosa se avessimo un tempo che non abbiamo

Con l'Assemblea costituente (sulla cui idea sono d'accordo da tempo, troppo tempo) temo che le classi dirigenti diano al popolo sardo l'adito al sospetto che esse vogliano rimandare ad altre classi dirigenti del futuro una questione non facile da affrontare e risolvere: la scrittura di un nuovo Statuto sardo adeguato alla modernità. So che così non è per quanti la propongono. Certo non per gli amici Rifondatori che hanno fatto da garanti, insieme agli altri partiti di centrodestra, del Comitato che ha redatto la coraggiosa e responsabile proposta di Carta de Logu noa. Anche io l'ho condivisa e presentata come disegno di legge al Senato, appoggiando, in più, l'idea di fondo di portarla alla discussione, modifica e approvazione del popolo sardo, mediante la sottoscrizione di una legge di iniziativa popolare.
Si vuole, giustamente, che il nuovo stare della Sardegna dentro la Repubblica sia il risultato di un grande dibattito che coinvolga il nostro popolo. Anche l'Assemblea costituente va in quella direzione e, perciò, sarebbe uno strumento del tutto adatto, se non fosse che intorno alla questione dello strumento per raggiungere l'autonomia di cui abbiamo bisogno, rischia di arenarsi il ragionamento su quale autonomia vogliamo. Capita, per dire, che nel parlare di Costituente, l'amico Maninchedda dimentichi di citare la lingua sarda come asse portante della identità sarda e, egli dice, dell'indipendenza che così diventata una catena di provvedimenti economici e fiscali. È il rischio che si corre, concentrandosi sul come fare anziché sul che cosa fare.
La proposta di nuovo Statuto è naturalmente tale, una proposta cioè, così come lo è il disegno di legge che ho presentato al Senato. Documenti che godono dell'appoggio del centrodestra, come si sa, compresi gli amici Riformatori. Se tutti insieme provassimo a coinvolgere il popolo sardo nella discussione intorno a questa idea di autogoverno della Sardegna, otterremmo il duplice scopo di coinvolgere i cittadini nel disegno della Sardegna del prossimo futuro e di avere, alla fine, una proposta condivisa dal popolo sardo. Ciò che si vorrebbe attraverso il complicato e certo non di immediata fruizione strumento della Assemblea costituente.

lunedì 14 settembre 2009

Sanità sarda e il Nobel della spudoratezza

Credo che l'Accademia di Stoccolma abbia diffocoltà nel promuovere un Nobel per la Spudoratezza perché correrebbe il rischio di istituire un premio già assegnato. Come dire che dovrebbe fondare uno intorno al sicuro vincitore, che è il Pd sardo impegnato in una sfrontata polemica sul cambio dei manager della Sanità sarda. Ma come? Il partito che dal governo ha capeggiato la lottizzazione selvaggia della Sanità, dal portantino ai “pittoreschi direttori” (la definizione è dell'assessore Liori”; quello che si è fatto imporre dal centro un assessore come la Dirindin; quello che ha contribuito al disastro della Sanità sarda; adesso alza la voce e confonde un normale e giusto spoil system con la lottizzazione?
Comprendo che chi, come la precedente giunta, della lottizzazione ha fatto una scienza esatta, non riesca a capire altro se non la lottizzazione. Ma ci dovrebbe essere un limite alla spudoratezza e servirsi della critica sul merito come strumento di lotta politica. Ma così non è. A me sembra naturale e democratico che la riparazione del malfatto attraverso una profonda riforma sia fatta da uomini che con questa riforma siano in sintonia. Sarebbe almeno curioso che ad attuare la riforma siano chiamate persone che o non la condividono o l'avversano.
Posto che la sinistra non è il luogo geometrico del'intelligenza, della competenza, della conoscenza, il problema è solo quello di trovare manager della Sanità capaci di attuare la riforma perché con essa sono d'accordo. Ed è quello che si farà, cercando fra le persone proposte dai partiti quelle migliori. Certo, anche io preferirei che la scelta fosse fatta in maniera da non dare adito al sospetto di spartizione, ma è altrettante certo che gli ultimi a strillare dovrebbero essere, per decenza, gli uomini della sinistra.

domenica 13 settembre 2009

L'albero degli Arborea non ha copyright

Ad un mio non recente articolo (Federalismo, solidarismo, egoismo e altri stereotipi, del 28 agosto), il signor Omar Onnis ha fatto seguire qualche giorno fa questo commento:
Noto, forse con ritardo, che nel suo nuovo sito web, accanto al testo che riprende questo post, campeggia l'albero verde. Il simbolo è ripreso nella stilizzazione di iRS a sua volta ricalcata su una delle tante esistenti. Nondimeno, si tratta di un emblema con un significato chiaro e univoco: indipendenza nazionale dei sardi. È appunto quella che le fonti catalane, nel corso della lunga guerra contro i sardi giudicali, chiamavano "la bandiera dei sardi".
L'accostamento a concetti come autonomia e federalismo è perciò una notevole forzatura, se non proprio un totale fraintendimento. O forse si tratta di un semplice errore. Glielo segnalo per correttezza storica e politica, in modo che possa riconsiderarne l'uso, ovvero dare le giuste spiegazioni a chi la segue e corre il rischio di confondere principi e prospettive politiche alquanto distanti
.
In realtà, un articolo sul mio sito che riguardava le ragioni del federalismo è illustrato con l'Albero degli Arborea che è patrimonio di tutti i sardi e, quindi, anche del movimento indipendentista Irs che ne ha fatto il proprio emblema. E che, sempre l'Irs vorrebbe fosse sostituito ai Quattro mori come bandiera della Sardegna. Contro questa proposta, io esprimo tutta la mia contrarietà e non mancherò di dire il perché non appena me se ne presenterà l'occasione. Il fatto è che quella scelta grafica nel mio sito ha motivato non solo il garbato intervento del signor Onnis, ma una intera disussione sul sito dell'Irs nel corso della quale a questo momento sono intervenute ben 24 persone. Dell'attenzione ringrazio, naturalmente, i militanti e i simpatizzanti di Irs, tutti, anche quelli che non si sono peritati di condire di disprezzo e sarcasmo i loro apprezzamenti su una persona che mai li ha offesi.
I commenti alla scelta grafica di pubblicare l'immagine dell'Albero di Arborea sono per lo più improntati (come si può del resto verificare) al vizio molto italiano della dietrologia e a quello, terribilmente robespierriano del chiedersi che cosa fare di gente come me dopo l'indipendenza: “Come comportarci dopo con questi personaggi? Io, riflettendo anche all'interno della mia famiglia, ho suggerito di metterli dentro il bancone di un bar e così i danni potranno essere minimi e circoscritti...”, propone un signore che, bontà sua, ha rinunciato alla ghigliottina.
Kelledda Murgia (immagino si tratti della scrittrice) scrive fra l'altro: “Siccome stiamo lavorando per fare sì che nell'albero degli Arborea la gente veda il simbolo dell'indipendenza, l'uso improprio da parte di persone con aspirazioni ben diverse comporta il rischio della ri-semantizzazione, cioè della perdita di senso per quanto ci riguarda”. Certo è un bel problema, ma questo, a mio modesto avviso, è il rischio che si corre quando ad una storia quasi millenaria (quella della bandiera dei Quattro mori, tanto per intenderci) si vogliono, con operazioni ideologiche e mediatiche, sovrapporre storie non condivise e, comunque, elitarie. Io non discuto, va da sé, sulla legittimità della proposta dell'Irs. Se quel movimento ne è convinto l'avanzi, sapendo che davanti ai Quattro mori (simbolo che identifica la presenza di sardi da un corteo sindacale ad una manifestazione di culto a una partita internazione di calcio), il simbolo dell'Albero rischia ciò che la bandiera sarda non rischia: la ri-semantizzazione.
Come i Quattro mori, anche l'Albero degli Arborea è un mio simbolo, magari come è rappresentato nella Chiesa di San Gavino di Porto Torres piuttosto che come lo stilizza il bravo grafico di Irs. Il quale, mi par di capire, non avendovi posto il copyright lo ha reso disponibile all'uso di tutti.
Io l'ho fatto, senza alcuna dietrologia e, soprattutto, senza alcuna voglia di desemantizzarlo. Se mai, sarà il popolo sardo a farlo, riconoscendolo simbolo non della nazione ma di un movimento.

sabato 12 settembre 2009

"Ronde" di rito ogliastrino?

Leggo che la Lega nord dell'Ogliastra si appresta a far girare per le strade di Tortolì e di Arbatax una quindicina di propri aderenti con cellulare e torcia elettrica e lo stemma di partito sul petto, affiancando – quando si dice la generosità – quello dei Quattro mori. Sempre dalla stampa veniamo a sapere che è atteso a Tortolì “il commissario della Lega Nord per la nostra isola, il senatore Fabio Rizzi, che darà il via libero definitivo all’attuazione delle ronde”. Insomma, mi par di capire, che la “sicurezza partecipata” per la Lega dell'Ogliastra è questione di un qualche organo dirigente di partito che, in più, trova giusto segnalare con simboli politici l'appartenenza dei volontari.
Conosco bene, stimo molto e mi onoro della sua amicizia, il segnatore Rizzi, ne ho condiviso in Parlamento la battaglia politica e culturale, con lui ho parlato dell'antico istituto del barraccellato in Sardegna che svolge nelle nostre campagne una funzione simile a quella che per legge svolgeranno i volontari per la sicurezza. Sono, perciò, convinto che per semplificazione mediatica o per fraintendimento della legge da parte dei leghisti ogliastrini all'amico Rizzi si stanno attribuendo pensieri e poteri lontani da quelli che egli ha.
Non è che non capisco l'esasperazione per i fatti di criminalità capitati in Ogliastra (34 macchine date alle fiamme in pochi mesi, per esempio), ma a me, senatore della Repubblica, pare di aver partecipato, insieme a Rizzi, alla condivisione di una legge diversa da quella evocata dai leghisti ogliastrini, a meno che essi non ritengano che nella loro regione la legislazione dello Stato sia sospesa. Per dire, la legge prevede che sia il sindaco a decidere, che i volontari non portino addosso simboli di partito, che non si autoproclamino “ronde”. E prevede, anche, che il sindaco si rivolga prevalentemente ad ex poliziotti ed ex carabinieri.
Ora, io non so se quel che ho letto stamattina su un giornale sia l'esatta ricostruzione del fatto né se le parole dei leghisti ogliastrini siano proprio quelle dette. Ma so che, se così fosse, questa iniziativa troverebbe in me un avversario convinto. In una cosa seria come la “sicurezza partecipata”, le improvvisazioni e l'esibizione di identità politica sono davvero l'ultima cosa di cui abbiamo bisogno.

mercoledì 9 settembre 2009

Lo squallido osanna di sinistra al dittatore Chavez

Lontano come sono per qualche giorno dalla Sardegna (e dall'Italia) non ho potuto seguire con tempestività quanto è successo a Venezia, dove la sinistra radical-chic ha levato peana a quel campione di democrazia che è Ugo Chavez. Ne ho letto stamattina e, come per una folgorazione, ho capito che cosa questa sinistra intenda per libertà di stampa, quella per cui si appresta a manifestare tra qualche giorno. La libertà di stampa è quella che protegge in Venezuela Ugo Chavez chiudendo le televisioni d'opposizione e occupandone altre per trasmettere i suoi monologhi di otto ore.
Curioso strabismo, quello dei radical-chic convenuti a Venezia per osannare il loro campione di democrazia: gridano alla libertà di stampa in pericolo perché il cittadino Silvio Berlusconi chiede alla magistratura se è nel giusto ritenendo di esser stato diffamato da due quotidiani, applaudono a un dittatore se le stampa la massacra. Sbraitano se il governo italiano, in atto di riparazione degli incredibili danni fatti dagli italiani in Libia, riceve Gheddafi e, in segno di amicizia, manda a Tripoli una pattuglia acrobatica. Si prostrano ai piedi di chi, appena qualche ora prima, ha stretto amicizia con Mahmud Ahmadinejad, un gentiluomo anch'egli strenuo difensore della democrazia e dei diritti umani.
Insorgono quando sentono Berlusconi constatare che la stampa italiana è per lo più in mano alla sinistra e ai catto-comunisti e si prende del fascista dal segretario del Pd, anch'egli sempre meno popolare e sempre più elitario. Pendono dalle labbra di Chavez che denuncia un complotto della stampa mondiale teso, pensate un po', a descriverlo come un dittatore. Quando mai, che sarà poi la chiusura di qualche organo di stampa che lo ha criticato?
Non dico un minimo di coerenza fra quel che questa sinistra dice e predica e quel che fa. Ma almeno un po' di pudore non farebbe male, soprattutto alla sua credibilità, mai a livello infimo come davanti al dittatore venezuelano. Conosco piuttosto bene il Venezuela e so che quanto ci arriva della prepotenza e dell'arroganza di Chavez è una pallida ombra della realtà. Del resto, basterebbe chiederlo ai tanti sardi che vi hanno trovato lavoro.

martedì 8 settembre 2009

Sul caso Boffo, garantismo in ritirata?

L'editoriale di qualche giorno fa di un commentatore del Corriere della Sera mi ha indotto a una seria riflessione sul grado di barbarie parapolitica che imperversa in tutti gli animi. Anche di persone che, come me, fanno del garantismo uno stile di vita. Il commentatore segnalava come, di fronte alla vicenda dell'ex direttore dell'Avvenire, Boffo, moltissime cose siano state dette. Parole di solidarietà, di condanna contro chi lo ha attaccato, di descrizione di retroscena veri o presunti, etc. Quasi tutte le parole possibili, tranne quelle che dovevano muovere da spiriti garantisti, come se una presunta “evidenza dei fatti” avesse consegnato alla storia un colpevole punto e basta.
Le sue parole di spiegazione dei fatti sono state naturalmente pubblicate, ma senza dar loro credito. “In qualche modo si doveva pur discolpare” è stata la considerazione di ipocrita partecipazione. Non un garantista: “Si cerchi la verita intorno a quel che Boffo dice”. Diventano un cruccio il non aver dato l'attenzione necessaria a quel garantismo che sempre ci deve ispirare e il dubbio che abbia prevalso un moto di giustizialismo.
Forse le cose sono accadute troppo in fretta per lasciare che vincesse in noi il garantismo. Forse. Ma quel che temo è che, in realtà, siamo stati catturati dal groviglio barbaro che da mesi ha trasformato la politica in show mediatici, fatti di pettegolezzi, di gossip, di grossolani moralismi. Io spero che questo groviglio non ci abbia davvero portato a un punto di non ritorno, oltre il quale c'è solo una palude melmosa di veleni non bonificabili. Dobbiamo tutti, a destra, a sinistra, al centro e ovunque, fermarci a riflettere e mettere un urgante stop al degrado della vita politica. Degrado che, temo, non si fermerà nei luoghi della politica, ma investirà tutti gli ambiti della vita sociale, se con un atto di responsabilità collettiva non diremo basta.

domenica 6 settembre 2009

Scuola: quando dietro le statistiche c'è una persona

Una persona che perde il posto di lavoro è un dramma, diecimila che sono su quella strada rischiano di diventare un dato statistico. Ecco perché ho letto con inquietudine e partecipazione la bella intervista fatta con un quotidiano dalla signora Angelica Ladinetti, certa di perdere il posto di insegnante. La sua, appunto, è una storia, non una cifra in un titolo di giornale o in un comunicato sindacale: una storia fatta di attese per un futuro nella scuola che, almeno qust'anno, non ci sarà, ma anche di non rassegnazione: prenderà un'altra laurea e cercherà un altro lavoro.
Io mi auguro che le tante Angelica oggi in ansia o in disperazione non debbano rinunciare all'insegnamento, e da parlamentare sardo mi batterò perché questo non avvenga. Ma sono sempre più convinto che le possibilità future e immediate stiano in gran parte nella capacità collettiva nostra di mettere a frutto la specialità che la Costituzione e lo Statuto sardo ci riconosce. Quest'isola è sede di una storia originale e misconosciuta, di una cultura che si è teso a trasformare in folclore, di cinque lingue (il sardo, il gallurese, il sassarese, il catalano algherese, il tabarchino) anch'esse spesso non considerate o considerate un problema, invece che un'opportunità.
Ho letto nella mia pagina in Facebook e in altre che hanno ripreso un mio articolo, che anche fra miei cari amici su questa opportunità ci sono contrarietà, quasi che esista il pericolo di sostituire la lingua italiana con la lingua sarda, quando si tratta molto più semplicemente di considerare che la conoscenza di più lingue arricchisce le potenzialità degli individui. Chi sa parlare e scrive in italiano, in sardo, in inglese, in arabo, in francese, etc, ha per forza di cose più competenze di chi sa una sola lingua. La mente umana, soprattutto quella dei più giovani, è tanto elastica da contenere tutte le lingue che vuole e non è costretta a scegliere fra la tal lingua e la talaltra perché più di un tot numero non può contenere.
Le vicende storiche hanno fatto sì che in Sardegna esistano le cinque lingue di cui dicevo, parlate dal 68,4 per cento delle persone, la grandissima parte delle quali conosce bene anche l'italiano. Ma queste lingue non sono a scuola né materia di insegnamento (come avviene in altre regioni dell'Unione europee e della stessa Repubblica italiana) né veicolo per imparare altre materie. Abbiamo, insomma una miniera non utilizzata, potenzialità di crescita del lavoro e dell'economia lasciate perdere anche in momenti di crisi, come questo, in cui ci sono più richieste di lavoro di quante la normale gestione della scuola possa offrire.
C'è chi ha fatto un calcolo secondo il quale l'insegnamento del sardo e in sardo sarebbe capace di creare 1.500 nuovi posti di lavoro nella scuola. Nuovi, aggiuntivi, non confermativi dell'esistente. A questa opportunità si accompagna la legislazione dello Stato e della Regione che rende possibile trasformarla in realtà. Fuori di questo, ci sono solo o le lamentazioni o proposte, come quella che leggo oggi, del sindacalista della Uil Giuseppe Macioccu, secondo cui “non è pensabile che i soldi stanziati dalla Regione per i nostri operatori possano andare a chi viene dalla penisola: sarebbe un paradosso”.
Sarebbe interessante capire dal responsabile per la scuola della Uil come pensa di risolvere la palese incostituzionalità della proposta. La Regione dovrebbe discriminare un cittadino per via della sua città o regione di origine? Come si dice banalmente, è una proposta che non toccherebbe nemmeno terra. Cosa diversa, naturalmente, sarebbe scegliere sulla base delle competenze e delle conoscenze. In materia di lingua (tutelata dalla Costituzione e da leggi dello Stato e quindi riconosciuta), per esempio, e di storia e della geografia della Sardegna.
Un caro amico mi ha segnalato un libro di testo utilizzato in una scuola media della Sardegna. Il libro è: “Exploro – Sussidiario delle discipline”, di Tiziana Canali, edito da Mondadori nel 2006”. Vi si può leggere che la Sardegna ha una popolazione di 4.972.141 abitanti, che “la più vasta [pianura] è quella del Campidano che si estende tra il Gennargentu e l’lglesìente”, che la Sardegna fu colonizzata nell'ordine “dai Fenici, dai Greci e infine dai Romani nel III sec. AC”. Qui non è in discussione l'autonomia didattica né la provenienza dell'insegnante, ma solo il diritto dei nostri figli di avere insegnanti almeno informati.
Sarebbe un delitto pretendere che chi insegna in Sardegna almeno sappia il numero degli abitanti, che fra il Gennargentu e l'Iglesiente non c'è solo il Campidano, che i fenici e i greci non colonizzarono la Sardegna? I posti di lavoro non dovrebbero essere, infine, assegnati sulla base della conoscenza di storia e di geografia della terra? Non si potrebbe prevedere, visto che le leggi ci sono, l'inserimento nelle offerte formative cattedre di storia e di geografia della Sardegna e di lingua sarda. Non si tratta di pietire posti di lavoro, ma di crearli.

venerdì 4 settembre 2009

Fermiamo il killeraggio politico, prima che diventi altro

Per mia indole, non sono propenso a regolare i rapporti fra politica e stampa con le querele, e pur avendo subito in questi anni tante offese e ingiurie non vi ho mai fatto ricorso. È pur vero, però, che io non sono stato bersaglio di campagne mediatiche tese alla mia demolizione come individuo. Da Berlusconi, che invece lo è da tre interi lustri, ho imparato in tutti questi anni la moderazione e la pazienza. Mi ha perciò colpito la notizia delle querele presentate contro La Repubblica e L'Unità per la virulenza usata non per criticare, come è nel loro diritto, le scelte politiche ma per tentare la demolizione personale di un uomo.
Ricordo il 1994 quando, nel pieno di un importante incontro internazionale, gli fu recapitato un avviso di garanzia. E ricordo come anche quest'anno, alla vigilia di un altro importante G8, gli stessi ambienti mediatici di allora hanno tentato di deligittimare Berlusconi e rovinare l'immagine dell'Italia. Per il lavoro che faccio, di parlamentare della Repubblica, sono testimone diretto degli schizzi di fango che vengono gettati sul presidente del Consiglio non solo dai due giornali. Nelle stanze del Senato, nelle Commissioni, nei discorsi che sento, i pettegolezzi, i gossip, le ingiurie gratuite sono costanti e quotitidiani. Sono stato testimone di un linciaggio che molti non vorrebbero solo verbale, su istigazione di quel super-partito che ha fatto del “regicidio” la propria missione. L'ossessione antiberlusconiana di La Repubblica è ormai giunta a livelli parossistici.
Così come sono stato testimone delle reazioni, spesso scomposte, dei D'Alema, Fassino, Di Pietro contro le critiche che a loro sono state mosse dai giornali, costantemente da loro querelati, dimenticando quella libertà di stampa di cui si fanno campioni quando a querelare è il presidente del Consiglio. La libertà di stampa, nello strabismo di questi personaggi pubblici, va difesa solo quando non sono loro ad essere toccati, perché allora non vale, secondo l'aberrante principio che si è giornalisti liberi quando si attacca il nemico e venduti quando non lo si fa.
Ripeto, ho imparato da Berlusconi che va usata moderazione e pazienza davanti agli attacchi. È evidente che la quantità e la qualità delle ultime ingiurie nei suoi confronti gli ha fatto valutare che ormai la misura era colma e il fondo era stato abbondantemente toccato: l'esasperazione ha fatto il resto. Vorrei, comunque, aggiungere che proprio la congrega dei giustizialisti, da sempre disposti a giurare sulla imparzialità e l'indipendenza della magistratura, ha ben poco da temere: se i due giornali non hanno commesso alcun reato, giustizia sarà fatta e non subiranno danni. Bisogna avere fiducia, come ripetono ogni qualvolta un pm pronuncia la parola “Berlusconi”.
Questa vicenda delle due querele, si sa, s'intreccia con un'altra che ha per protagonisti un quotidiano e un direttore, Il Giornale e Vittorio Feltri, conosciuti per non avere peli sulla lingua. Come si sa, sul quotidiano sono state rese note torbide vicende di molestie sessuali di cui una sentenza riconosce responsabile il direttore del quotidano della Cei, L'Avvenire, oggi dimessosi dall'incarico. La cosa singolare è che, mentre intorno a La Repubblica e a L'Unità si è manifestato un coro di voci solidali in difesa della “libertà di stampa”, gli stessi sacri principi non sono stati agitati a difesa del Giornale e del suo direttore che, come è noto, è stato bersaglio di attacchi molto pesanti anche da parte di quanti, per l'occasione, hanno dimenticato che la libertà di stampa è per tutti. Quando leggo di responsabili del sindacato dei giornalisti, che pure stimo e apprezzo, che usano un doppio peso nel giudicare gli avvenimenti, non posso che restare sconcertato e preoccupato.
Non ho intenzione di entrare nel merito della polemica e neppure prendervi parte. Ma non posso non denunciare con grande forza che in una società civile il doppiopesismo, lo spalancare gli occhi sulla moralità del nemico e chiuderli entrambi davanti a quella dell'amico o dell'alleato, è destinato ad aprire la tomba alla convivenza e alla democrazia. C'è di più: da tempo avverto su questo blog (il 27 giugno, il 24 dello stesso mese, e il primo giugno, per esempio) come sia sciocca l'idea che i pozzi avvelenati intossichino solo il nemico. Ed è questo che sta succedendo: a furia di ammorbare l'aria, il veleno si sta diffondendo, arrivando a soglie che si pensavano fuori portata. Mi sento, perciò, di sottoscrivere l'appello del presidente della Camera dei deputati: “Basta con il killeraggio politico”, aggiungendo una considerazione che a me sembra inevitabile. Fermiamo il killeraggio politico prima che esso si trasformi in killeraggio puro e semplice.
Intanto si metta un stop deciso e condiviso. Poi si potrà vedere come a questa tregua far seguire un clima nel quale restituire alla politica la funzione che ha: risolvere i problemi dei cittadini. In questa lunga estate di intossicazione della vita civile e politica, la sinistra tributaria della Repubblica e della sua sodale L'Unità si è molto accapigliata sulla futura reggenza del Pd, senza risparmiarsi alcunché del vecchio armamentario stalinista della guerra intestina. Ma, mentre il Governo faceva le sue scelte politiche e attuava il suo programma, da quella parte non è venuta alcuna controproposta, un'idea alternativa a un'idea, un progetto per il futuro della Repubblica: ha solo continuato ad avvelenare i pozzi, salvo poi lamentarsi che schizzi di fango abbiano colpito anche gli amici. E ad usare quella pratica dei due pesi e due misure che ha contribuito a togliere credibilità al moralismo d'accatto dei Di Pietro e dei suoi sodali mediatici.
Fermiamo il killeraggio politico finché siamo in tempo e riscopriamo insieme il gusto di fare politica. Lo dobbiamo ai cittadini, sempre più disorientati e dubbiosi che la politica riesca a riformarsi.

martedì 1 settembre 2009

Scuola: dai lamenti alle proposte. Per l'insegnamento del sardo

Duecentocinquantamila sarebbero, secondo Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil, le persone iscritte nelle liste ad esaurimento della scuola. Doveva capitare, prima o poi, che venissero alla luce le conseguenze di una sciagurata e demagogica promessa di occupazione illimitata nelle scuole. Nessuna persona con un minimo di buon senso può pensare che la istruzione pubblica si trasformi in fabbrica di stipendi. Né nella Penisola né in Sardegna, naturalmente.
Le cronache raccontano oggi di centinaia e centinaia di precari sardi della scuola in impaziente attesa che al loro nome venga associato un posto di lavoro. Duemila pretendenti per meno di 250 posti disponibili, secondo i conti dei sindacati che naturalmente protestano, senza fare un minimo di autocritica per la parte di responsabilità che in questa situazione hanno. Il dramma di tante persone e di tante famiglie non può lasciare indifferenti ed nell'impegno mio di parlamentare di battermi perché il dramma non succeda. Pur se era largamente prevedibile che la diminuzione delle nascite in tutto l'Occidente europeo avrebbe comportato la contrazione delle cattedre, oggi che ciò avviene dobbiamo assolutamente evitare che a pagare siano i tanti giovani illusi da politiche demagogiche di chi pensava alla scuola come un inesauribile stipendificio.
In Sardegna, non tutto è perduto, se esistesse nei dirigenti scolastici e nei precari la consapevolezza di agire in una regione con la peculiarità di essere sede della seconda lingua della Repubblica, tutelata oltre che dalla Costituzione da una legge dello Stato che riconosce il bilinguismo nell'Isola. Le lamentazioni, serie e inquietanti, circa la inevitabile diminuzione di cattedre, quelle sulla difficoltà di aggredire la dispersione scolastica girano intorno ad un problema che pochi paiono voler affrontare.
In una società bilingue come la nostra, dove insieme al sardo si parla, secondo le zone, il gallurese, il sassarese, il catalano d'Alghero, il tabarchino, il bilinguismo non può e non deve essere affrontato come un problema da risolvere, ma come una opportunità da usare in almeno due direzioni: quella occupativa e quella della lotta alla dispersione. Ne ho scritto in questo blog, l'ultima volta nello scorso maggio. Esistono gli stumenti adatti: c'è il “piano di interventi e di finanziamenti per la realizzazione di progetti nazionali e locali nel campo dello studio delle lingue e delle tradizioni culturali appartenenti ad una minoranza linguistica” che scade il prossimo ottobre e ci sono i 20 milioni di euro della Regione da spendere per assicurare un anno di lavoro ai precari.
Con il primo, i dirigenti scolastici possonono prevedere cattedre per l'insegnamento del sardo e in sardo di tutte le altre materie. Con i soldi regionali nessuno vieta si preveda la loro utilizzazione per fare offerte formative nella stessa direzione e, forse, per fare in modo che la sicurezza di un anno di lavoro si trasformi in qualcosa di più permanente. Ci sono provvidenze di legge (in sintonia con la legge 482) e ci sono i soldi necessari. Qual che temo manchi ancora è la volontà e la decisione di passare dalle lamentazioni alla proposta. Ed è un peccato.